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NON c’è solo il sorpasso di un’Italia che cresce più della Germania, ma una dinamica favorevole che sembra investire un po’ tutta l’Europa del Sud. Lo si vede dai tassi di crescita tendenziali del Pil registrato negli ultimi trimestri, ma anche nei flussi di investimenti diretti dall’estero che già nell’anno precedente non di rado hanno registrato delle crescite a doppia cifra. Se includiamo la Francia nel gruppo, ecco che ognuno porta un contributo decisivo alla crescita aggregata dell’Eurozona. Parigi, come ha rivelato un recente rapporto di E&Y, è campione europeo per il quarto anno consecutivo per quanto riguarda gli investimenti diretti dall’estero (Ide), la Grecia è campione europeo di esportazioni in termini di tasso di crescita (+90% nel periodo 2010-2021 contro un +42% della media dell’Unione europea).
LA RIMONTA DEI PAESI DEL SUD
Del sorpasso italiano sul Pil tedesco si è già detto e scritto, ma si potrebbe aggiungere un micro-segnale, importantissimo, che viene dalla capacità di export dell’industria farmaceutica made in Italy, protagonista di una spettacolare crescita di vendite verso la Cina all’inizio dell’anno. A livello tendenziale (come si vede nel grafico pubblicato in alto a destra) la Spagna è quella che nel primo trimestre corre di più, seguita a ruota dal Portogallo, che a sua volta ha registrato nell’arco del 2022 una crescita degli investimenti diretti esteri del 24% (ma è buona anche la performace dell’Italia a +17%). La Germania, lo sappiamo, ha problemi seri di riconversione e revisione del suo modello di sviluppo economico-industriale, ed è chiaro che fino a quando non avrà risolto questi problemi – alcuni dei quali davvero esistenziali – non potrà essere la locomotiva, sia pur riluttante, dei decenni scorsi. L’Europa del Sud deve, e forse lo sta già facendo, imparare a fare un po’ più da sé. I dati mostrano anche una tendenza interessante: la crisi pandemica, quella energetica e l’invasione russa hanno acuito il bisogno di riorganizzare le catene di approvvigionamento internazionale accorciando, ove possibile, la filiera. Il rapporto E&Y che abbiamo già citato attribuisce, per esempio, al consolidarsi di questa tendenza la crescita a doppia cifra degli Ide proprio in Europa del Sud e dell’Est. I grandi flussi di capitale straniero sono alla ricerca di destinazioni capaci di combinare un costo del lavoro competitivo e una buona produttività.
IL BOOM ITALIANO DELL’EXPORT
Insomma, l’autonomia strategica invocata da alcuni leader europei dopo i devastanti shock esogeni, non è più uno slogan, ma una necessità. Chiamiamola pura globalizzazione a scala ridotta, ma è possibile che questo “restringimento” crei condizioni ottimali per un recupero dell’Europa meridionale e della sua base industriale. L’esperienza francese, ma anche quella portoghese, ci insegnano che un quadro normativo e regolamentare favorevole all’afflusso di investimenti diretti dall’estero può fare la differenza in termini di attrattività del territorio. Le riforme di Emmanuel Macron tanto criticate a casa, come quella del codice del lavoro, hanno giocato un ruolo decisivo nella scelta delle imprese internazionali. Il resto lo fanno le competenze ormai radicate nei tessuti industriali e produttivi di molti di questi Paesi. Il caso italiano più eclatante degli ultimi mesi è legato al boom di esportazioni del farmaceutico in Cina.
Un boom che ha contribuito a una crescita generale delle nostre vendite verso Pechino del 92% nel primo trimestre. Dietro questo boom un ruolo non secondario è stato giocato dall’impianto Pfizer di Ascoli Piceno che produce il Paxlovid, una compressa anti-Covid. Nella tendenza generalizzata di accorciamento delle filiere strategiche, o ritenute tali, questo è un segnale importantissimo e l’Italia, Mezzogiorno compreso, in termini di attrattività dovrà fare di tutto per essere al centro di importanti investimenti internazionali nei microchip di nuova generazione e nelle rinnovabili. Preoccupano, certo, i tentennamenti e i ritardi legati alla capacità progettuale e di spesa nei confronti del Pnrr. Ma il tira e molla con Bruxelles non dovrà far perdere di vista gli obiettivi di sviluppo a lungo termine e far dimenticare che il nostro Paese è il maggior destinatario di tali risorse. In questa fase potrebbe essere un vantaggio competitivo rispetto al Nord Europa e non un’occasione sprecata. Come detto, i problemi della Germania sono piuttosto complessi e non soltanto in campo economico-industriale.
Sul piano politico preoccupa l’ascesa dell’estrema destra di AfD che, sulla base degli ultimi sondagg, è diventato il terzo, se non il secondo, partito tedesco. Di solito la Germania, dopo una lunga, travagliata e approfondita diagnosi delle proprie disfunzioni, è sempre stata in grado di ripartire, ma ora ci mette un po’ e le scosse di assestamento nel frattempo si riverberano negativamente nell’intera Unione europea. A maggior ragione il Sud deve approfittare di una dinamica che le sembra favorevole.
LE CHANCE DELL’ITALIA COME POLO ATTRATTIVO
La Grecia, pagando un prezzo altissimo per la sua popolazione ha saputo riscattarsi dagli anni della crisi dell’eurozona, è riuscita a ridurre il debito e a generare una buona crescita economica. Si sono create le condizioni per uno sviluppo in cui la distribuzione della ricchezza potrebbe essere finalmente più armonica e non a detrimento delle classi di lavoratori che hanno visto comprimersi e spesso ridursi i salari, dando in questo modo vita al boom dell’export. Da non intendersi come modello, visti gli anni di sofferenza patiti durante il rigore di bilancio imposto dai creditori del piano di salvataggio, ma da osservare con ammirazione per la sua capacità di reagire e rialzarsi. Se ce l’ha fatta Atene, altre capitali del Sud Europa potranno dare maggiore slancio e sostenibilità all’attuale dinamica di crescita favorevole.
L’Italia ha dalla sua sempre la seconda industria manifatturiera dell’Eurozona, ma ha certamente margini notevoli di miglioramento come grande polo di attrattività per i flussi importanti di investimenti diretti dall’estero. Nei prossimi anni la competizione tra Paesi sarà sempre più serrata. L’Italia si presenta attualmente con una relativa solidità nel settore dei servizi, con il turismo in buona evidenza e uno spettacolare effetto rimbalzo rispetto al periodo critico della pandemia. La stagione estiva si prefigura come una stagione da “tutto esaurito” e record di arrivi dall’estero. Anche in questo caso, potenzialità enormi, ma non necessariamente sfruttate al massimo, vista la cronica mancanza di personale che il settore continua a lamentare a tutti i livelli.
Il turismo è componente importante, pari al 6% del Prodotto interno lordo (il doppio se si considera l’indotto, le cui attività non sono però tutte riconducibili al turismo) ma non c’è dubbio che anche in Italia l’intera filiera, a partire dalle scuole di formazione e dai contratti, vada profondamente riorganizzata.
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