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Dalla sua parte la non comune capacità di grande comunicatore, con battute simpatiche, a volte anche sopra le righe. Contro la pochezza dei contenuti, fatta eccezione per la grande passione nello spiegare le ragioni del Sì per il referendum costituzionale.
E’ un Matteo stanco quello che parla alla grande folla accorsa al Gesualdo. La firma a Napoli del patto con De Magistris, il forum al Mattino, l’incontro con i sindaci irpini in Prefettura, e prima ancora una frugale  colazione ai Feudi con pochi attori dello sviluppo, gli hanno tolto un pò di smalto. Che, però, riesce a recuperare con ammiccamenti che oscillano tra ricordi del passato dell’Avellino calcio in serie A (la sua prima partita vista in uno stadio quando aveva sette anni)  all’elogio delle eccellenze di radici irpine come la dinastia dei Ferragamo.
C’è poco spazio nel suo dire per l’Irpinia dolente, quella che proprio non ce la fa a raggiungere la fine del mese, come i forestali e i tanti licenziati di una crisi che avanza. Il cahier de doleance gli è stato snocciolato in prefettura dai sindaci e dalle delegazioni di operaii senza più lavoro.
Certo, c’è il vino,l’olio, i prodotti tipici, da Renzi evocati come manna dal cielo, ma senza infrastrutture, senza la presenza attiva del governo anche queste risorse diventano un quadretto oleografico.
Come per il Sud. A cui il premier riserva solo qualche passaggio per dire che occorre smetterla con la cultura del lamento.
Egli ha assolutamente ragione, solo che per evitare il lamento bisognerebbe rimuovere le cause che lo generano. Questione antica di un Mezzogiorno che si allontana sempre più dal miracolo lombardo-veneto e che tra masterplan e patti con le regioni meridionali non riesce a fare un solo passo in avanti.  
Ma il volto del capo del partito democratico e premier si illumina quando comincia a parlare del referendum costituzionale.
E qui viene fuori la grinta del combattente, di chi investe tutto nella difficile battaglia del cambiamento.
Perché, dice Renzi, la sfida vera è tra chi per decenni ha promesso le riforme e chi, invece, avendole fatte viene additato come traditore della patria. E’ il vecchio che avanza, sono coloro che per oltre trenta anni, tra fallimenti e inciuci, non sono riusciti ad ammodernare il paese.
Renzi non lo dice, ma avverte che il pericolo è nel tentativo di una vecchia classe dirigente di riciclarsi. Lui punta, invece, sull’innovazione e spiega punto per punto, quasicon ossessione, le ragioni che dovrebbero indurre il popolo sovrano a votare per il Sì. Dalla platea si alza una voce: mi hai convinto e lui, il Matteo nazionale, gongola di gioia. Pensa tra se: un voto in più è cosa buona e giusta. La battaglia continua nel Paese, soprattutto nel Sud accreditato al No. Saranno giorni di fuoco quelli a venire.

 

GIANNI FESTA

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