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Si è spento negli Stati Uniti all’età di 97 anni Dante Della Terza, lo studioso che insegnava ad Harvard ma portava nel cuore la terra natale

“Dante Della Terza apparteneva a quella generazione di irpini che hanno offerto alla cultura italiana e politica un contributo decisivo. Penso ad Antonio La Penna, Attilio Marinari e Antonio Maccanico a cui Della Terza era legato da una profonda amicizia. Era una generazione cresciuta al liceo Colletta sotto la guida del professore Enrico Freda, fortemente legata alla propria terra. L’ultimo incontro risale proprio ad una celebrazione dedicata a Maccanico. Aveva voluto fortemente essere presente”.
E’ Gerardo Bianco, presidente Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno, a sottolineare la centralità rivestita da Della Terza, amico di vecchia data, nel panorama culturale internazionale.

Quale è stato il contributo di Della Terza alla cultura italiana?
“E’ stato un contributo enorme. E’ Della Terza, quando ancora dominava una critica letteraria legata a Croce ad aprire la cultura italiana al confronto con correnti del pensiero critico provenienti da Francia, Usa e Germania. Del resto, a contraddistinguere la sua formazione, sotto la guida di Luigi Russo, è proprio l’esperienza internazionale che gli consente, dapprima come studente, di ottenere una borsa di studio a Zurigo e poi di diventare professore negli States. E’ stato un grande studioso di Leopardi e spesso ribadiva come gli studi sul poeta di Recanati lo conducessero a De Sanctis, a cui aveva voluto dedicare un ultimo prezioso saggio, in occasione delle ultima celebrazioni per il bicentenario, pubblicato sulla rivista di studi desanctisiani, diretta da Toni Iermano. Preziosi anche i suoi studi su Dante Alighieri. Un suo ultimo contributo avrebbe dovuto essere ospitato dal convegno a cui stava lavorando un suo allievo, il professore Rino Caputo. E’ stato un ambasciatore della cultura italiana negli Usa ma al tempo stesso ha traghettato in Italia la cultura mondiale”

Che legame conservava con l’Italia e l’Irpinia?
“Pur vivendo negli States, aveva voluto conservare una propria casa a Roma, dove tornava almeno una volta all’anno. Aveva un forte senso della convivialità, le nostre conversazioni erano spesso legate ai ricordi del ginnasio di Sant’Angelo dei Lombardi e del liceo Colletta. Il discorso cadeva spesso sulla sua terra e sottolineava spesso come si sentisse un autentico irpino. Quando gli chiedevo se non fossero state proprio le montagne irpine a ispirarlo sorrideva. Aveva un forte senso delle radici e dei rapporti interpersonali che rievocava nei suoi scritti, era capace di abbinare nella sua scrittura ai ricordi familiari la forza della salda analisi teoretica”

Come vi eravate conosciuti?
“Era la nostra un’amicizia maturata negli anni. Era stato il professore Romualdo Marandino a presentarlo, poi ci eravamo ritrovati a Recanati ad una celebrazione organizzata dal centro di studi leopardiani. Da allora i nostri colloqui erano diventati sempre più costanti, sempre nel segno delle comuni radici irpine. Insieme ad Antonio La Penna, Gennaro Savarese è stato un grande protagonista degli studi di italianistica, forse non adeguatamente valorizzato come avrebbe meritato. Uno dei suoi saggi è dedicato alla diaspora degli intellettuali europei negli Stati Uniti ma lui non si sentiva un esule, aveva una forte consapevolezza delle relazioni che possono stabilirsi tra cultura ma sapeva bene dove erano le radici”

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