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“E’ un libro della fine del secolo scorso. Dopo un decennio di Mani pulite, di una azione giudiziaria non corretta portata avanti per tanti anni, avevo fatto delle riflessioni giuridiche non polemiche, non per oppormi alla magistratura che indagava ma per verificare se i giudici in quel periodo avessero in qualche modo assolto un ruolo diverso”.

Così Giuseppe Gargani, ieri all’Hotel de la Ville, a margine dell’incontro per la presentazione del suo libro dal titolo “In nome dei Pubblici Ministeri – Dalla Costituente a Tangentopoli: storia di leggi sbagliate”, ripubblicato proprio in questi giorni. L’ex europarlamentare si è confrontato con Agostino De Caro, ordinario di diritto processuale penale, l’avvocato Amerigo Festa e il deputato di FI Gianfranco Rotondi e Generoso Picone in veste di moderatore.

“Dagli anni ’90 in poi sono venute fuori una serie di incongruenze, di disfunzioni gravi all’interno della magistratura. Da qui il titolo: ‘In nome dei pubblici ministeri'”. Gargani osserva che “una giustizia in crisi determina una crisi della democrazia. Quando il giudice non è terzo diventa un magistrato politico. Il pubblico ministero deve essere garanzia per il cittadino”.

Favorevole al referendum sulla responsabilità diretta dei magistrati: “Dovrebbe essere il legislatore a dover risolvere problemi così complessi. La domanda al cittadino è sempre manchevole. Sono passati cinquanta anni e il Parlamento non è in grado di fare un minimo di riforma della giustizia: l’appello al popolo ha qualche valore. Firmerò il referendum, una cosa che non avrei mai immaginato”.

Dopo l’assoluzione di Cesa a quella di Alemanno, l’affondo di Gargani: “Sono inchieste politiche. Da qui la crisi della democrazia. Tutti sono giustizialisti quando non hanno un problema personale”. Sul Recovery fund spera in Draghi: “E’ il Governo che deve guidare il processo. Se Draghi guida il processo è una garanzia”.

Gargani non può parlare di centrismo: “Da un anno e mezzo porto avanti il progetto della Federazione popolare dei democratici. Con Conte avremmo discusso volentieri poi si è appiattato sui 5stelle. Non ha imparato la lezione: da Palazzo Chigi è stato cacciato perché voleva una gestione personale del Recovery ora vuole una gestione personalissima dei 5stelle. Grillo non lo poteva consentire”.

Stesso ragionamento fa Rotondi: “I partitini di centro sono uno spezzatino che non prepara nessun piatto succulento. Un partito moderato ha un profilo dimensionale notevole, non ha un dato indifferente. Si è moderati se si è massa, se si raggiunge il 30% dei consensi. Scommetterei più su un avvenimento nuovo che su tanti punti di sutura”. Qual è il nuovo avvenimento? “Aspettiamo di lavorare ad un programma per l’Italia che sia originale nei confronti delle parole d’ordine dei partiti che sono in campo e sul quale si possa fare una scelta elettorale distinta dalla destra e dalla sinistra. Se questo spazio c’è stiamo lavorando ad progetto che ha un avvenire, altrimenti siamo su binario morto”.

Il discorso con Conte sembra chiuso: “E’ una scommessa azzardata. Ha pensato che fosse più sicuro appropriarsi del M5s che della Dc. Al posto suo lo avrei fatto quando il M5s era in scesa, adesso sembra in procedura di liquidazione in senso anche tecnico viste le diatribe con Casaleggio”.

Sulla giustizia Rotondi è solo in parte d’accordo con Gargani: “C’è qualcosa che non va tra trent’anni. Non è però a suon di fiducia né per via di referendum che si riforma”. Un passaggio infine sul’ elezione del Capo dello Stato: “Sono per Berlusconi ma sembra che questa cosa in FI crei più imbarazzo che entusiasmo. Sono convinto che Belrusconi verrà riabilitato non solo sul piano giudiziario, come sta avvenendo, ma anche politico”.

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