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AVELLINO – In quindici anni Angelo Giusto in Consiglio regionale non è mai mancato. Esponente del Pci e poi di Sinistra Democratica ha ricoperto numerosi incarichi e ha dato un contributo significativo alla stesura del nuovo Statuto regionale approvato nel 2009 e alla riforma della legge elettorale.
“Se le leggi dello Statuto di un ente giovane come la Regione scivolano via e non vengono applicate, se la Regione non è vissuta come un ente legislativo ma solo come disturbatore di prebende, allora significa che c’ è bisogno di fare un tagliando. Nel pensiero dei costituenti doveva essere un ente di indirizzo, di elaborazione di una strategia generale, un’istituzione con competenze legislative, oggi, invece, è preda del malgoverno, serve per lo più alla gestione della ‘borsa’ attraverso una pratica insensata delle distribuzione delle risorse. Come può la Regione decidere se è meglio la sagra del fagiolo di Volturara o la Zeza di Mercogliano?”
In molti se lo chiedono, lei che dice?

“Che non si può mantenere in capo alla giunta regionale la decisione del finanziamento della sagre di paese, delle pro loco, delle iniziative culturali. Alla Regione spetta il pensiero madre di redigere il bilancio e individuare la parte delle risorse che si assegnano. Non possiamo continuare la farsa delle processioni verso Palazzo Santa Lucia con la testa abbassata e il cappello in mano per elemosinare soldi per stanziamenti con procedure più o meno regolari. Chi si ricandida o partecipa per la prima volta alle elezioni regionali deve avere il coraggio di prendere una posizione rispetto a questa situazione”.
C’è un gap di comunicazione tra Regione e territorio?
“Lo statuto, è bene ricordarlo, è una sorta di Costituzione che non può non essere rispettata. Partiamo dagli articoli 19, 20 e 21. Il primo prevede che i Comuni e le Province concorrono alla determinazione della politica regionale ed alla programmazione economica e territoriale. L’articolo 20 chiarisce che la Regione, i Comuni, le Province, in attuazione del principio di sussidiarietà favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale. Nell’articolo 21 si legge che il riparto delle risorse finalizzate allo sviluppo deve tener conto degli squilibri economici e sociali presenti fra le diverse aree territoriali e delle esigenze dei piccoli Comuni. E infine l’articolo 22 istituisce il Consiglio delle autonomie locali, organismo regionale di partecipazione e consultazione dei Comuni, delle Province. Queste norme restano oggi lettera morta”.
Infatti il Consiglio delle autonomie non esiste
“Se la Regione credesse alla sue leggi avrebbe dovuto eleggerlo ma non è mai successo. Il Consiglio delle autonomie dovrebbe essere un organo parallelo al Consiglio regionale. Per il resto, lo stesso articolo 118 della Costituzione stabilisce che le funzioni amministrative che non richiedono un esercizio unitario a livello regionale sono conferite con legge regionale ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Comunità montane per quanto di loro competenza, sulla base dei principi di autonomia, sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione”.
Lei si è opposto con decisione all’aumento del numero dei consiglieri regionali
“Quando abbiamo discusso il nuovo Statuto c’era una frotta di colleghi consiglieri che voleva portare a 80 i componenti dell’assise che allora erano 60. Mi sono messo di traverso per non far passare questa follia. Tra l’altro si prevedevano 16 componenti nominati dal presidente della giunta che si aggiungevano ad altri 16 assessori: altro che il presidenzialismo dei populisti”.

C‘era, poi, il problema delle quote rosa
“Le donne in Consiglio erano poche. Si voleva rimediare con le liste bloccate ma io proposi una legge proporzionale con premio di maggioranza e un sistema di voto che prevedesse la possibilità di esprimere due preferenze di genere diverso, una per un uomo e un’ altra per una donna. Alle elezioni successive sono state elette 16 donne”.

L’articolo 8 è stata un’altra sua battaglia.
“Ho tenuto bloccato il consiglio regionale per sei settimane su un comma dell’articolo 8 che alla fine è passato. Una norma breve ma molto importante che riconosce l’acqua, l’aria e il vento come beni comuni dell’umanità di valore universale indirizzandone l’utilizzo all’interesse pubblico. Oggi anche dopo il referendum sull’acqua pubblica c’è ancora chi immagina di privatizzare la pioggia. Pure in questo caso una legge regionale che non viene tenuta in conto”.

Che fare oggi, da dove si riparte?

“Oggi credo che sia il tempo, a 50 anni dalla nascita della Regione, di fermarsi un attimo per ridefinirne i compiti, per ribadire il rispetto del suo Statuto e delle leggi regionali, il ruolo delle autonomie locali e per elaborare una strategia per il riequilibro del sistema territoriale campano. Se la fascia costiera è la più popolosa non dimentichiamo che il novanta per cento del territorio della Regione è montano. Le aree interne non possono essere escluse dalla gestione delle risorse perché si guarda solo al Golfo di Napoli o al cielo di Caserta. Deve essere la Regione dei cittadini e delle comunità”.

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