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Una veduta di Pizzo

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PIZZO – Chi ha vissuto o vive in un piccolo centro della provincia lo sa, il chiacchiericcio fa parte dell’anima del paese. Quando però le chiacchiere da bar assumono altri contorni, che sfociano nella cattiveria e nella calunnia, lì a rendersi palese è l’assenza di un senso di comunità.

A inizio marzo quando la pandemia è arrivata quasi d’improvviso a sconvolgere le nostre vite, avevamo due mantra: “andrà tutto bene”, affisso sui balconi di tutta Italia e poi l’altro quel “ne usciremo migliori” che ci dava anche la forza di sopportare il dolore ed i sacrifici imposti. Sono bastate invece una estate semi normale, ed una seconda ondata violenta per scoprire che no, non ne siamo usciti migliori, anzi questa distanza fisica imposta si è trasformata in una assenza di empatia ed il sospetto verso l’altro, possibile untore, ci ha incattiviti.

Quello che è accaduto negli ultimi giorni a Pizzo racconta questo, un chiacchiericcio da paese che tra gruppi Whatsapp, stati inquisitori di Facebook e chiamate fiume in cui dire tutto ed il contrario di tutto, si è trasformato in una pesante caccia alle streghe nei confronti di un intero nucleo famigliare. Il tutto nasce da un battesimo, celebrato il 31 ottobre, quindi prima che la Calabria venisse dichiarata zona rossa, seguendo le disposizioni vigenti, come raccontano i genitori del piccolo, che avevano già rimandato la scorsa primavera funzione religiosa. In chiesa distanziamento garantito e fatto rispettare per i pochi invitati, genitori e zii, un numero comunque inferiore a quello che la chiesa può ospitare così come stabilito dalle norme anti covid, e poi nessuna festa, ma solo un pranzo a casa, come una normale domenica in famiglia.

A distanza di dieci giorni dalla cerimonia, uno degli invitati al battesimo, ha deciso in via del tutto precauzionale di fare un tampone ad un laboratorio di analisi privato a Vibo. L’uomo, risultando positivo, ha subito avvisato i congiunti che nella stessa giornata si sono sottoposti a tampone risultando positivi. In totale una quindicina di persone, le quali, in attesa di essere contattati dall’Asp per i tamponi molecolari, giustamente e coscienziosamente, sapendo anche dei ritardi accumulati nell’esaminare i tamponi, hanno avvisato tutti i possibili contatti avuti in modo che potessero anche quest’ultimi sottoporsi a tampone privatamente ed avere subito un responso.

Una correttezza verso l’intera comunità che invece di generare un plauso, ha dato vita ad una serie di accuse senza senso e di calunnie che hanno riguardato anche persone non direttamente invitate al battesimo e le loro attività lavorative. È qui che il senso di comunità viene meno, abbandonandosi a puntare il dito invece che chiedersi se fosse il caso di rendersi disponibili a dare una mano, o magari ancora si poteva imboccare una terza via, forse la più signorile, scegliere il silenzio ed il rispetto per il dolore altrui. La speranza della famiglia, ora alle prese con il virus, e di una parte della collettività è ancora ci sia tempo per imparare dai propri errori.

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