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La Certosa di Serra San Bruno

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SERRA SAN BRUNO (VIBO VALENTIA) – Sono separati da tutti e, al tempo stesso, uniti a tutti. Come scrive anche il vaticanista Enzo Romeo nel bel libro “I solitari di Dio” (Rubbettino, 2005). Soffia il vento della spiritualità di Bruno, in quel luogo dove il santo di Colonia trascorse i suoi ultimi dieci anni di esistenza, per poi morire nel 1101, nelle terre a lui offerte dal conte Ruggero. A Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia, i monaci certosini conducono una vita eremitica di preghiera di raccoglimento.

Ed oggi la “quarantena”, che stiamo sperimentando nelle nostre case, somiglia, per certi aspetti, alla clausura che i monaci vivono tutti i giorni, in Certosa. Per loro, una clausura scelta, voluta, desiderata. Quindi a chi, se non proprio a loro, chiedere consigli e suggerimenti, anche spirituali, per affrontare al meglio questo periodo? In punta di piedi entriamo nel silenzio della Certosa per intervistare il priore, Dom Ignazio Iannizzotto, che ringraziamo per aver accolto il nostro invito.

In che modo state vivendo questa situazione di emergenza da Covid-19 all’interno della Certosa di Serra San Bruno? Avete cambiato qualcosa negli stili di vita e in quei momenti di agape comunitaria e fraterna che la regola consente?

«La regola certosina comporta già una notevole separazione dal mondo che, in qualche modo, corrisponde a ciò che le autorità ci stanno chiedendo e quindi la nostra vita in concreto non è cambiata molto. I momenti di fraternità all’interno della clausura in fondo sono equiparabili a quelli di una normale famiglia che vive nella propria casa, tuttavia abbiamo voluto che alcuni aspetti della nostra vita sottolineassero la nostra comunione con tutti coloro che vivono con sofferenza questo periodo. Penso soprattutto alla privazione dell’eucaristia per tanti fedeli, per questo abbiamo deciso di rinunciare ad un segno molto importante nella liturgia certosina, che si è mantenuto fin dai primi secoli: la comunione al calice per tutta la comunità. Ripeto, oltre ad una scelta di prudenza igienica, per noi è soprattutto un far memoria, attraverso questa rinuncia, della più grande rinuncia a cui sono costretti tanti nostri fratelli e sorelle. Abbiamo anche scelto di fare lo “spaziamento” settimanale dentro le mura del monastero soprattutto per evitare nella gente ambiguità riguardo la possibilità o meno di fare passeggiate».

Dom Ignazio Iannizzotto

La Conferenza Episcopale Italiana nel comunicato del 12 marzo ha affermato che si può contare su un’azione orante continua per il Paese, che proviene dai monasteri…

«Penso che questo virus, che è dilagato proprio durante la Quaresima, sia un’occasione per noi monaci di andare al cuore della nostra vocazione di comunità orante “separati da tutti, ma uniti a tutti”. Questa coscienza del compito prioritario della preghiera riconduce tutte le nostre comunità all’essenza della vita monastica. Dobbiamo sentirci responsabili delle Messe che possiamo continuare a celebrare nei monasteri e della liturgia che continuiamo in coro. Ci è stato dato questo privilegio non certo perché siamo migliori, anzi, forse proprio perché non lo siamo! Dobbiamo essere più che mai consapevoli che nessuna delle nostre preghiere va vissuta senza sentirci uniti a tutta la Chiesa e a tutta l’umanità, raccogliendo l’implorazione di tutti ed offrendo al Padre la nostra impotenza, il nostro timore, la nostra speranza».

La necessità di contenere e contrastare il contagio da Coronavirus impone a tutti noi di restare a casa e di stravolgere così le nostre abitudini. Non è semplice limitare gli spostamenti e vivere per settimane all’interno delle quattro muova domestiche. Mentre voi monaci scegliete già una vita che si stabilizza in un luogo, la Certosa, in questo caso, tanto da fare persino voto di stabilità. Che consigli si sente di offrire a chi ci legge, per sfruttare al meglio questo periodo di “quarantena”, anche come occasione di crescita spirituale?

«Il rapporto col tempo è una delle chiavi fondamentali della vita spirituale. In questo periodo l’esperienza che tutti stanno facendo è quella del “fermarsi”, si tratta di una dimensione nuova, a cui non si era abituati, infatti è diventato quasi impossibile nella cultura occidentale moderna; neppure per le vacanze ci si ferma veramente, niente può arrestare la nostra corsa affannosa per approfittare della vita, delle del tempo ed anche delle persone. Fermarsi invece vuol dire ritrovare il presente, la vera realtà della vita e del tempo. Nel Salmo 45 Dio ci invita a fermarci per riconoscere la sua presenza tra di noi: “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra” (Sal 45,11-12). Dio ci chiede di fermarci, non ce lo impone, ci chiede de fermarci come ci si ferma davanti ad una persona amata, o davanti a qualcosa di bello che ci riempie di silenzio. Fermarsi davanti a Dio significa riconoscere che la sua presenza, riempie l’istante e quindi soddisfa pienamente il nostro cuore».

Che cosa la tradizione monastica e, in particolare, quella certosina hanno da insegnare sull’importanza di scandire con regolarità e ordine i momenti della giornata?

«Si dice che i monaci vivano al ritmo della campana… In realtà la nostra regola ci insegna soprattutto a vivere ogni momento della giornata con quell’attenzione e quella disponibilità all’ascolto, che può aiutarci a riconoscere la ricchezza di tutta la realtà. Ogni cosa che facciamo, ogni attività che dobbiamo svolgere, anche il riposo, tutto ha una grazia propria, un tesoro che ci viene svelato e donato, se sappiamo fare tutto senza affanno e con regolarità. La nostra giornata deve essere quindi “sinfonica”, ogni cosa deve avere il suo valore e ogni cosa va fatta al suo momento giusto, senza creare disordine e senza attaccarsi all’una o all’altra attività a scapito delle altre: tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio e tutto è ricco di grazia».

In queste settimane i fedeli cattolici sono anche chiamati al digiuno dall’eucarestia: è una quaresima particolare, questa, in cui davvero si fa esperienza del “deserto”. Le Messe con il popolo sono sospese nella maggior parte del mondo occidentale, e non solo. Nella storia del monachesimo il digiuno dall’Eucarestia è ricorrente: in Oriente come in Occidente chi si ritira dai centri urbani per abbracciare una vita di silenzio e di contemplazione, eremitica, se non è sacerdote, non ha la possibilità di accedere all’Eucarestia, anche per anni. Su questo che cosa può dire il monachesimo all’uomo di oggi?

«La pratica quaresimale del digiuno eucaristico sopravvive ancora nel Rito Bizantino e, in forma minore, nel Rito Ambrosiano. Da noi, nei tempi passati, i fedeli si accostavano alla comunione piuttosto raramente, tanto che vi era il precetto che diceva di fare la comunione “almeno a Pasqua”. Oggi le cose sono cambiate e la possibilità di accostarsi quotidianamente all’Eucaristia è molto importante per la vita dei fedeli, tuttavia è anche importante mantenere vivo il bisogno e il desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, per riscoprire che ciò che ci viene donato è un mistero straordinario e per niente scontato. Nell’amore non c’è niente di peggio dell’abitudine e questo vale e soprattutto nell’amore per il Signore: Lui ci dona sé stesso in un atto di sacrificio che deve sempre trovarci colmi di desiderio e di gratitudine, di gioia e di timore. In questi giorni mi capita di pensare a quando finalmente sarà possibile per i fedeli riaccostarsi agli altari per ricevervi l’Eucaristia, immagino le loro lacrime, la gratitudine, la lode del cuore: sarà una vera Eucaristia!»

Questi giorni per la vostra comunità sono coincisi anche con la scomparsa del certosino Dom Elia Catellani, un uomo di grande spiritualità. Che ricordo Lei ha di Dom Elia?

«Quello che è notevole nella storia spirituale di D. Elia è la percezione che lui aveva della sostanziale unità della sua vocazione, pur nella molteplicità di vicende che ha attraversato. La sua forte propensione pastorale, il desiderio di incontrare la gente, di accogliere tante anime bisognose di conforto, tutto ciò che alla fine lo avrebbe portato a vivere fuori dalla Certosa, lui non lo ha mai vissuto in modo conflittuale o polemico, ma quasi con la semplicità di un bambino che non si pone problemi, con una grande libertà spirituale. Ed è proprio questa la dote monastica di D. Elia, che mi sembra importante evidenziare: una grande libertà spirituale, unita però ad un forte senso degli obblighi che aveva come religioso e come sacerdote. Se da una parte lui è stato sempre molto scrupoloso, così come anche fedelissimo al dovere della preghiera, d’altra parte la sua apertura mentale gli consentiva di accogliere, comprendere ed aiutare tutte le persone che si rivolgevano a lui, sia in Certosa che fuori. Infatti tutti lo ricordano sempre disponibile, sempre accogliente, sempre sorridente, quando gli si chiedeva un aiuto di qualsiasi tipo. La gioia che D. Elia sapeva esprimere ricorda quella caratteristica di San Bruno che si legge nel titolo funebre scritto, in occasione della sua morte, dai monaci di Calabria: Semper erat festo vultu (Aveva il volto sempre lieto). Chiunque ha conosciuto D. Elia ricorderà con affetto quel volto “sempre lieto” che lo faceva tanto somigliare al nostro Padre Bruno, una letizia che si trasmetteva a tutte le persone che lo incontravano, una letizia che con semplicità mostrava il vero valore delle cose che contano e di quelle che passano. Una letizia che sapeva esprimersi con un delicato sorriso, come quello che è rimasto sul suo volto perfino dopo il decesso e che tutti ricorderemo».

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