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Cambiare l’Italia non è facile. Ci sono, però, alcuni gattopardismi della storia politica repubblicana che ritenevamo superati per sempre. Non è così e ci rincresce molto doverlo constatare. Il giovane ministro della Sanità, Roberto Speranza, in questi suoi esordi, ci ha profondamente deluso. Parla e disquisisce di superticket, ribadisce che il principio che lo ispira è la progressività, non si sottrae alla demagogia spicciola in chiave personale (“chi come me fa il parlamentare può pagare per una visita specialistica qualcosa in più per un lavoratore”) ma si tiene abilmente lontano da tutto ciò che appartiene alla sua storia politica e rappresenta il cuore del problema sanitario nazionale.

Questo giornale ha detto le cose come stanno, con la forza dei dati comparati sulla ripartizione territoriale della spesa pubblica sanitaria certificati dalla Corte dei Conti, dai bilanci regionali esposti con criteri omogenei e dai conti pubblici territoriali in proporzione alla popolazione. Viene fuori una vergogna senza fine con rapina sistematica di risorse dovute alle Regioni meridionali da parte di quelle settentrionali. Emerge lo scandalo assistenziale di decine di migliaia di addetti amministrativi e paramedici assunti dal Doge veneto Zaia e messi sul conto del bilancio pubblico nazionale a spese dei cittadini campani, calabresi, lucani e così via. Per non parlare del confronto impietoso tra i trasferimenti regalati alla Regione Emilia Romagna e sottratti alla Regione Puglia dove tra aiuti e viaggi della salute ballano sei miliardi l’anno. Ministro, perché non fa sentire la sua voce su questi dati di fatto?

Se è vero tutto quello che diceva prima del suo ingresso al governo, prenda coraggio e si occupi dei problemi veri della sanità. Dica chiaro e tondo che le Regioni vanno abolite e si deve ricostituire il servizio sanitario nazionale. Prima che lo vengano a prendere con i forconi nelle sue terre si ricordi che non ha senso declinare parole altisonanti come universalità del servizio se non si ha il coraggio di dire con chiarezza a Fontana, Zaia, Cirio, che la musica è cambiata e loro (non altri) si appropriano indebitamente di risorse destinate a altre territori. Questa è la sfida da far tremare vene e polsi che ci aspettiamo che intenda affrontare uno come lei. Invece, no, silenzio. Giochiamo alla caccia al tesoro con le coperture da trovare per spesare l’abolizione del superticket.

Non ci siamo proprio. Così come non vorremmo assistere a un’altra caccia al Tesoro per cercare le risorse da attribuire a qualcuna delle tante opere pubbliche bloccate nel Mezzogiorno per assenza totale di finanziamenti non per altro. Attenzione, se qualcuno ritiene di convocare il CIPE e annunciare a destra e a manca che farà opere pubbliche e confermare la cartina dei cantieri degli ultimi venti anni, allora vuol dire che non ha capito nulla. Se questo governo vuole durare non deve avere paura di dire che la priorità economica nazionale è il Mezzogiorno per la colpevole assenza di un’adeguata dose di infrastrutture di sviluppo, e che vuole ripartire da qui per il bene del Nord prima ancora che del Sud. Non basta per cambiare l’Italia aumentare il numero di ministri meridionali, ci vogliono testa e coraggio per cambiare in profondità subito e rivendicare con orgoglio le scelte fatte. Altra strada non esiste e guai a non percorrerla. A ogni costo, se necessario contro tutto e tutti.

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