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Il boss Giuseppe Mancuso detto "Peppe Mbrogghia"

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VIBO VALENTIA – Ha scontato la sua pena e adesso è un uomo libero, Giuseppe Mancuso, alias “Peppe ‘Mbrogghia”, 72 anni, ritenuto ai vertici dell’omonimo clan mafioso di Limbadi e personaggio tratteggiato dai vari collaboratori di giustizia come particolarmente violento.

Detenuto ininterrottamente dal 1997, oggi lascia il carcere di Cuneo e può tornare a Limbadi. Nel 2019 la Cassazione aveva detto no alla liberazione anticipata.

All’alba del 29 aprile del 1997 un blitz dei carabinieri del Ros guidato dall’allora capitano Valerio Giardina (oggi generale e comandante del Noe) aveva messo fine alla sua latitanza facendo irruzione in un casolare di San Calogero, nel Vibonese, non molto distante dal suo paese natale, dove si era rifugiato in stato di latitanza, durata quattro anni, in quanto colpito da una misura cautelare nell’ambito dell’operazione “Tirreno”, del 1993, che ha colpito i clan Piromalli e Molè di Gioia Tauro, Pesce di Rosarno, Cutellè di Laureana di Borrello, Albanese di Candidoni e la famiglia Galati di Mileto.

Dopo l’arresto dello zio Luigi, più giovane di lui, aveva preso le redini del clan figurando nell’elenco dei 30 ricercati più pericolosi.

Nel 2004 venne condannato all’ergastolo dalla Corte d’assise di Palmi. Accusato di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, associazione mafiosa (considerato fedele alleato dei Piromalli e dei Molè di Gioia Tauro) e anche dell’omicidio di Vincenzo Chindamo commesso l’11 gennaio 1991 nell’ambito della faida tra le famiglie di Laureana di Borrello, “‘Mbrogghia”, Mancuso si è visto ridurre successivamente la condanna a 30 anni di reclusione. Tra buona condotta e benefici carcerari, il boss ha scontato la sua pena e da oggi è totalmente libero senza alcuna misura di prevenzione. 

Giuseppe Mancuso è figlio di Domenico Mancuso, quest’ultimo fratello di don Ciccio Mancuso, ritenuto il patriarca del clan, ed è il fratello di Rosaria Mancuso, attualmente detenuta per l’autobomba di Limbadi costata la vita al biologo Matteo Vinci, e dei boss Diego (alias “Mazzola”) e Francesco (detto “Tabacco”) Mancuso, attualmente liberi dopo aver scontato le condanne per le operazioni Dinasty, Batteria e Senza Respiro. L’altro fratello, Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, è invece in carcere dopo essere stato catturato a Roma dopo una periodo di irreperibilità. Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, figlio di Pantaleone, è quindi nipote diretto.

Proprio i pentiti, nei numerosi verbali e durante i vari processi, lo descrivono come un boss sanguinario in grado di tessere trame criminali e inscenare “tragedie” per eliminare i rivali. Da qui, pertanto, il soprannome, “‘Mbrogghia” che gli è stato affibbiato.

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