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L'aula bunker in cui si celebra il processo Rinascita Scott

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LAMEZIA TERME (CATANZARO) – È ruotata attorno alla figura del carabiniere-imputato Antonio Ventura l’escussione di ieri del pentito Bartolomeo Arena al processo “Rinascita Scott” che ha risposto alle domande dei vari legali di fiducia degli imputati.

In particolare il collaboratore ha parlato della casa dell’esponente dell’Arma svaligiata dai ladri e della presunta richiesta di aiuto allo stesso Arena.

Rispondendo alle domande degli avvocati Vincenzo Cicino e Marcello Scarmato, ha riferito che Ventura (accusato di aver passato notizie riservate ai clan vibonesi) si era incontrato “riservatamente” col pentito: «Gli rubarono alcuni preziosi in casa e venne da me – dichiara – più o meno nell’immediatezza, forse qualche giorno dopo. Ancora non aveva denunciato il furto ma non posso escludere che l’abbia fatto successivamente. In ogni caso non riuscimmo a trovare la refurtiva perché i ragazzi ai quali avevo intenzione di rivolgermi vennero arrestati in un’operazione di polizia».

Ventura che «si dimostrava disponibile e diceva che c’erano indagini su diversi soggetti senza specificare l’inchiesta precisa. Erano comunque notizie inerenti la faida tra i Piscopisani e i Patania di Stefanaconi». Arena ha poi ribadito di aver parlato più volte con Ventura ma solo in due occasioni in modo riservato, faccia a faccia.

Oltre alla storia del furto, anche in un’altra circostanza relativa a un falso incidente stradale: «In quella fase – spiega il pentito – mi fece parlare con sua moglie che aveva un’agenzia privata per accertare la veridicità dei sinistri».

Il controllo del cimitero di Vibo stava per scatenare una guerra tra opposte consorterie criminali. Da una parte i Pardea-Ranisi, dall’altra i Pugliese-Cassarola. Anche questo aspetto è stato riferito dal collaboratore rispondendo, però, alle domande dell’avvocato Salvatore Staiano nel corso del suo controesame: «Tutti coloro costruivano una cappella o precedevano a una ristrutturazione dovevano dare una percentuale a Macrì».

Arena si riferisce a Domenico Macrì, alias “Mommo”, ex luogotenente di Mantella e presunto aspirante boss di Vibo dopo l’arresto e il pentimento del suo mentore: «Quando è uscito dal carcere – aggiunge Arena – ho accompagnato Macrì da un imprenditore che faceva i lavori al cimitero e davanti a me gli disse che da quel momento chi costruiva o percepiva del reddito doveva fare i conti con lui».

Fin a quel momento – secondo quanto riferito da Arena – gli affari al cimitero erano cosa di Rosario Pugliese, e Orazio Lo Bianco. Il business delle “cappelle d’oro” avrebbe creato forti tensioni: «Non ci fu subito una reazione – precisa Arena – ma ci furono delle provocazioni da parte di Macrì alle quali seguirono delle sparatorie verso di loro e verso di noi».

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