X
<
>

INDICE DEI CONTENUTI

7 minuti per la lettura

Capri Hollywood: dal 1995 l’isola azzurra accoglie i protagonisti del cinema internazionale, anteprime, premi e dialoghi culturali, trasformando Capri in un laboratorio globale di storie, talenti e creatività. L’intervista a Pascal Vicedomini, fondatore e anima del festival.


CAPRI – Ci sono eventi che nascono come scommesse e finiscono per diventare istituzioni. “Capri Hollywood” è uno di questi. Sono trascorsi trent’anni da quando Pascal Vicedomini accese la prima scintilla di un’avventura che oggi è un punto fermo nel calendario internazionale del cinema, dell’arte e dello spettacolo. Un appuntamento atteso, riconosciuto, capace di rinnovarsi senza mai tradire la propria anima: quella di un’isola che da sempre seduce il mondo.

Anno dopo anno, Capri si trasforma in un crocevia globale di stelle, autori, registi, produttori e protagonisti della cultura contemporanea. L’Isola Azzurra non ospita semplicemente un festival: mette in scena sé stessa, il suo fascino senza tempo, la sua vocazione naturale all’accoglienza, diventando vetrina privilegiata per l’intera Regione Campania e per il Mezzogiorno d’Italia. Dal lontano 1995, la visione è stata chiara: investire sulla cultura, sul cinema, sulle ricchezze materiali e immateriali di una terra che ha fatto della bellezza e dell’ospitalità il proprio marchio identitario.

Grazie alla partecipazione dei grandi nomi dello spettacolo internazionale e a un’attenzione mediatica in costante crescita, “Capri Hollywood” è oggi una raffinata operazione di marketing territoriale. Chi approda sull’isola in questo periodo dell’anno non è solo un ospite, ma diventa ambasciatore di un’eccellenza turistica e artistica che continua ad alimentare il mito di Capri nel mondo. Un mito che non vive soltanto delle sue straordinarie bellezze naturali, ma soprattutto delle storie, delle presenze, delle energie che nei secoli l’hanno resa unica: dall’imperatore Tiberio alle icone contemporanee del cinema e della cultura globale. Ed è proprio questa la forza che il Festival custodisce e rilancia, con ricadute positive che vanno ben oltre i confini dell’isola, irradiandosi su tutto il Sud Italia.

La 30esima edizione di “Capri Hollywood”, tenutasi dal 26 dicembre al 2 gennaio, si carica di un significato ancora più profondo. “Il cinema per la pace e il dialogo” è il tema scelto per un’edizione che ha offerto 210 proiezioni gratuite e ha accolto ospiti da ogni parte del mondo. Promossa dall’Istituto Capri nel Mondo, con il sostegno del ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo – e della Regione Campania, con la partecipazione di Intesa Sanpaolo e Givova e il patrocinio delle istituzioni locali, la kermesse si propone come un manifesto culturale e civile. Il messaggio è chiaro e necessario: il cinema non è solo intrattenimento, ma uno strumento potente per costruire ponti, abbattere muri, contrastare l’odio e l’indifferenza che segnano la società contemporanea. E Capri, ancora una volta, si conferma palcoscenico di un sogno che non smette di parlare al mondo.

Nella nostra intervista, Pascal Vicedomini, fondatore e anima di “Capri Hollywood”, ci guida dietro le quinte di un festival che, in trent’anni, è diventato un’istituzione internazionale, raccontandoci come un’idea audace sia sbocciata fino a trasformare l’Isola Azzurra in un palcoscenico globale, capace di intrecciare arte, cultura e territorio.

Come nasce Capri Hollywood? Non come evento, ma come intuizione. Cosa l’ha spinta, trent’anni fa, a immaginare questo festival?

«Capri Hollywood nasce dal desiderio di creare un ponte tra l’Italia e il cinema internazionale. L’intuizione era immaginare un luogo dove talento, curiosità e bellezza potessero incontrarsi senza formalità. Capri, con la sua eleganza naturale e la vitalità dell’isola, sembrava perfetta: il Festival doveva essere fatto di proiezioni, incontri e conversazioni che restano nella memoria».

Trent’anni di Capri Hollywood: se dovesse raccontare il Festival non come un evento ma come una decisione, qual è stata la più rischiosa che ha preso?

«Ogni nuova edizione porta con sé rischi, ma la decisione più audace è stata aprire il Festival a produzioni internazionali e a talenti emergenti senza avere ancora una rete consolidata di sponsor o contatti. Era un salto nel vuoto, ma la convinzione nella qualità e nell’autenticità del progetto ha sempre guidato le scelte».

Avete scelto consapevolmente di collocarvi alla vigilia della Awards Season. Quanto conta oggi il “momento giusto” rispetto al valore artistico di un film?

«Il timing è importante per creare attenzione e conversazioni mediatiche, ma non può sostituire la qualità. Il valore artistico resta sempre al centro: il momento giusto è un acceleratore, non il motore del successo di un film o del Festival».

In un’epoca dominata da hype digitale e metriche immediate, lei continua a puntare su reputazione, tempo e relazione. È una scelta controcorrente o l’unica davvero sostenibile?

«Non è controcorrente, è essenziale. Le metriche cambiano, l’hype passa, ma la fiducia e le relazioni autentiche restano. Puntare sul tempo, sull’ascolto e sulla costruzione di rapporti veri è l’unica strada sostenibile per un Festival che vuole durare nel tempo».

Capri è un’isola, ma il Festival è diventato un punto di riferimento internazionale. Come si trasforma un luogo fisico in una piattaforma culturale globale senza perderne l’anima?

«Serve equilibrio: valorizzare ciò che rende unico il luogo senza snaturarlo, aprendosi al mondo. Capri porta la propria storia, la luce e il carattere unici; il Festival integra esperienze internazionali, dialoghi e talenti senza sacrificare l’autenticità dell’isola».

Le major tornano perché riconoscono credibilità. Oggi la credibilità si costruisce più con i numeri o con le scelte scomode?

«Con le scelte scomode. I numeri possono attirare attenzione immediata, ma la credibilità nasce dal coraggio di sostenere progetti di qualità e di seguire la propria visione, anche quando è difficile o non convenzionale».

Lei afferma spesso di “ascoltare i film” prima ancora di giudicarli. In un’industria sempre più veloce, quanto è rivoluzionario fermarsi ad ascoltare?

«È rivoluzionario perché oggi tutti corrono verso giudizi rapidi e like immediati. Ascoltare un film significa comprenderne le intenzioni e il ritmo, percepirne lo spirito prima di etichettarlo. È un atto di rispetto verso il cinema e il pubblico, e permette di scoprire dettagli che altrimenti sfuggirebbero».

Il tema del trentennale è “Il Cinema per la Pace e il Dialogo”. In un mondo polarizzato, il cinema può ancora essere uno strumento diplomatico?

«Assolutamente sì. Il cinema parla al cuore, crea empatia e apre le menti. In un mondo diviso, può diventare un ponte tra culture e generazioni, aprendo conversazioni e favorendo comprensione reciproca senza bisogno di parole ufficiali».

Proiezioni, anteprime, musica, simposi. Come si mantiene una linea editoriale coerente in un programma così ampio?

«Con una bussola chiara: qualità e autenticità. Ogni scelta passa dal filtro della missione del Festival: dare spazio a storie che emozionano, talenti che meritano visibilità e dialoghi che arricchiscono. È un lavoro costante di selezione ed equilibrio».

In trent’anni sono cambiati linguaggi, formati e piattaforme. Cosa invece non è mai cambiato nel suo modo di guardare un film?

«Non è cambiato il rispetto per la storia e per l’intenzione dell’autore. Il cuore del cinema resta quello: emozionare, far pensare, far sentire. La modalità di fruizione cambia, ma l’approccio emotivo e culturale rimane lo stesso».

Capri Hollywood ha sempre rifiutato l’idea di tappeto rosso come fine ultimo. Quanto è stato difficile difendere una linea editoriale quando il glamour sembrava l’unica moneta spendibile?

«È stato difficile, ma necessario. Il glamour può attirare attenzione rapida, ma non costruisce cultura né relazione. Difendere la propria visione significa rischiare in termini di visibilità, ma guadagnare credibilità e fiducia a lungo termine».

Il Festival è gratuito e aperto. Oggi l’accessibilità è ancora una scelta culturale o è diventata una forma di resistenza?

«È entrambe le cose. È scelta culturale perché il cinema appartiene a tutti, ed è resistenza perché sfida l’idea che solo chi ha mezzi o status possa accedere a esperienze artistiche di qualità. Aprire le porte è un atto politico e poetico insieme: democratizzare l’arte resta fondamentale».

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

EDIZIONI DIGITALI