X
<
>

Corso Vittorio Emanuele a Vibo

Tempo di lettura 9 Minuti

LAMEZIA TERME – L’escussione di Bartolomeo Arena nel processo Rinascita Scott prosegue e, dopo aver toccato il mondo politico (LEGGI), il pentito ha fatto lo stesso con quello imprenditoriale, concentrandosi anche sulle dinamiche criminali nella città di Vibo.

IL BISTICCIO IN OSPEDALE

È sulle figure di Luigi Mancuso e  di Totò Prenesti, alias “Yo-Yo”, braccio destro del boss, che si è poi soffermato il collaboratore di giustizia, raccontando una serie di episodi a partire dall’intervento del primo in occasione dei danneggiamenti a scopo estorsivo ai danni della Bartolini da parte di “Mommo” Macrì, attività «che interessava ai Bellocco di Rosarno. E alla fine la cosa si risolse ma non conosco i dettagli nello specifico ma so che Mancuso non voleva che vi fossero più problemi».

Colui il quale è identificato dalla Dda di Catanzaro come il Capo Crimine del Vibonese si sarebbe spesso appoggiato a Prenesti anche per azioni punitive. E, al riguardo, Arena ha raccontato la vicenda di una lite tra i Lo Bianco e il genero di Giovanni Mancuso – che ebbe la peggio – all’interno dell’ospedale di Vibo: «Anche in questo caso, la vicenda si sistemò subito ma quando poi i Mancuso inquadrarono il soggetto che aveva dato il via alla discussione, che altri non era che il genero di Carmelo Lo Bianco detto “Sicarro”, gli mandarono Totò Prenesti che la mattina presto gli bussò alla porta e lo schiaffeggiò».

IL “PADRONE” DI VENA SUPERIORE

Sarebbe stato, secondo il pentito, Turi Sorrentino a gestire le attività nella zona della frazione di Vibo Valentia, in quanto era «una sorta di referente dei Mancuso nella zona, prestava soldi ad usura per conto di Giovanni Mancuso e Luigi Mancuso e poi ho appreso che si è avvicinato anche a Saverio Razionale».

GLI ACCORDI OMICIDIARI.

Siamo nel 2017. Pochi mesi dopo la scarcerazione, Domenico Mommò Macrì voleva prendersi tutta Vibo ma per farlo doveva fare fuori i vecchi capi clan. Uno di questi era Rosario Pugliese, alias “Saro Cassarola”. Per riuscirci avrebbe deciso di rivolgersi a persone esterne al gruppo e identificò la persona adatta in Leone Soriano, boss di Pizzinni, che a sua volta aveva un nemico da eliminare e che aveva sconfinato nel suo feudo: Peppone Accorinti, a capo della consorteria di Zungri. Tra i due nacque, dunque, un accordo omicidiario: «Soriano, per il tramite di una imbasciata fatta arrivare a Pardea – aveva offerto il proprio contributo ad uccidere Rosario Pugliese e in cambio noi avremmo dovuto eliminare Accorinti». Ma il progetto naufragò pochi mesi dopo con gli arresti dell’operazione “Nemea” che disarticolò il clan di Pizzinni di Filandari.

LA VICINANZA TRA MACRÌ E ACCORINTI.

Archiviata la collaborazione con Leone Soriano, Domenico Macrì, secondo Arena, iniziò ad avvicinarsi proprio alla persona che avrebbe dovuto uccidere: Peppone Accorinti, favorito in questo da Saverio Razionale al quale si aveva chiesto aiuto per uccidere sempre Pugliese. Ma questi «da persona molto furba, gli ha risposto che prima dovevano iniziare loro a commettere gli omicidi e nel caso poi sarebbe venuto in aiuto».

LA FIGURA DI ANTONIO VACATELLO.

Se la zona è appannaggio dei «Mantino-Tripodi e i piscopisani», vi è anche la presenza di Antonio Vacatello, spiega il collaboratore indicandone anche il gruppo di appartenenza: «Quello di Peppone Accorinti».

L’EREDE DEI RANISI

È stato per anni il suo sodale, colui il quale gli avrebbe rivelato ogni segreto e che adesso lui sta raccontando al processo. L’erede dei “Ranisi”, cioè Francesco Antonio Pardea «più di ogni altro porta avanti il nome della sua famiglia per ricondurla al potere di un tempo. Lo conosco da quando era bambino, la mamma è una brava donna che gli ha insegnato a parlare in italiano e ad essere educato. Il problema, però, è che lui è cresciuto col nonno, Rosario Pardea, che l’ha allevato a “pane vendetta”. E così è cresciuto col pallino di uccidere Rosario Pugliese   e Domenico Piromalli».

Quando ci fu la fusione e la nascita del buon ordine, Pardea, a giudizio di Arena, non ne avrebbe fatto parte perché contrario ed anzi «appena uscito dal carcere, se la prese con me. Ci ci mandò, quando era detenuto a Siano, una imbasciata attraverso cui ci diede indicazioni per avvicinarci ad Emilio Bartolotta, che a Pardea aveva dato doti e l’aveva avvicinato ai Grande Aracri di Cutro, in particolare a Vito Martino, e a Paolo Lentini, elemento di vertice degli Arena di Isola Capo Rizzuto. In base a quanto mi disse furono date delle doti, nel carcere di Frosinone, dai Crotonesi a Raffaele Moscato, a Rosario Battaglia e ad Antonio Franzé che si era legato ai Piscopisani».  

LA LETTERA A MANCUSO E LE CRITICHE DEL CLAN

Antonio Pardea, spiega ancora il pentito, aveva «buoni rapporti coi Mancuso o, per la precisione, non li aveva contro. Una volta spedì una lettera a Pantaleone Mancuso “Scarpuni”, nella quale spiegava che non c’entrava nulla con i Piscopisani e le guerre che c’erano in quel periodo nel Vibonese, né con la linea che aveva preso il gruppo Mantella. Per fare questo, fu consigliato da Emilio Bartolotta, che in carcere si era molto avvicinato a “Scarpuni”». Ma questa missiva generò delle «ripercussioni, perché si guastarono i rapporti con Rosario Battaglia e col gruppo degli Emanuele. In realtà, però, le prime critiche arrivarono dalla famiglia stessa, in particolare da Antonio Macrì, che aveva con Andrea Mantella, suo cugino, un rapporto davvero speciale».

L’AGGUATO FALLITO AI DANNI DI CARMELO PUGLIESE

Anche il fratello di Saro Cassarola è ritenuto intraneo al gruppo da Arena che ha ricordato il suo intervento nella vicenda del ferimento di uno dei fratelli Caserta, fino al suo tentato omicidio avvenuto nel 2013. La causale ha origini lontane – ma non troppo – nel tempo, tra questi e Domenico Camillò, giovane cugino del collaboratore; si guardavano in cagnesco e spesso negli ambienti criminali basta già solo questo per scatenare una reazione violenta, addirittura col rischio – sovente concreto – far nascere una faida: «Tra i due c’erano dissapori già da tempo. Una volta Pugliese stava passeggiando con la moglie e incrociando mio cugino si rivolsero reciprocamente sguardi cattivi. Al che iniziò una discussione che vide intervenire anche la consorte la quale usò parole offensive sia verso Camillò che nei confronti del nonno omonimo (cl.’ 41) ma questi non reagì sul momento proprio per via della presenza della donna, tuttavia venne da noi a raccontarci tutto l’episodio. Quindi iniziammo a valutare la situazione; io ritenevo che non valesse la pena rispondere e anche il nonno di mio cugino la pensava così perché spesso fungeva da paciere, tuttavia il nipote era irremovibile. A quel punto, gli consigliai di aspettare un po’ di tempo per organizzarci. Mandai, quindi, Antonio Chiarella a rubare la moto ad un postino, solo che trovò sotto il palazzo in cui abitava mia madre e io mi arrabbiai molto perché con tutti i posti disponibili proprio quello aveva scelto, col rischio che le forze dell’ordine risalissero a me. Nel frattempo, però, era salito a Vibo Onofrio Barbieri di Sant’Onofrio per chiederci se si poteva sistemare questa cosa col cognato e noi gli rispondemmo, mentendo, che non ci sarebbe stato problema».

La realtà infatti era ben diversa perché la vendetta era ormai stata decisa: «Noi volevamo reagire – ha affermato il pentito – La moto la consegnai ad Antonio Macrì, il grande, che la portò in una campagna di pertinenza dei fratelli Catania, Antonello (ex presidente della Camera di Commercio di Vibo, ndr) e Luca, i quali erano a conoscenza della cosa. Due figure delle quali Macrì si fidava molto anche perché avevano parentele sia coi Pardea che con Filippo Catania».

La dinamica del delitto sarebbe dovuta essere la seguente: «Domenico Camillò, che aveva la pistola 9×21 che gli avevo fornito, e Domenico Catania, che guidava, dovevano recarsi nei pressi del circolo “il Gallo” e attendere che Pugliese chiudesse l’attività, intorno alle 21, per fare rientro a casa. A dare il segnale ai due che erano nascosti in una stradina circostanze sarebbe stato Michele Manco».

Ma l’agguato non si consumò a fondo: «L’arma però si inceppò – ha rilevato il teste – e fu danneggiata solo l’auto mentre Pugliese si rifugiò nell’abitazione del fratello, distante una 50ina di metri». La reazione fu immediata: «Rosario Pugliese andò a trovare Vincenzo Barba dimostrandosi molto adirato, incolpando me e Giuseppe Camillò. Barba, tuttavia, in quella fase mediò domandando a Antonio Macrì cosa volesse fare e questi gli riferì che noi non c’entravamo nulla; tuttavia sono certo che i “Cassarola” non hanno mai creduto a tale circostanza».

L’INCENDIO ALL’AUTO DI BULZOMÌ

Domenico Catania viene indicato poi il responsabile, in concorso con Alfonso Manco, dell’incendio dell’auto di Salvatore Bulzomì, al tempo consigliere comunale di Vibo, parcheggiata nel cortile della sua abitazione sita nei pressi del castello di Vibo: «Il gesto (avvenuto nel 2012, ner) aveva come movente il fatto che questo politico aveva promesso a Catania un posto di lavoro che però non gli aveva mai dato».

LA DITTA GENCO

La storica ditta privata di trasporto pubblico «era gestita, negli ultimi anni, dal figlio Vincenzo Renda. Quando sparammo alle serrande, nel 2014, arrivò in loro protezione Luigi Mancuso, incaricando Saverio Razionale che contattò Salvatore Mantella, credendo che il danneggiamento fosse stato commesso dal loro gruppo. Questi, dunque, incontrò Antonio Macrì il quale rispose che il gesto era stato fatto da noi perché Renda si era comportato male. Alla fine Vincenzo Barba disse a Macrì che Luigi Mancuso ci teneva tantissimo ai Renda e, quindi, se potevamo lasciarlo stare. Pertanto,  la vicenda si concluse in questo modo».

LE DITTE «OCCULTE» DEI MANCUSO

«Io credo che imprenditori importanti come i Renda riciclino i soldi per conto dei Mancuso», afferma il collaboratore che parla di quelle attività che interesserebbero il clan di Limbadi che in qualche caso è anche socio occulto, come la  «Edil Colacchio e quella di Castagna a Portosalvo».

Per quanto concerne la prima, Antonio Mancuso era socio occulto e questo lo so da tantissimi anni ed è notorio negli ambienti criminali», ha rilevato il collaboratore raccontando la propria esperienza: «Una volta il vecchio boss Carmelo Lo Bianco detto “Piccinni” interessò Pantaleone Mancuso alias “Scarpuni” per farmi ottenere un posto di lavoro nella ditta nel periodo in cui dovevo avere l’affidamento in prova ai servizi sociali. Qualche giorno dopo mi incontrai con Totò Prenesti, Luni “Scarpuni”, Paolo Lo Bianco e Vincenzo Barba e prima andammo a mangiare al ristorante “Le Arcate” di proprietà di Nicola Barba. Quella fu anche un’occasione per loro per incontrarsi. Ad ogni modo, “Scarpuni” mi  disse che dopo pranzo saremmo andati direttamente in azienda e così avvenne. Colacchio, al quale tempo addietro avevo picchiato il figlio, mi volle incontrare per un colloquio informale chiedendomi che mansioni potessi svolgere, ma a quel punto gli confessai la vicenda anche perché i figli che lavoravano lì mi avrebbero comunque riconosciuto. Al che, mi rispose che mi avrebbe fatto sapere. Ma non fui più chiamato a lavorare lì, sicuramente per via del pestaggio».

Successivamente, Arena ha riferito di aver costituito con degli amici una ditta a Roma «per fare una truffa, e fu il giudice di Catanzaro Pulicicchio a darmi l’affidamento in prova. Quando, nel 2000, sono sceso in Calabria, tramite un parente di Vincenzo Barba che lavorava in Tribunale e che conosceva un giudice, fu in grado di farmi spostare, in forma amichevole, la misura su Vibo».

Ma, a giudizio di Bartolomeo Arena, sarebbero numerosi gli imprenditori sotto l’influenza dei Mancuso: «Vi erano l’imprenditore edile Guastalegname, che era sia con Pantaleone “Scarpuni” che con Gregorio Giofré detto “Nasone”, poi gli esercizi commerciali degli Artusa, il Cin Cin Bar di Gianfranco Ferrante, la Bibi Service, la Latteria del Sole».

LA FIGURA DI DOMENICO PARDEA

«Fu vittima di un tentato omicidio a Vibo Marina circa nel 2001», mentre  sulle armi «lui insieme a Luciano Macrì ne ha  venduto un quantitativo a me e ad Antonio Macrì nel 2011-2012».

DOMENICO FRANZONE ALIAS “CHIANOZZO”.

«Affiliato negli anni ’80 da Francesco Fortuna detto “Pomodoro”, dopo aver sparato a Nicola Tambuscio venne “rimpiazzato” entrando poi nel clan Lo Bianco-Barba». Dopo la scarcerazione, a seguito della condanna per “Nuova Alba”, Arena ha dichiarato di aver sentito che questi «era stato coinvolto in un tentativo di estorsione verso un soggetto della zona delle Preserre con altre persone».

I “CASSAROLA” E LA PRESUNTA ATTIVITÀ USURARIA

«La loro è sempre stata sempre una famiglia che praticava l’usura», ha riferito il pentito raccontando di un episodio che ha appreso: «Alcune persone che ancora non avevano ricevuto i soldi dell’assicurazione dell’incidente in cui perse la vita un loro figlio, si rivolsero ai Pugliese per avere dei prestiti per tirare avanti, e alla fine il denaro dell’assicurazione se li presero loro».

RAFFAELE FRANZÉ, LO “SVIZZERO”.

Fu lui, racconta il teste, a fondare nel 2012 con lo zio Domenico Camillò il “buon ordine” perché «non vedeva più di buon occhio i Lo Bianco. Era un soggetto a cui ho voluto bene, molto importante, una figura carismatica che diceva in faccia le cose. Era anche legato alla Locale di Alessandria attivato con i Trimboli di Natile di Careri, presso il quale si recava». 

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA