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Qualcosa si muove. Sono entrato domenica mattina al liceo Tasso, in via Sicilia, a Roma, mi sono fatto un piano di scale e mi sono ritrovato in un’aula assolata tra banchi, cattedra e lavagna, con una scritta gigante di colore rosso pastello “Lo Stato è di tutti, no alla secessione” che campeggia al centro. Sono venuto perché Adriano Giannola mi aveva informato di questa seconda assemblea nazionale “per il ritiro di qualunque autonomia differenziata” e sono rimasto impressionato dal numero delle presenze e dal tasso di partecipazione. L’aula è gremita. Voglio ringraziare Marina Boscaino e Rossella Latempa per avermi dato l’opportunità di assistere a un processo in piena regola al regionalismo predone e di respirare l’aria pulita di donne e uomini che si sono organizzati sul territorio in nome di un’Italia che riscopre le ragioni smarrite di uno spirito nazionale prima ancora di quelle della solidarietà.

Mi ha colpito che Padova, Brescia, Torino, Reggio Emilia, Viterbo stavano insieme con Portici, Ercolano, Afragola –  tutto l’hinterland vesuviano di Napoli – Lecce, Pescara, Chieti,  Bari, e così via. Nord e Sud insieme. Donne e uomini. Anziani e giovani. C’erano i rappresentanti di 200 comitati di scopo. Professori universitari, insegnanti, impiegati di banca, umanisti, uomini di scienza, sindacalisti, tutti accomunati da una ragione costitutiva. La percezione profonda, in molti casi ferite sulla pelle che bruciano, dei danni prodotti da venti staterelli che hanno dissipato risorse, moltiplicato il virus del clientelismo, eretti a metodo di governo l’egoismo territoriale e il familismo a spese della collettività. La consapevolezza diffusa del conto amaro della frammentazione irresponsabile e dell’esigenza di un’economia che torni unita e riequilibrata per potere dire ancora la sua nella competizione globale.

Non siamo al secondo ’68 né al nuovo ‘76/’77, eppure qualcosa si muove. Ho sentito con le mie orecchie un professore dell’Università di Padova sciorinare i guasti del regionalismo alla veneta, dalla “invasione autostradale” – con la superstrada Pedemontana ”folle, falsa, fallimentare e fuori legge”, la storia maleodorante della Valdastico  e la A 27 – alla babele dei sistemi di trasporto con la mancata intermodalità, i disservizi e gli inquinamenti. Avrei voluto che fosse seduto al mio fianco il Governatore, Luca Zaia, sullo “sprechificio” veneto ho sentito di tutto e di più, e ho fatto fatica a prendere appunti per la velocità dell’esposizione.

Mi è rimasta nella mente questa testimonianza: “Sono di Brescia, vengo a dirvi che la Regione Lombardia non dovrebbe essere interessata a conservare i suoi privilegi, sono in molti a avere capito che così non si può andare avanti, ma il presidente della Regione ha detto che non vuole sentire ragione e che, se necessario, andrà avanti in solitaria. Capirete che per noi la strada è in salita”.

Non dimenticherò la passione della professoressa Marcella Raiola di Torre del Greco che si è presentata con le deleghe di sedici comitati di sedici Comuni del vesuviano napoletano che sono altrettante città. Ho sentito la sua voce urlare:  “Abbiamo bisogno di uno strumentario, di fare divulgazione, di dire come stanno le cose, di raccontare i numeri giusti, di abbattere i luoghi comuni sulla spesa per la scuola, la sanità, i trasporti, dobbiamo fare squadra, dobbiamo muoverci insieme”. Qui, in questa aula di domenica mattina, non ci sono servitori volontari del potente di turno ma rappresentanti consapevoli di un popolo, da Sud a Nord, da Nord a Sud, che vuole parlare in italiano da italiano. Che conosce i numeri dell’operazione verità condotta da questo giornale e chiede di uscire insieme dalla spirale perversa di questi anni di secessionismo strisciante dove vincono egoismi miopi e regressivi.

Posso dirlo? In questi interventi ho percepito lo spirito del Manifesto per l’Italia dal Sud al Nord, la consapevolezza che le classi dirigenti del Nord e del Sud cominciano a rendersi conto che la priorità nazionale è il riequilibrio territoriale e che la stagione del furto di Stato organizzato dal Nord a spese del Sud è bene che finisca presto nell’interesse dei ricchi prima ancora che dei poveri. Consigliamo a chi sta doverosamente impegnando molte delle sue energie per i numerini del documento di economia e finanza (Def) e farà altrettanto per uno slalom complicato tra iva da disinnescare e la più  singolare delle lotte all’evasione che si nutre di sconti o nuovi balzelli al bancomat, non si è capito bene, di non dimenticarsi mai (dico mai) che la partita vera si gioca sugli investimenti pubblici e privati e sull’esigenza di rifare l’Italia.

Finiamola con l’ipocrisia di difendere per dovere di ufficio questo regionalismo arrogante e dissipatore. Usiamo i poteri speciali e facciamo le opere. Quando l’Italia conobbe il suo miracolo economico non c’erano venti sanità ma si posero le basi del servizio sanitario nazionale, non c’erano infiniti e affamati centri di spesa territoriali ma un’agenzia snella centrale, di buona reputazione anche internazionale, guidata da uomini onesti e competenti. Il Paese per ripartire davvero ha bisogno di una struttura analoga e di uomini di uguale valore. Ha soprattutto bisogno di girare pagina da un regionalismo che ne mina strutturalmente il futuro. Questi sono i fatti che servono. Il resto sono chiacchiere da talk show. Avvelenano i pozzi e confondono le responsabilità, ma non risolvono i problemi. Anzi, li aggravano.

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