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L’Italia è fuori dallo stagno al contrario del passato l’economia ha cambiato passo e da tempo cresce più dell’Eurozona


In passato, quando l’economia europea andava bene, l’economia italiana andava meno bene. Quando invece l’economia europea si prendeva un raffreddore, quella italiana si beccava una polmonite. Non più. Negli ultimi quattro anni – da subito prima della pandemia a oggi – l’economia della Penisola ha cambiato passo, ed è cresciuta più dell’Eurozona. E non è solo questione di ‘quantità’ della crescita.

È anche questione di ‘qualità’. Se si guarda a quella variabile cruciale che è la produttività (nella sua definizione più comprensiva: Pil per occupato) si nota lo stesso cambio di passo. Si sarebbe tentati di dire che le crisi fanno bene – Grande recessione, Covid, guerra in Ucraina, guerra in Medio Oriente, Mar Rosso – e in certo senso è vero. Qualcuno ha detto che la guerra tira fuori il peggio e il meglio degli uomini.

Ma, nel caso dell’Italia, il cambio di passo viene da lontano. Sotto la coltre pesante di una stagnazione ventennale erano andate fermentando voglie di ripresa e riforme dagli effetti lenti, che hanno poi trovato un catalizzatore, in un Paese messo con le spalle al muro, in Mario Draghi. Il Governo Meloni ha avuto il merito storico di continuare in quel solco. E l’economia italiana si mantiene nel plotone di testa, peraltro fiaccato dalle guerre di cui sopra.

Ma questo 2024 non fa da sfondo solo a un giro del ciclo economico. Ci sono, nel Vecchio continente, scelte da fare, e in questo senso il 2024 può essere ‘l’anno d’Europa’. L’Unione europea deve anch’essa cambiare di passo se vuole sopravvivere. Le sfide della tecnologia da una parte, e le sfide della governance globale dall’altra, impongono decisioni radicali. Torniamo al sogno degli europeisti. Il sogno di una Unione sempre più stretta, fino a uno Stato federato d’Europa. Un sogno che va da Altiero Spinelli: “La via da percorrere non è né facile né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà” (dal «Manifesto di Ventotene») a Carlo Azeglio Ciampi: “Sono un cittadino europeo nato in terra d’Italia”.

La famosa profezia di Jean Monnet (‘L’Europa si farà nelle crisi’) continua a trovare conferme. C’è voluta una devastante pandemia per far sì che l’Ue si dotasse di emissioni di titoli comuni per finanziare i sostegni a economie in ginocchio. Ci sono voluti tre focolai di guerra nel cuore e alle porte d’Europa per mettere sul tavolo la necessità di una difesa comune. C’è voluta una improvvisa accelerazione del progresso tecnologico – l’Intelligenza Artificiale, con tutte le promesse e le minacce che si porta appresso – per spronare iniziative comuni.

A Ovest e a Est del Vecchio continente si vanno sedimentando dei blocchi di potere economico e politico – America e Cina – con i quali l’Europa deve misurarsi unita. Il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha, in più di una occasione, e segnatamente ieri al Forex, sottolineato con forza che l’Europa deve continuare nella strada di una unificazione verso la quale gli inesorabili urti della storia la stanno portando.

Torniamo al ciclo. Il 2024, se può essere un ‘anno dell’Europa’, può essere anche un ‘anno dell’Italia’, nel senso che è l’anno in cui si deve confermare il cambio di passo. Le prime avvisaglie sono buone. Nel trimestre scorso il Pil italiano è cresciuto più della media. I primi dati dell’anno (gli indici PMI di gennaio – vedi grafico) mostrano che la nostra economia sta virando verso la crescita, a differenza dell’Eurozona.

Ci sono tre fattori dietro queste speranze di espansione. Primo, le spese del Pnrr, che quest’anno devono dispiegare i loro effetti. Secondo, l’occupazione, che continua a crescere, e gli effetti si vedono sulla fiducia dei consumatori e delle imprese; anche qui ci sono miglioramenti di quantità e di qualità: fra questi ultimi, la discesa della disoccupazione giovanile, che si è portata, negli ultimi tempi, a minimi storici.

Terzo, stipendi e salari reali, che vanno crescendo e confortano il potere d’acquisto, sotto la spinta delle due lame della forbice: da un lato, cala l’inflazione; dall’altro lato, sale la dinamica dei salari nominali. In Italia – e, se è per questo, anche in Europa – abbiamo poca messe di dati sull’andamento del costo del lavoro. Ci sono dati trimestrali, disponibili con ritardo. L’unico dato mensile è l’indice delle retribuzioni contrattuali, che sono però lente a muoversi, rispetto ai salari di fatto. Tuttavia, a dicembre 2023, quell’indice è fortemente aumentato, e le retribuzioni si trovano di ben il 7.9% più alte rispetto a un anno fa.

Non è tutt’oro quel che luccica, dato che l’indice è stato fortemente influenzato dall’indennità di vacanza contrattuale per i dipendenti della PA (che è un’una tantum). Ma in ogni caso i salari contrattuali non stanno fermi (come diceva quel tale, “eppur si muove…”): a dicembre le retribuzioni nell’industria sono al 4,5%, per la metalmeccanica al 6,2% e per il credito al 7,3% (anche la Banca d’Italia ha contribuito, con un aumento del 6,5% per i suoi dipendenti). Con l’inflazione sotto l’1%, i salari reali se la passano bene, e sosterranno la domanda delle famiglie nel 2024.


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