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Corso Vittorio Emanuele a Vibo Valentia

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VIBO VALENTIA – Maria Chiara Crupi è una commerciante vibonese. Ha l’attività di abbigliamento su Corso Umberto I che gestisce insieme alla sorella. La sua è una delle tante storie di piccoli esercenti, partita Iva, che hanno subito in maniera pesante questa crisi sanitaria che è divenuta anche economica. Col negozio chiuso dal 12 marzo, quindi ad oggi 45 giorni, e con la seria prospettiva di non riuscire più a risollevarsi, sottolinea – in linea con altri suoi colleghi del settore anche di fuori regione – la necessità che si dia attuazione ad un reddito di quarantena per gli imprenditori e alla cancellazione totale di qualsiasi spesa, oppure 25% del fatturato a fondo perduto.

Con l’attività ferma gli introiti sono pari a zero ma l’affitto bisogna continuare a pagarlo, così come le bollette di casa e del locale. Non solo, la merce deve essere rimossa perché la temperatura e cambiata e con essa, inevitabilmente i capi d’abbigliamento. Quindi sarà una “guerra” con i fornitori: «Come se già non provenissimo da anni difficili sotto il profilo commerciale. Come potremo affrontare il resto dell’anno senza traffico di persone nei negozi?», domanda l’imprenditrice: «Nessuno ci spiega chi compenserà il calo di fatturato del distanziamento sociale uniti alla perdita degli ultimi tre mesi.Non ci si rende conto che la piccola e media impresa costituisce la spina dorsale dell’economia italiana. Ci utilizzano per fare un test sul reinserimento sociale e noi stiamo aperti per il 20% di fatturato (forse) ma con tutti i costi fissi da sopportare».

Alla luce della situazione, Maria Chiara Crupi condivide la provocazione (che poi è un qualcosa in più) di diversi suoi colleghi: «Abbiamo in mano l’unica arma che può salvarci tutti: quando ci diranno la data di apertura semplicemente non apriamo. Nessuno. Possiamo farlo: siamo impresa privata e non siamo obbligati ad aprire. Non importa quando dura, tanto abbiamo già dato per mesi. Se saremo migliaia, tutti uniti (e non solo in tanti) dovranno ascoltarci. Apriremo solo in presenza di almeno una delle due opzioni: un vaccino ma fino a quella data ci dovrà essere il reddito di quarantena e nessuna spesa per le aziende oppure un bonifico sui nostri c/c del 25% del fatturato a fondo perduto. Se vogliono farci aprire solo per fingere “un mondo normale” lo facciamo, ma a spese loro e, come detto a fondo perduto. E perché mai noi dovremmo ridare 25.000 euro peraltro a tassi di mercato».

La Crupi aggiunge di avere la sensazione di sentirsi come «nel film “The truman show”, perché ci ritroveremo con la città pulita, i negozi aperti ma senza clienti. D’altronde, in questo momento, chi ha bisogno di capi di abbigliamento? Chi andrà a spendere quei pochi soldi rimasti in questa tipologia di merce? Le mie clienti tipo sono le insegnanti, ma con le scuole chiuse e la didattica a distanza, difficilmente verranno a fare acquisti. Anche la merce alla fine che è la cosa più pesante da pagare e le aziende ancora oggi ci stanno col fiato sul collo .Ed è solo uno dei tanti esempi. Sinceramente non riesco riesco a comprendere l’entusiamo di alcuni colleghi nel voler riavviare le rispettive attività. Per cosa? Per avere un numero di clienti esiguo ma continuare, per contro, a dover pagare le tasse e le bollette?».

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