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AVELLINO – E’ un omaggio alle donne contadine, custodi silenziose di una civiltà perduta, costrette a rispettare un ruolo ben preciso, senza ricevere mai realmente un adeguato riconoscimento sociale, quello che consegna Erberto Petoia in “Tutto a segno di croce”, De Angelis editore, in edicola da oggi con il Quotidiano del Sud.

Al lavoro dei campi si affianca la gestione della casa e l’educazione dei figli, con la donna ridotta al ruolo di produttrice-riproduttrice di forza lavoro. Il suo mondo è limitato all’ambito domestico e familiare e, se si fa eccezione per i pellegrinaggi, le fiere e i mercati, non conosce altri orizzonti al di fuori dei confini del proprio paese o villaggio. “In presenza di queste sfide – scrive Petoia – la donna contadina mostra tutto il suo pragmatismo, nell’accezione di visione del mondo e della vita, “di conoscenze, valori e codici comunicativi condivisi per mezzo del quale le donne costruiscono il senso (significato e valore) del proprio esistere e agire nel mondo e il senso del mondo in cui esistono e agiscono”.

Cruciali gli insegnamenti che sapranno impartire alle figlie femmine, perché da loro dipende il loro futuro di buone mogli e madri, alle figlie dovranno trasmettere le tecniche della cucina, della cucitura, della preparazione dei corredi e, soprattutto, il valore e l’importanza della difesa della verginità, considerato un bene prezioso da conservare a ogni costo. E’ la donna a gestire la vita e la morte, i cicli generativi e dei rituali di lenimento e di distacco in presenza della morte. Non è strano, dunque, che alla donna sia affidato il ruolo di mediatrice nei confronti di tutti gli universi soprannaturali, una sfera magico-religiosa che investe soprattutto l’ambito della salute, ora nelle vesti di levatrice, ora di guaritrice e dunque detentrice del potere della conoscenza. Un ruolo ancora più prezioso quando la medicina ufficiale si rivela impotente. E’ la donna a chiedere la grazia di un figlio o a invocare la guarigione di un familiare. “Il ruolo di attrice, o tramite con il trascendente, – scrive Petoia – non viene percepito mai come deviante dalla retta e vera fede, ma si inserisce in quella pluralità di cattolicesimi che si distanziano dall’ideologia religiosa del mondo egemone, attenta e intenta all’elaborazione di codici teologici e moralistici, o in quei livelli diversi di sacro che caratterizzano la religione popolare”.

Frequenti, ad esempio, i pellegrinaggi a piedi compiuti dalle donne dall’Alta Irpinia a Ripacandida, in provincia di Potenza, per chiedere la grazia a san Donato, protettore dell’epilessia, che, per la sua particolare natura. In questo caso è la madre dell’inferno a dovere espiare quella che appare a tutti come una propria colpa, attraverso una serie di prove mortificanti e umilianti da compiersi sotto lo sguardo di numerose persone. Di qui la pratica dello strusciòne, che consiste nell’entrare in chiesa strusciando la lingua sul pavimento. Una penitenza a cui si sottoponevano anche le donne che giungevano a San Gerardo per avere la grazia di un figlio. Giunte ai piedi delle scale che portano alla basilica, si inginocchiavano e, in questa posizione, cominciavano a salire i 22 gradini, cantando e soffermandosi su ognuno di essi, quelli che appaiono come atti di esplicita sottomissione alla chiesa e ai suoi santi da parte della donna. Ad emergere il ritratto di donne, private di una vera e propria fase adolescenziale, costrette fin da giovanissime a lavorare nei campi o a casa. “Poco o niente – scrive Petoia – il tempo da dedicare al gioco; su di loro ricade la responsabilità del governo della casa da cui la madre e il padre sono spesso assenti, e appena superata la pubertà diventano quasi subito ragazze da marito, in una società in cui le ragazze nubili e zitelle vengono viste negativamente, in quanto assenti dal processo di produzione-riproduzione della forza lavoro”.

Il timore più grande è quello di essere escluse dall’istituto del matrimonio a causa della loro età, della loro condizione economica, o più semplicemente di una cattiva nomea, matrimonio in cui il sentimento entra in minima parte, ridotto a questioni di dote e spostamento di beni, accompagnato da una ritualità che conferisce alla donna un trionfo pubblico destinato a durare solo quella giornata, per essere poi sottomesse al marito e ai suoceri. Poche le donne che osano ribellarsi alle scelte delle famiglie. Centrale in questo processo il ruolo del corredo, “il più forte valore simbolico dell’identità femminile al momento delle nozze” che le donne devono preparare per essere pronte al matrimonio, si spiega così l’apprendimento di alcuni mestieri, come il cucito, la filatura e il ricamo, parte integrante della stipula del contratto matrimoniale. “Una volta lavato e stirato, nell’imminenza delle nozze – scrive Petoia – il corredo veniva esposto ed esaminato dai familiari dello sposo, ma anche dalla comunità in genere, in una sorta di valutazione collettiva e comunitaria che sancisse definitivamente il contratto, scritto o orale, della dote”.

Un tema, quello della verginità, che si intreccia con quello del matrimonio, poichè la verginità è associata dalle donne all’onore personale o familiare, e spesso la sua perdita prima del matrimonio è motivo di vergogna anche per le generazioni future. Da lei e dalla sua integrità sessuale dipendono l’onore della famiglia e la forza di contrattazione nel gioco dello scambio matrimoniale, di qui la necessità di imporre divieti nei rapporti tra i fidanzati come quelli di incontrarsi e parlare da soli. Così dalle parole delle intervistate l’usanza che vietava alla donna durante il periodo di fidanzamento di entrare nella casa del futuro sposo, anche quando questi era assente. Numerosi i matrimoni che venivano celebrati dopo pochi mesi di fidanzamento senza che i due giovani avessero avuto un’effettiva possibilità di frequentarsi e conoscersi sufficientemente. Anche il corteggiamento era affidato ad intermediari in luoghi di vita comunitaria come le feste, le visite ed attività economiche. L’onore femminile diventa un bene quasi materiale che l’uomo può sottrarre alla donna e garantisca all’uomo una forma di controllo sociale dell’onore, della sessualità e del potere riproduttivo femminile.

Si spiega così la necessità da parte della donna, di dare pubblicamente prova della verginità, con il rituale del rifacimento del letto da parte della suocera o dell’esposizione sul terrazzo, alla finestra o al balcone, delle lenzuola su cui i coniugi hanno consumato la loro prima notte di nozze. Un rito testimoniato da un’ampia letteratura folcorico e da un detto che ancora sopravvive: “Je nu’ mmagge spusate cu lu piccione” (io non mi sono sposata con il piccione), con riferimento all’espediente di ammazzare un piccione a cui si ricorreva per fare le tracce di sangue. Nei racconti delle donne traspare ora l’orgoglio per la capacità di aver preservato l’onore, ora l’amarezza per il dover sottostare a un rigido cerimoniale, ad un’intrusione nella propria vita privata. Un rito che si affianca a quello della fujuta, che, nella cultura contadina, conviveva tranquillamente accanto al matrimonio canonico, ed era spesso un’alternativa diffusa e tradizionalmente accettata.

Proprio come la marginalizzazione del la donna durante il periodo mestruale e del puerperio, così alla donna con il ciclo mestruale veniva impedito anche di svolgere a mansioni domestiche, come se il mestruo fosse accompagnato da elementi negativi. Mentre ad emergere con forza è il rancore nei confronti dell’universo maschile che ha impedito dalle donne di studiare.
Erberto Petoia ha collaborato per anni alla cattedra di Storia delle religioni e Antropologia culturale presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli e presso l’Università di Roma III. E’ impegnato da anni in ricerche sul campo in Irpinia e nello studio e nella catalogazione del patrimonio culturale immateriale.

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