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Massimo Ferrero

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PAOLA – Un “cerchio dei raggiri” preoccupante che ha portato a “dissesto finanziario ed economico immane” che interessato un sistema di “scatole cinesi” riconducibili al patron della Samp Massimo Ferrero ed a suoi parenti diretti. Artifizi e raggiri consumati a danno dei crediti per svariati milioni di euro. Sono impietose le motivazioni del Tribunale del Riesame di Cosenza, determinatosi sulla richiesta di dissequestro di conti correnti delle società di “er viperetta” e di revoca di misure cautelari spiccate dal Gip del Tribunale di Paola a carico dei Ferrero e di altri imprenditori, presunti prestanome e soggetti giuridici.

Un’analisi, quella del collegio della seconda sezione penale cosentina, che fa propri i provvedimenti del Gip di Paola, condividendo le risultanze investigative della Procura della Repubblica di Paola, nelle persone del procuratore capo Pierpaolo Bruni e dei sostituti Rossana Esposito e Maria Francesca Cerchiara.

Sul ricorso proposto da Holding Max Srl per il dissequestro dei conti correnti, sequestrati dal Gip del Tribunale di Paola l’1 dicembre scorso su richiesta della Procura, il Riesame, tra l’altro, scrive: ”Dalla complessa attività di indagine è emerso come l’attività di impresa riferibile al gruppo economico facente capo a Ferrero Massimo e riferibile ad altri coindagati attorno a lui gravitanti per ragioni di parentela e/o cointeressenza, fosse già dal principio o, quantomeno, sia presto divenuta una vera e propria impresa illecita, volta alla elusione di obblighi economici e, in primis, quelli fiscali.

Ne è derivato un dissesto finanziario ed economico immane, che ha comportato il fallimento di alcune società interessate dalle operazioni, con totale o prevalente pregiudizio dei creditori”, afferma il collegio, rafforzando la tesi investigativa. E ancora: “Il presupposto è l’operatività di una serie di società non formalmente collegate tra di loro ma nella sostanza orientate verso un unico interesse, quello di Massimo Ferrero, a vario titolo presente nelle compagini sociali o amministrative e comunque risultato per varie risultanze (intercettazioni che mostrano costante interesse per vicissitudini di attività per cui lo stesso non avrebbe ingerenza; cura in prima persona delle transazioni tese a tacitare i creditori nell’ambito delle varie società a rischio fallimento) amministratore di fatto delle medesime”.

Vari gli “artifizi contabili utilizzati” – prendendo in prestito le parole dei Giudici del Riesame: “concessione di finanziamenti ad altre società, attività di per sé estranea all’oggetto sociale delle concedenti e per importi rilevantissimi, sproporzionati alla dimensione dell’impresa, e a titolo gratuito; rinunce a crediti o accollo di debiti di enorme rilevanza, a titolo gratuito, in favore di alcune delle società e in danno delle medesime società che poi sono fallite; false informazioni sociali e camuffamento di perdite di bilancio che di fatto hanno consentito alle società di posticipare l’emersione dello stato di dissesto delle società, facendo sì che nelle more le medesime potessero continuare ad operare nel senso fraudolento anzidetto”.

Ed a chiusura di quello che viene definito il “cerchio dei raggiri”, si è poi evidenziata la “strana denuncia di furto della documentazione contabile inerente tutte le società” Holding Max Srl: “strana perché avvenuta ad integrazione di una denuncia di furto di auto a tre giorni di distanza dalla prima; strana perché inerente una mole così rilevante di documenti da non poter essere contenuta all’interno di una borsa di pelle, così come dichiarato; strana perché giustificativa di una omissione di tenuta di scritture stranamente non doppiate da un archivio informatico che invece appare postulato nell’ambito delle intercettazioni, in cui si fa riferimento a specifici documenti di bilancio da trasmettere per via telematica”. In tale contesto, tra l’altro, Giorgio Ferrero avrebbe “assecondato le scelte strategiche e criminali” di Massimo rispetto a un soggetto giuridico di proprietà in parte sia di Giorgio sia di Vanessa Ferrero. Resta in essere, dunque, il sequestro finalizzato alla confisca di denaro siccome profitto di reato.

Ne consegue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese. Analisi impietose anche per Farvem Real Estate Srl ed Eleven Finance Srl in liquidazione, riconducibili a Ferrero. Ne è derivato – secondo il Riesame – un «dissesto finanziario ed economico immane, che ha comportato il fallimento di alcune delle società interessate dalle operazioni: le quattro imprese fallite Ellemme Group Srl, Blu Cinematografica Srl, Blue Line Srl, Maestrale Srl con una esposizione debitoria che sfiora i 20 milioni di euro ed un totale di distrazioni pari a quasi 13milioni200mila euro a danno dei creditori».

Domande rigettate anche per Giorgio e Vanessa Ferraro, ma anche per Adriano Palazzo, condannati pure alle spese, come riportato in altro servizio giornalistico apparso su queste Testata, mentre “er viperetta, ha beneficiato della trasformazione della detenzione inframuraria in detenzione domiciliari, grazie alla sua età avanzata.

Assieme a Ferrero erano rimaste coinvolte nel blitz altre otto persone, accusate a vario titolo di reati societari e bancarotta: Vanessa Ferrero, 48 anni, figlia di Massimo; Giorgio Ferrero, 41, nipote di Ferrero; Giovanni Fanelli, 53 anni, di Potenza; Del Gatto Aiello, di Torre Annunziata, 55, residente ad Acquappesa; Roberto Coppolone, 55 anni, di Roma; Paolo Carini, 77, di Roma; Cesare Fazioli, 64, di Roma, Laura Sini, 56, di Roma. Secondo quanto emerso dalle indagini, il 23 dicembre 2013, gli indagati cagionavano il dissesto della società Ellemme Group Srl per effetto di operazioni dolose. Omettevano sistematicamente dalla data del fallimento di versare imposte, contributi previdenziali e oneri accessori per un importo complessivo di 5.932.393,43 destinando consapevolmente la liquidità della Ellemme Group a scopi diversi dall’adempimento della obbligazione tributaria e previdenziale. «Con l’aggravante d’aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità», è l’accusa della Procura paolana.

I fatti sono avvenuti sul Tirreno cosentino il 29 settembre del 2017, data di sentenza dichiarativa di fallimento. Era stato altresì accertato che i soldi della “Unione Calcio Sampdoria Spa”, peraltro, sarebbero stati utilizzati per tappare i buchi della fallita Sport Spettacolo Holding Srl, oggetto di inchiesta penale da parte della Procura della Repubblica di Paola nell’ambito del crack provocato da Massimo Ferrero, patron della società blucerchiata, destinatario, giorni addietro, di un’ordinanza custodiale in carcere. Atti e intercettazioni a conferma delle nuove risultanze investigative, da cui risulta, tra l’altro, che i fondi Covid garantiti dallo Stato alla Sampdoria sarebbero stati utilizzati per le società fallite del gruppo Ferrero.

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