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Il ministro Paola De Micheli

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I PAESI che fanno parte dell’Unione Europea sono 27. Un bel numero. Una squadra di pallone con le riserve e le riserve delle riserve più un’altra mezza squadra di titolari. Tra tutti questi giocatori non c’è nessuno che va peggio di noi. Con il Regno Unito impegnato in una eterna Brexit saremmo stati 28. Il risultato resterebbe invariato. Sempre ultimi. Questo è l’unico risultato clamoroso certo che riguarda l’Italia.

Segnala il rischio Paese che è in cima alle preoccupazioni dell’Europa che per scongiurarlo è pronta per la prima volta a dare all’Italia non solo prestiti a tassi di favore ma anche fondo perduto ovviamente sempre a fronte di progetti esecutivi attuati e rendicontati. Un Paese che ha un buco di cassa di oltre 50 miliardi, non lo dice nessuno ma è così, e si appresta a raggiungere vette inesplorate di debito pubblico non può consentirsi il lusso di unire alla peggiore performance di crescita pre Covid, frutto di vent’anni di scelte sbagliate di politica economica e di una macchina pubblica centrale e regionale incapace di spendere, anche il record negativo di essere l’ultima economia europea a ripartire dopo il Covid.

Le previsioni del prodotto interno lordo tutte negative e tutte per l’Italia ancora una volta da recordman tra i Paesi sotto zero peccano, a nostro avviso, di eccesso di ottimismo. Questo giornale sulla base di valutazioni empiriche, la somma dei mesi di chiusura totale e di quelli a chiusura parziale delle attività economiche, ha parlato in tempi non sospetti di un Pil negativo del 15% quando tutti, mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi, si trastullavano con previsioni inferiori di un terzo.

Non vogliamo tirarla lunga perché sull’orlo del baratro ci toccherebbe occuparci di tanta vaghezza assortita, chiacchiere lunari di rimpasto, una ministra delle infrastrutture (De Micheli) che riesce a bloccare una regione e spicca per incompetenza, una squadra di ministri del Pd che difende il codice degli appalti e non vuole i commissari perché bisogna difendere le riforme di Delrio che hanno bloccato gli appalti in Italia senza scalfire il patrimonio imbarazzante di 35 mila stazioni appaltanti contro le duemila di Francia e Germania.

Vogliamo invece dire una sola cosa che nessuno vuole dire, nessuno vuole vedere, nessuno vuole sentire. Che è la sola cosa che blocca la crescita del Paese da almeno un quarto di secolo: l’abolizione del Mezzogiorno dalla spesa pubblica produttiva e sociale. Il vizietto dei ricchi della Sinistra (Emilia-Romagna e Toscana) e della Destra (Lombardia e Veneto), di fare il pieno di finanziamento pubblico a spese degli altri territori italiani. Purtroppo, anche in un quadro di semplificazione oggettiva che è il massimo che Conte è riuscito a strappare al Pd, i soldi europei finanzieranno al Nord subito opere e al Sud studi di fattibilità, progetti.

Se si vuole fare per davvero l’alta velocità ferroviaria al Sud si fa come si è fatto ormai tanto tempo fa al Nord. Non si finanzia uno studio di fattibilità ma si fa un atto concessorio per un Progetto integrato per l’alta velocità ferroviaria con un bando di gara rivolto a un pool di imprese selezionate. Se si vuole fare sul serio si fa così se no si continua a prendere in giro il Sud e con i soldi di oggi del Sud a finanziare assistenza e opere al Nord, avendo cura al Sud di assegnare sempre i soldi di domani. Quelli che quando arriva l’oggi non ci sono più perché li ha già presi il Nord. Sul capitolo sanità è addirittura peggio. Si è predisposta una bozza per cui con i soldi del Mes si vuole dare alla Lombardia da sola quasi quanto riceve tutto il Mezzogiorno continentale e si continua a non capire perché il Veneto con un milione di abitanti in meno deve prendere più o meno quello che prende la Campania e l’Emilia Romagna sempre più della Puglia.

Siamo alla violazione palese, insistita e scandalosa dei diritti costituzionali di cittadinanza e siamo contenti che due presidente di Regione (Campania e Sicilia) abbiano finalmente accolto il nostro suggerimento di rivolgersi alla Consulta per tutelare i diritti violati e, cosa ancora più importante, dare contro tutti e contro tutto l’ultima chance all’Italia per tornare a crescere. Fare, cioè, l’unica cosa che deve fare da quasi trent’anni e non fa. La riunificazione infrastrutturale delle due Italie. Serve al Nord per tornare ad avere il suo mercato di consumi interno. Serve al sistema produttivo italiano per recuperare una dimensione di impresa accettabile a livello globale che è cosa diversa da essere l’appendice meridionale del gigante tedesco. Serve al Paese intero per tornare ad essere la base logistica del Mediterraneo e recuperare la sua leadership sui mercati strategici della sponda Sud del mondo. Serve all’Europa che è stanca di dovere chiedere il permesso a Erdogan o a Abdel Fattah al-Sisi per fare un investimento in Libia e non sa più come spiegare che apre i cordoni della borsa perché l’Italia persegua e realizzi il suo riequilibrio strutturale non altro.

Chi glielo spiega a Bonaccini e Fontana che, causa Covid, hanno perso sei mesi di “turismo sanitario” e hanno un buco di bilancio da sanare? Con i giochetti di prima non si va da nessuna parte perché questa volta l’Italia affonda e perché l’Europa non si vuole fare prendere in giro. Consigliamo al Presidente Conte di sfidare i guappi di cartone del Pd per fare scelte più radicali e condividere non a parole la priorità italiana del Mezzogiorno. Anche perché se l’Italia non recupera questo pezzo così vasto di territorio esce dal novero dei Paesi industrializzati.

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