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La signora Maria Barbieri bloccata a letto

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A Pizzo un dramma umano che si consuma tra le lenzuola di un letto che è diventato una prigione per una donna immobilizzata a letto


PIZZO – Ci sono storie che emergono dal silenzio delle mura domestiche solo quando la disperazione supera la soglia della sopportazione. Quando la paura di non farcela diventa più forte della vergogna di chiedere aiuto. La vicenda di Maria Barbieri è una di queste: un dramma umano che si consuma tra le lenzuola di un letto che è diventato una prigione. La donna sta vivendo giorni di autentico terrore.

Le sue condizioni di salute, già precarie a causa di una grave forma di obesità che le impedisce la deambulazione, sono precipitate drasticamente dopo un recente ricovero ospedaliero. Dimessa alla vigilia di Natale dal reparto di Medicina Generale dell’ospedale di Vibo Valentia, dove era giunta in condizioni critiche – tanto da aver richiesto manovre rianimatorie e un periodo di coma – Maria sperava di poter intraprendere un percorso di recupero. Invece, l’immobilità forzata ha presentato il conto più salato: il suo corpo, indebolito e statico, ha sviluppato lesioni da decubito di impressionante gravità.

Le immagini, che i familiari hanno deciso di mostrare come estrema testimonianza del loro calvario, documentano una situazione clinica allarmante, con tessuti necrotizzati e ferite profonde, simili a voragini, che minacciano di infettarsi in modo irreversibile.

«Sto perdendo la gamba», è il grido strozzato che Maria ha affidato a una telefonata carica di angoscia. Consapevole che ogni ora che passa riduce le speranze di una guarigione senza traumi permanenti.

DI FRONTE AL QUADRO CLINICO DELLA DONNA, LA RISPOSTA DEL SISTEMA DEL SISTEMA SI E’ ARENATO NELLE SECCHE DELLA BUROCRAZIA

Di fronte a questo quadro, la risposta del sistema si è arenata nelle secche della burocrazia. I familiari, tra cui il marito Francesco, hanno tentato la strada dell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI). Sperando che le cure potessero arrivare direttamente al capezzale della donna. Tuttavia, il personale infermieristico, presa visione della gravità delle ulcere, ha dovuto alzare bandiera bianca: le lesioni sono troppo severe per essere gestite a domicilio.

La prescrizione è stata chiara: serve un ricovero immediato in una struttura in cui ci sarebbero specifiche specializzazioni, come nell’ospedale di Serra San Bruno, attrezzata per trattare patologie di questa complessità. Ed è qui che la famiglia si è scontrata con un muro di gomma. Non è chiaro chi e come debba firmare l’impegnativa per questo trasferimento diretto. Mentre si affaccia lo spettro di dover passare nuovamente per il Pronto Soccorso. Un’ipotesi, quest’ultima, che terrorizza la paziente: trasportare una donna nelle sue condizioni, in barella, per poi attendere ore o giorni in un’astanteria senza la certezza di un posto letto adeguato. Rappresenterebbe un calvario fisico e psicologico insostenibile.

LA FAMIGLIA DENUNCIA L’IMPOSSIBILITA’ DI SOSTENERE I COSTI PER IL TRASPORTO URBANO

A complicare ulteriormente uno scenario già critico, subentra l’aspetto economico. La malattia, in questi casi, diventa un lusso che non tutti possono permettersi. Maria e i suoi cari denunciano l’impossibilità di sostenere i costi per il trasporto sanitario. Già in occasione delle dimissioni di dicembre, l’assenza di un servizio pubblico per il rientro a casa ha costretto la famiglia a pagare di tasca propria trecento euro per un’ambulanza privata. Ora, con la prospettiva di dover raggiungere strutture specializzate, anche fuori regione per un futuro intervento bariatrico necessario a salvarle la vita riducendo il peso corporeo, la mancanza di liquidità diventa un ostacolo insormontabile.

Si parla di cifre che per molti potrebbero sembrare contenute, poche centinaia di euro, ma che per Maria rappresentano la differenza tra la cura e l’abbandono. Quello che Maria chiede oggi, attraverso la voce rotta dal pianto, non è pietà, ma un intervento deciso e coordinato. Una procedura d’urgenza che le permetta di essere ricoverata subito nella struttura idonea, saltando i passaggi burocratici. Burocrazia che la sta condannando a un’agonia lenta, e un supporto per un trasporto dignitoso. La speranza è che questo appello scuota le coscienze di chi ha il potere di firmare quel documento o di stanziare quel piccolo aiuto necessario a restituire dignità a una vita sospesa. Non c’è più tempo per i rimpalli di responsabilità. C’è una vita in bilico che attende di essere soccorsa con la dignità che ogni cittadino merita.

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