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VIBO VALENTIA – In 259 pagine sono concentrate le motivazioni della sentenza del processo “Rimpiazzo” che cristallizza giuridicamente, nero su bianco, l’esistenza – seppur in primo grado – di un sodalizio criminale operante a Piscopio con una struttura verticistica.

La sentenza

Il 19 febbraio scorso il gup distrettuale Paola Ciriaco aveva emesso la seguente sentenza: Giovanni Battaglia (9 anni di reclusione); Nazzareno Felice (8 anni e 4 mesi), Nazzareno Fiorillo (11 anni di carcere); Michele Fiorillo cl.’87 (3 anni); Rosario Fiorillo (19 anni e 4 mesi); Sacha Fortuna (17 anni e 4 mesi); Giovanni Giardina (6 anni e 26mila euro di multa); Francesco La Bella (8 anni e 8 mesi); Mario Loiacono (6 anni e 8 mesi); Luigi Maccarone (2 anni e 1.600 euro di multa); Saverio Merlo (4 anni e 8 mesi); Giuseppe Merlo (4 anni e 8 mesi); Raffaele Moscato – collaboratore di giustizia – (8 anni e 8 mesi col riconoscimento delle attenuanti per la collaborazione); Gaetano Rubino (6 anni e 4 mesi e 30mila euro di multa); Michele Suppa (2 anni). Assoluzione piena, invece, per Marco Fiorillo, Michele Fiorillo (cl.’86), Pasquale Fiorillo, Nicola Finelli, Caterina Cutrullà, Vincenzo D’Ascoli, Salvatore Vita e per il boss di Limbadi Michele Cosmo Mancuso.

La struttura associativa

Come si diceva, il procedimento in abbreviato ha consentito di far emergere la presenza di un sodalizio criminale organizzato con una struttura verticistica. «Numerosi – scrive il gup – sono gli elementi che hanno consentito di delineare la struttura organizzativa del sodalizio, il suo modo di operare con riferimento, innanzi tutto, al metodo mafioso utilizzato, nonché al raggio d’azione del sodalizio in ordine ai territori interessati, ed al lasso di tempo, nonché quello di relazionarsi con le altre strutture della ’ndrangheta». Il magistrato, come detto, fa ampio riferimento alle dichiarazioni rese dai vari collaboratori di giustizia la cui «concorde ricostruzione stabilisce che un ruolo di primazia sarebbe stato svolto dal pregiudicato Nazzareno Fiorillo, detto “Tartaro”. Accanto a lui vengono indicati, in primo piano, con i moli di promotori, organizzatori e vertici del sodalizio, Giuseppe Galati (detto “Pino il ragioniere”), Michele Fiorillo (detto “Zarrillo”), contabile dell’associazione; Rosario Battaglia (detto “Sanno”), “mastro di giornata”; Rosario Rosario (detto “Pulcino”) e Raffaele Moscato (pentito, ndr). Quanto alle zone ove la cosca esercitava la propria forza di intimidazione, può ben radicarsi nei territori della Provincia di Vibo con particolare (ma non esclusivo) riferimento ai Comuni di Vibo Valentia e alle sue frazioni (Longobardi, Bivona, Portò Salvo) nonché nei centri immediatamente limitrofi».

Sodalizio armato

Un sodalizio anche armato, spiega il magistrato Ciriaco, evidenziando a supporto di tale affermazione come una prima conferma è data dai luoghi ove sono stati consumati i delitti realizzati nell’interesse dell’associazione stessa: «Si pensi alle estorsioni (tentate e consumate) commesse ai danni della società Bartolini, della ditta Costruzioni Caglioti, della “Cooperativa Costruzioni Calabrese”, di Francesco Ceravolo, di Giovanni Pietro Ceravolo titolare dell’esercizio commerciale “Il Gabbiano”, della società Publiemme Srl, di Domenico Fiorillo, di Giuseppe Lo Preiato, di Giuseppe Febbraro, tutti a Vibo». Condotte che sarebbero state decise all’interno di un’unica «base operativa», identificata nel bar di Giovanni Battaglia, a Piscopio.

Assoggettamento e paura

Molte delle vittime ascoltate hanno dichiarato di aver avuto, nei confronti degli appartenenti al sodalizio criminale «atteggiamenti «di riguardo proprio in ragione della consapevolezza di quanto gli stessi fossero pericolosi, motivo per il quale praticavano nei toro confronti prezzi di favore, ovvero rinunciavano totalmente alle richieste del giusto compenso per i propri servizi, derivanti dalla consumazione di pasti presso locali pubblici, da lavori edili o dalla vendita di merci».

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