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La Pasqua ormai imminente ci trova cambiati e ci cambierà. Ci raggiunge in una comune situazione di povertà, reclusi dietro le sbarre della paura del contagio, affamati e assetati di aria pulita, di verde, di fiori, di passeggiate, di abbracci e lunghe serate a celebrare “la certezza di vivere”. Sembrano mancare anche i riferimenti consueti della fede che davano al Giovedì Santo il sapore del Pane, al Venerdì la solennità nuda della Croce, al Sabato il chiarore tenue e forte della Luce del Risorto. I nostri parroci sono in sofferenza, nelle chiese chiuse, come madri, dopo il parto, cui monti il latte che nessuno verrà a succhiare. Le strade deserte ci fanno desiderare anche la processione laica degli abiti nuovi, dei sorrisi, degli auguri, delle magliette colorate sfoggiate al primo sole come bandiere o stendardi di festa, un gran pavese di gioia al soffio di “zefiro torna”. C’è una parola, purtroppo fuori corso, che può esprimere il senso di questa Pasqua ed è “diaspora”: è il termine con cui gli ebrei designavano una celebrazione pasquale in esilio, lontani dalla terra promessa, senza solennità, consumati dalla nostalgia, nello sforzo di ricordare per non perdere la memoria e l’identità, con la speranza di poterla vivere l’anno successivo nell’abbraccio delle mura di Gerusalemme. È un termine che nacque con le prime esperienze di esilio in Babilonia, ma che ha trovato radici anche in altre epoche di difficoltà, in altri luoghi lontani, nei campi di concentramento o nei secoli in cui, ad esempio in Europa, le comunità ebraiche celebravano la pasqua mangiando il pane amaro dell’esilio ed avevano occhi lucidi per sperare un ritorno. Lo speriamo anche noi un ritorno, alla normalità (?), alla socialità, alla ritualità degli abbracci e del toccarsi senza paura, alla possibilità di veder uscire i nostri figli, agli appuntamenti della fede così centrali in questi giorni santi con gesti e parole posti da Gesù duemila anni fa e che sono scodellati sui nostri altari nuovi di zecca come se accadessero adesso, processioni a torrenti, a fiumi, con statue e lampioni, con lance e spade, con canti che sciolgono il cuore in pianto… Questa del 2020 è una Pasqua in diaspora, in esilio dai consueti riti della Settimana Santa, ma non meno importante delle altre. Celebrarla, sia pure con l’essenziale, con un sussidio preparato dal parroco, con una diretta televisiva o semplicemente con una candela accesa alla finestra, aiuta a mantenerci vivi, a coltivare la speranza, a non perdere la fede, a non disperdere la memoria. Nella trama di questi giorni dolorosi, nelle bare allineate, nella processione dei mezzi dell’esercito che lentamente si muove in cerca di una zolla di terra che possa accogliere le vittime, nei tanti, uomini e donne, ancora intubati nei nostri ospedali con i polmoni rattrappiti dal virus, nei parenti in attesa che saltano di apprensione ad ogni squillo del cellulare, nelle lacrime trattenute, calcificate negli occhi come pietre perché anche di esse il Covid-19 ci ha privati, nell’attrazione fatale che sentiamo per le nostre chiese dove Gesù siede a mensa con i suoi, restando a casa comunque, in questi eventi e in tante paure che ci prendono per il futuro, dobbiamo restare e resistere. La frase di augurio con cui si concludevano le cene pasquali in esilio era invariabilmente: “Quest’anno celebriamo qui, nel limite e nella tristezza, ma l’anno prossimo a Gerusalemme!”. Queste parole hanno tenuto in piedi una comunità di fede anche nei momenti più tragici della travagliata storia di Israele ed hanno impedito il perdersi dell’identità attraverso il volano della speranza. Noi non dobbiamo attendere un anno, ma già ora, qui, in questa Pasqua anomala, il Cristo Risorto ci viene incontro con il suo sorriso rassicurante ed il suo saluto: “Pace a voi!”. Ci sembrava che ci eravamo perduti e invece siamo salvati da questo e da mille altri virus, siamo riscattati dalla morte finalmente vinta e ci ritroviamo come sopravvissuti a una catastrofe che stentano a credere che sia tutto finito. Sarà come vedere sorgere il giorno dopo una lunga notte polare, e con la luce il Crocifisso Risorto. Zucchero canta “Il sole all’improvviso… scoppierà!” Poi sarà Alleluia.

                                                                                           + Arturo Aiello

                                                                                                      Vescovo di Avellino

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