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Scuote la testa e butta lì infastidito: pioggia di parole. Anzi, a volte fa di più: prima pioveva, oggi grandina. Come non pensare alla smorfia sul volto di Gabriele Pescatore, l’uomo che impersonifica la Cassa delle grandi opere e costruisce con la testa e le mani il miracolo economico del Mezzogiorno, ogni volta che mi capita di fare riferimento alle ceneri dell’intervento straordinario, alle camarille meridionali e nordiste, e al “mostro” del regionalismo che, sono parole sue, “avrebbe fatto saltare di sicuro la sanità, forse il Paese”.

Pescatore «ha unito l’Italia più di Cavour cucendo lo Stivale di strade, argini, canali e acquedotti» («The Economist», gennaio 1975) e ha consentito al nostro Paese di raddoppiare il prestito Marshall con i dollari della Banca mondiale. Soprattutto, dall’America ha portato in Italia il modello della “Tennessee Valley Authority”, una agenzia che il presidente Roosevelt aveva voluto per far fronte alla Grande Depressione.


Ricordo l’ultima visita a casa del Professore, poco prima della sua dipartita, avvenuta nel luglio del 2016, qualche mese prima del suo centesimo compleanno. Mi gela: guarda che diluvia, hanno tagliato il Mezzogiorno, muore di burocrazia e di assenza di fondi, va tutto al Nord. Mi accorgo quel giorno che sono aumentate le pile di libri disseminate in ogni angolo, e mi convinco che si sente l’assenza della moglie Clementina che non c’è più.

Parlando di lei, il professore dice: «Vedi qui, in queste stanze, Suzette stava benissimo, si sentiva a casa sua, tutto merito di Clementina». Suzette chi, professore? «Ah, scusa, Suzette era la moglie di Eugene Black, il presidente della Banca Mondiale, pranzavano e cenavano qui tutti e due, avevano scelto questa casa come pied-à-terre a Roma e, sempre qui, il mio amico Donato Menichella ha conosciuto Black e ha posto le basi di un’amicizia che valse all’Italia il più cospicuo intervento fatto in Europa. Tutto avveniva in semplicità, oserei dire con naturalezza».

Sono le donne e gli uomini del miracolo economico italiano, e questi sono i loro piccoli segreti. Sono gli anni in cui la lira vince l’Oscar mondiale delle monete, il Sud di Pescatore e della sua macchina da guerra di investimenti riesce a crescere più del Nord. Se si vuole essere seri e fare del Mezzogiorno la priorità economica del Paese non a parole bisogna ripartire da qui.


Bisogna liberarsi dai lacci e lacciuoli delle mille burocrazie regionali e rifare un’agenzia centrale che fa i progetti e li realizzi e che sia affidata a uomini di valore tutti di un pezzo come Pescatore che la governino in modo rigido. Che abbiano la stessa passione per il coordinamento delle azioni nei due momenti: quello delle attuazioni programmate “sul campo”, e quello tra queste e le politiche generali, settoriali, locali adottate dal Paese, sopperendo con tecnici qualificati alle diffuse indisponibilità e incompetenze.

Sbarrando così la strada alle camarille di paese e agli interessi forti sempre presenti e promuovendo la crescita professionale delle risorse umane sul territorio all’interno di un circuito virtuoso. Questa è la via maestra per fare le cose. Altrimenti, continuerà la pioggia di parole. Al massimo lascerà lo spazio a grandine e fulmini. Sempre di parole.


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