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L'aula bunker per il processo Rinascita Scott

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VIBO VALENTIA – Con l’ormai iconico cappellino nero, “Vartòlo” si è molto soffermato sulla figura d Domenico “Mommo” Macrì, che “faceva parte del gruppo” fondato dallo stesso Arena con Francesco Antonio Pardea e a ciò si aggiunge anche Salvatore Morelli, “l’uomo con la Stella”, ovvero il grado più alto all’interno del sodalizio ed uno dei più elevati nella ‘ndrangheta.

E a giudizio del pentito Bartolomeo Arena,  se quest’ultimo può essere definito la mente del gruppo, Macrì ne era il braccio armato.

Ma prima di parlare di “Mommo”, il teste, all’udienza di ieri del processo “Rinascita-Scott”, rispondendo alle domande del pm della Dda, Andrea Buzzelli, ha riferito anche su altre figure e circostanze.

LE ARMI. Una quantità enorme di armi a disposizione del sodalizio, nascoste nelle abitazioni, anche di persone che disconoscevano l’esistenza: “Io avevo le chiavi di due-tre scantinati – riferisce il collaboratore –  appartenenti a persone cbe a volte neanche sapevano della presenza delle armi in quei luoghi. In altri frangenti le abbiamo occultate nelle pareti delle abitazioni, ad esempio nella casa di Filippo Di Miceli, dove c’erano un kalashnikov, un mitra, una 7,65, diversi fucili ed altre pistole; in altri casi ancora le custodiva Michele Dominello nella località Cervo”.

IL FERIMENTO E LA RAPPRESAGLIA. Per Bartolomeo Arena, Roberto Ionadi era un soggetto “che si accompagnava con Palmisano ed altri soggetti con cui non andavamo d’accordo, avendo un atteggiamento altezzoso, e quindi andava colpito. In una occasione, durante una lite con altre persone, mio cugino Domenico Camillò fu colpito lievemente da una coltellata il quale, per risposta, mi disse di voler sparare al fratello Giuseppe che faceva il meccanico solo che in quei giorni questi non andò a lavorare per timore. Al che, Luigi Federici, Camillò e Giuseppe Tomaino spararono contro la casa dei Ionadi”. 

L’INCENDIO DELL’AUTO DELL’AVVOCATO. Il collaboratore ha poi riferito dell’incendio dell’auto “di un avvocato, sita in via Morsillara, tra Stefanaconi e Sant’Onofrio: questi aveva interessato anche altri soggetti oltre al nostro gruppo, come Salvatore Bonavota di Sant’Onofrio che ci mandò una imbasciata a Vibo tramite Franco Calafati di Stefanaconi. Mi disse che questo avvocato era un grande amico suo e che questa cosa interessava sia a quelli di Stefanaconi che ai Bonavota perché era successo nel loro territorio. Pertanto, io parlai il legale a cui chiesi se avesse dei sospetti sul responsabile e lui mi rispose che dalla telecamera si vedeva passare Ionadi che frequentava i “Cassarola” e Orazio Lo Bianco, ma era anche vicino a un Mantino, imparentato tra l’altro con l’avvocato, ma la famiglia aveva negato ogni coinvolgimento”.

DOMENICO MOSCATO. Lo zio del pentito Raffaele Moscato, viene identificato da Bartolomeo Arena un “usuraio di lunga data, da almeno 20 anni, che, una volta uscito dal carcere, aveva avuto problemi con “Mommo” Macrì al quale chiese 5mila euro in quanto quest’ultimo riteneva con le sue attività illecite avesse fatto un sacco di soldi. Soldi che però Moscato non voleva dare tant’è che in sua protezione intervenne Vincenzo Barba. Neanche questo, però, fermò Macrì che mandò Michele Dominello a sparare alla sua abitazione, tuttavia alla fine la cosa si ricompose ma non posso escludere che Moscato abbia dato qualcosa a Macrì”.

ORAZIO LO BIANCO, ALIAS “U TIGNUSU”. Questi era un soggetto “legato ai Pugliese “Cassarola” anche da vincoli di sangue”, e pertanto è “inserito nel loro gruppo a tutti gli effetti. Con Saro Pugliese aveva  anche un’agenzia di pompe funebri e insieme gestivano il cimitero: in pratica si impossessavano delle varie cappelle funerarie di quelle famiglie che risiedevano altrove e non tornavano più a Vibo, e con la compiacenza del custode, le sgomberavano dalle spoglie dei defunti, le riscostruivano e, infine, le vendevano come nuove. Non solo, eseguivano altri interventi alle cappelle in un business che era di  loro esclusività, almeno fino a quando Domenico “Mommo” Macrì si mise di traverso e quindi la gestione passò nele sue mani”.

Lo Bianco “era, inoltre, molto addentrato nell’ospedale di Vibo in quanto, con medici compiacenti che alteravano radiografie, lucrava sulle assicurazioni. Era molto collegato con i vari sanitari dei reparti di Ortopedia e Radiologia. Prima di lui, queste entrature le aveva mio zio Domenico Camillò. Ma questa situazione era una cosa risaputa ai più”.

LEOLUCA LO BIANCO, ALIAS “U ROZZU”. L’imputato ha fatto “parte dal 2013 del Buon ordine coi Lo Bianco-Barba-Ranisi. Zio di Salvatore Morelli e Salvatore Mantella, è stato mastro di Buon Ordine quando eravamo tutto insieme. È l’unico della famiglia tra i più azionisti ma è una persona falsissima tant’è che noi non avevamo molto rispetto di lui. Falso perché si recava presso Diego Mancuso al quale raccontava tutto quello che succedeva a Vibo”. Arena ha anche parlato “del tentativo di accoltellamento di Raffaele Pardea ad opera di Lo Bianco” e della detenzione di quest’ultimo in carcere “per un omicidio commesso nella zona di Paravati ai danni di un tale Apa fatto col cugino, detto u nanu”. 

Il pentito ha aggiunto di aver appreso dallo stesso Lo Bianco che per il rifacimento della piazza di fronte la chiesa della Sacra Famiglia, a Vibo, “aveva preso l’estorsione per il tramite dei Mesiano di Mileto che erano suoi compari”.

DOMENICO “MOMMO” MACRÌ. Anche questa è una delle figure principali del processo. Arena fa un profilo completo dell’imputato, indicandolo prima vicino ad Andrea Mantella e poi a quello dello stesso collaboratore e di Morelli e Pardea: “Soggetto pericolosissimo, che può compiere un’azione violenta anche per una fesseria. Con la dote del “tre quartino” avuta in carcere dai Lamari di Laurena di Borrello, è attivissimo in tutti campi: estorsioni, danneggiamento, sparatorie, droga che prendeva da Leone Soriano e Silvano Mazzeo ed è membro attivo di qualsiasi azione promossa dal mio gruppo”. Una conoscenza, quella tra il collaboratore e l’imputato, risalente nel tempo, “da quando aveva 7-8 anni”, ha commentato, aggiungendo che la sua affiliazione sia da ricondurre al 2008-2009 anche perché “Nicola Manco lo mandò con Pardea per fare l’estorsione all’imprenditore Chiaromonte anche se poi entrambi furono arrestati. Chiaromonte che prima si rivolse a Rosario Pugliese il quale, una volta appresq l’identità dei due, gli consigliò di andare alla polizia, circostanza per la quale Pugliese veniva appellato da noi come “infame””.

IL TRIUMVIRATO. Morelli, Pardea e Macrì. Sarebbe stato questo il triumvirato a guidare le nuove leve del crimine vibonese. Ex mantelliani uniti come una pigna che miravano a dominare la città. Il più “pericoloso” era però il terzo che appena uscito dal carcere dopo l’operazione Goodfellas, avrebbe cercato di prendersi tutto quello che era stato del suo capo, ormai collaboratore di giustizia. E infatti, come prima cosa “puntò Gianfranco Ferrante a cui chiese 5mila euro, pensando di poter fare come Mantella, solo che questi non glieli diede. Informato della circostanza dallo stesso Ferrante, che lamentò anche l’arroganza di Macrì, andai a parlare con lui dal padre di Francesco Antonio Pardea, in presenza anche di quest’ultimo, e gli dicemmo che le cose erano cambiate. Lui abbozzò ma dopo un po’ rialzò la testa perché voleva tutto da tutti: commercianti, imprenditori nostri amici, e via dicendo; in pratica non guardava niente e nessuno”.

ASSETATO DI POTERE. Non essendoci più il freno di Andrea Mantella, “Mommò” Macrì “iniziò la sua crociata criminale contro i “Cassarola”, prima guardando “storto” i rivali o facendo finta di investirli con l’auto. A me una volta disse: “O li prendiamo tutti o ci facciamo l’ergastolo”. Io gli risposi: “Ma cosa stai dicendo?” perché un’assurdità”. Poi avvenne  il ferimento di Nazzareno Pugliese e la risposta di Rosario Pugliese, quindi la controrisposta di Macrì con gli spari alle case dei nemici e poi contro il bar “Il Gallo”. E ancora: “Fece incendiare casa di campagna al cognato di Saro Pugliese – ha riferito il teste – Fu il mandante dell’intimidazione al negozio di Giannini quando fece trovare impiccato un cane morto alla maniglia d’ingresso del locale”. Episodi che “lui negava di aver commesso, dando la colpa ai Lo Bianco. Io però immaginavo che per la questione del cane ucciso ci fosse la sua mano insieme a quella di Federici, Camillò e Suriano, e infatti poi Pardea mi confermò la circostanza. Inoltre, lui, in concorso con Giuseppe Accorinti, nel 2019 mandò Filippo Orecchio a commettere danneggiamenti a colpi di arma da fuoco alle attività commerciali da Ionadi alla frazione Vena; fece sparare all’abitazione di Domenico Moscato e ha contribuito all’estorsione al gioielliere Patania. Fu sempre lui il mandante dell’agguato al custode del cimitero, Sicari, ad opera di Marco Ferraro per questioni di armi che gli erano state sottratte; ed era lui il detentore delle pistole rinvenute a Salvatore Morgese”. Al di sopra di Macrì, secondo Arena, c’era comunque “Salvatore Morelli che stimava molto, più del suo stresso padre”. 

I PROPOSITI OMICIDIARI. Domenico Macrì “voleva uccidere Paolino Lo Bianco perché durante un funerale nel quartiere Affaccio gli aveva urlato dicendogli che si dovevano stare a posto perché a Vibo non comandavano loro ma i Lo Bianco”. 

L’OPERAZIONE CONTRO I SORIANO E I TIMORI DI MACRÌ. Con l’operazione “Nemea”, Macrì iniziò a temere di finire nuovamente agli arresti perché dalle intercettazioni, a suo parere, poteva emergere “l’esistenza delle attività svolte dal suo gruppo e pertanto disse che doveva andare da un avvocato per avere qualche informazione in più. Ma alla fine non venne alla luce nulla sul proprio conto”. Quella fu l’occasione “per Macrì per lasciare i Soriano ed avvicinarsi a Saverio Razionale e, quindi, a Peppone Accorinti che in precedenza voleva anche uccidere ma col quale poi si mise d’accordo per commettere i danneggiamenti a scopo estorsivo nella zona dell’aeroporto a Vibo, in particolare alla Bartolini, anche se so che poi intervenne Luigi Mancuso in quanto l’attività interessava ai Bellocco di Rosarno”.

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