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L'aula bunker di Lamezia Terme che ospita il processo Rinascita-Scott

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LAMEZIA TERME – È ancora Bartolomeo Arena il “protagonista” dell’udienza odierna del processo Rinascita-Scott che si sta celebrando nell’aula bunker della Fondazione Terina nell’area industriale di Lamezia Terme.

Il collaboratore di giustizia – assistito dall’avvocato Giovanna Fronte -, rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci, si è soffermato in particolare su altre figure legate alla criminalità organizzata vibonese. Sottopostosi al vaccino domenica scorsa, quindi in non perfette condizioni – tant’è che lo stesso ha chiesto qualche pausa in più durante l’esame – ha proseguito con l’attività di riconoscimento fotografico di persone imputate e non.

MICHELE CAMILLÒ ALIAS “MANGANO”

Sulla posizione del cugino (figlio di Domenico classe 41, ritenuto a capo della ’ndrina di Vibo), e collaboratore di giustizia, il pentito ha affermato che «è stato fin dalla prima ora componente del nuovo gruppo, nel dicembre 2012. La decisione del nuovo sodalizio fu assunta da Domenico Camillò e Raffaele Franzé, Antonio Macrì e Raffaele Pardea. Via via si sono aggiunti altri della famiglia: Giuseppe Camillò, Salvatore Furlano, altri Pardea e Macrì».

Quando Michele Camillò divenne “camorrista”, la cerimonia si svolse proprio nell’abitazione del collaboratore alla presenza del padre dell’imputato che ad un certo punto «ha dovuto abbandonare la sala perché le regole della ’ndrangheta impongono di non assistere. C’erano anche Raffaele Franzé, Nazzareno Franzé (alias “Paposcia”), Salvatore Furlano, Marco Pardea (non imputato) e Domenico Pardea, anche questi due destinatari della stessa dote».

L’INCENDIO DELL’AUTO DELLA GUARDIA GIURATA

Per Arena, “Mangàno”, prima della sua affiliazione, si occupava di «spaccio di cocaina insieme ad un suo amico che aveva un negozio di sigarette elettroniche, Costantino Panetta e del quale era un socio occulto».

Inoltre, «ha commesso numerosi danneggiamenti, alcuni commissionati da me; ricordo, nel 2013, in particolare uno ai danni di Francesco Paternò, detto “Cisca”, genero di uno dei Tripodi di Portosalvo, legatissimo a Saro “Cassarola”. Quindi, mandai mio cugino Camillò nei pressi della Questura di Vibo ad incendiare la Mercedes del padre che era stato una guardia penitenziaria».

La causale del gesto sarebbe dovuta sia ad una discussione avuta anni prima dal collaboratore «con dei familiari dei Paternò, i Tagliacozzo», sia perché una volta aveva «picchiato uno di questi ultimi, mentre “Cisca” riuscì a scappare».

Un altro danneggiamento commesso da Arena «e Camillò, ha riguardato la Fiat Croma di Michele Lo Bianco avvenuto tra il 2012 e il 2013, nel rione Affaccio, a Vibo. Questo perché si era bisticciato con la ragazza di Michele Camillò. E quindi, io l’ho atteso in macchina e lui ha appiccato il fuoco alla vettura».

LE MULTE ALLO ZIO DI ARENA E L’INCENDIO DELLE AUTO DEL VIGILE

Il pentito racconta di un episodio che ha visto vittima il figlio del capo dei vigili urbani di San Costantino che «era stato preso a lavorare a Vibo e che faceva multe un po’ strane, tipo alle persone che non raccoglievano gli escrementi dei propri cani. E una di queste sanzioni la fece a mio zio Domenico Camillò».

rena si mise quindi in azione: «Abbiamo chiesto ad uno dei vigili di indicarci chi fosse la persona. Andai, quindi, con Michele Camillò e Antonio Chiarella a San Costantino per vedere quali fossero le auto del vigile e dei suoi familiari e poi gliele incendiammo».

LA TECNICA DELLA DIAVOLINA

«L’ho insegnata io a tutti, e io e mio cugino Giuseppe Pugliese Carchedi l’avevamo appresa dai cosentini». È la tecnica della “Diavolina”, materiale utilizzato per accendere il fuoco che in questo caso veniva utilizzata dal collaboratore in ben altre circostanze, come l’incendio delle autovetture: «Posizionandola alla ruota ti offre la possibilità di allontanarsi rapidamente senza pericolo di essere individuato».

L’INCENDIO DELL’AUTO DELLA DOTTORESSA E AD ALTRI

Michele Camillò, avrebbe anche dato fuoco all’auto della dottoressa Soriano «che si occupava di invalidità civile, componente dell’apposita Commissione, sorella del primario di Ortopedia, Michele Soriano». In questo caso il movente risiede, secondo il teste, nel fatto che la sanitaria «non si mise a disposizione con mio zio Domenico che le aveva raccomandato qualcuno di cui non conosco l’identità».

Poi, in concorso con altri, «incendiò le auto di Giacinto Grillo, per contrasti con la famiglia» e il cui mandante «fu il fratello Giuseppe Camillò»; ulteriore episodio contestato all’imputato-pentito riguarda «l’incendio della Fiat Bravo di Orazio Lo Bianco. La causale fa riferimento a questioni di simpatia con l’imputato che era di fatto il faccendiere dei “Pugliese-Cassarola con cui i Camillò erano in contrasto».

L’AMICO “NOSTRO” NEL PALAZZO DI GIUSTIZIA

«Nel Tribunale c’era un soggetto molto amico nostro, Danilo Tripodi – rivela sul punto – che lavorava nel Tribunale di Vibo ma si rapportava con Antonio Macrì, venendo spesso, fino al 2016, nel nostro quartiere a parlare, appartandosi con lui dietro i palazzi, anche per un’ora. Macrì, a seguito di uno di questi incontri, ci disse che avremmo dovuto stare attenti perché il nome di Tripodi iniziava a circolare negli ambienti della Procura di Vibo. Noi pensammo che tale circostanza gliela riferì proprio quest’ultimo perché era dell’ambiente. Tra l’altro, era un nostro amico d’infanzia, e a livello amichevole era intraneo a tutti noi. Era legatissimo al carabiniere Ventura del quale ho appreso il cognome solo dopo ma che conosco di persona e che ho incontrato un mese prima di avviare la mia collaborazione».

L’ESTORSIONE AL PARRUCCHIERE

La vittima è il titolare di un salone di bellezza sito nei pressi della chiesa del Rosario, ai danni del quale «Camillò lasciò dei proiettili a scopo estorsivo». Arena racconta di essere andato a parlare col commerciante «in modo bonario perché lo conoscevo da una vita e quindi gli chiesi un contributo destinato a persone uscite dal carcere. “Prendi questa busta con 500 euro” mi disse, che portai a Francesco Antonio Pardea al quale riferì di lasciarlo stare e al quale mentii dicendogli che aveva un sacco di problemi».

Il parrucchiere sempre «in quella circostanza dichiarò: “Per gli altri non pagherò mai e se mi faranno qualcosa li farò arrestare tutti”, aggiungendo che se si fosse ingrandito ci avrebbe chiamati per effettuare servizio di guardiania».

LA SPARATORIA A SAN GREGORIO D’IPPONA

Al gesto, per Arena afferma di aver appreso da Ciccio e Paolo Romano nonché da Francesco Antonio Pardea, presero parte «i fratelli Giuseppe e Michelangelo Barbieri perché si erano bisticciati con parenti del collaboratore Emanuele Mancuso, nello specifico il figlio e il nipote del boss Peppe Mbrogghjia, rispettivamente Luigi e Giuseppe».

L’episodio, eclatante, si verificò il 4 novembre del 2016, e sul terreno rimasero decine di bossoli di pistola, portò ad indagare i due giovani che vennero individuati, diversamente dai Barbieri. Il teste riferisce poi che «la situazione venne appianata per via dei rapporti che Peppone Accorinti, zio dei Barbieri, aveva con i sangregoresi».

LA FIGURA DI MIMMO BONAVOTA

Arena dichiara di conoscerlo almeno dal 1995, precisando di averne, comunque, frequentato tutti i componenti della famiglia, vale a dire «Nicola e Pasquale nonché il loro padre, Vincenzo detto “l’Americano”, che era una bravissima persona della quale posso solo alzare le mani. Con tutti c’era un rapporto di amicizia molto stretta, ci rispettavamo molto. Aveva, poi, contatti con consorterie della Calabria e non solo che molti si sognavano di avere».

E il papà di Arena, Antonio, conosceva «bene sia lui che Domenico Cugliari con cui aveva rapporti ’ndranghetistici importanti, e fu Francesco Fortuna a dare le doti a Vincenzo Bonavota». Vicino ai clan cutresi, quindi a quello dei Grande Aracri, Mimmo Bonavota ha «doti altissime ed è il capo dell’ala militare nel proprio clan e lo ha dimostrato quando, alleandosi con Mantella, ha ucciso i rivali».

IL CLAN A CARMAGNOLA, NEL TORINESE

Qui, spiega Arena, c’è una promanazione della consorteria di Sant’Onofrio, comandata da Salvatore Arona, uno zio dei Bonavota. Ma esponenti del sodalizio sono «presenti a Genova a Roma, e in una zona vicino Toronto, in Canada. Tutte queste cose me le riferì Fortunato Mantino ma anche gli stessi Bonavota».

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