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Roberto Speranza

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Fermatevi tutti, se potete. Quanto tempo avrà sottratto al suo lavoro da ministro della Sanità della Repubblica italiana, Roberto Speranza, per scrivere un libro come un Burioni qualsiasi nel pieno della più grande crisi sanitaria della storia recente, magari per compiacersi anche un po’ dimostrando di non avere capito proprio nulla? Come la mettiamo, ministro Speranza, con il primo dei suoi qualificati consulenti, Ricciardi, che dice come se nulla fosse che nella prima fase sono sfuggiti 700 mila sintomatici e che ora bisogna chiudere Milano e Napoli di fatto dichiarando a parole sue, non di altri, che non si è fatto nulla per prevenire e che comunque lui non c’era, e se c’era non vedeva? Figuriamoci se c’era allora il saggista Speranza impegnato a scrivere la sua opera di cui è stata improvvisamente posticipata l’uscita!

Siamo al caos più totale con la polmonite diffusa che è salita al piano più alto dove si riuniscono i gangli cerebrali di un Paese e che impedisce all’Italia di avere quel centro di decisione e di responsabilità rispettato da tutti che è il cervello di una nazione. Ma per quanto tempo ancora dovremo sopportare questo presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che dà ordini al governo? Tipo: dammi i soldi sonanti perché il trasporto pubblico locale deve viaggiare all’80% e io ci devo anche guadagnare sopra. Dai i soldi a tutti e tanti, capito governo? Muoviti, fai presto! Sottinteso, se non vi arrivano è colpa dello Stato, non mia, non di noi supereroi Capi delle Regioni, chiaro? Poiché ormai si sente un quasi Dio, Bonaccini è arrivato a dire che non ha voluto infierire troppo, che è stato anche buono. Certo, perché lui è il Capo della Conferenza Stato-Regioni e il Capo di Zingaretti e, quindi, è il Capo della Terza Camera dello Stato e il Capo del Pd. Ergo, lui è il Capo dell’Italia. Attraverso il controllo della Conferenza Stato-Regioni esercita un peso opprimente sul governo che può mettersi contro tutti ma non contro di lui per cui possiamo bloccare tutto ma guai se tocchiamo la rendita del trasporto locale. Anzi, facciamo di più: vi consentiamo di riempire a uovo i mezzi di trasporto, fare girare a palla il virus, e vi paghiamo anche un 20% in più. Che vergogna!

Al pronto soccorso dell’ospedale San Carlo di Genova l’altra sera sono arrivati a 61 ore di attesa consecutiva per un ricovero e ovviamente non vi passi neppure per la testa che possa avere qualche responsabilità il presidente Toti. Anche perché lui starà di sicuro impartendo dal primo microfono che gli mettono sotto la bocca qualche sermoncino al presidente Conte o a uno dei suoi tanti improbabili ministri. Dal centro o dalla periferia ci sarà pure qualcuno capace di rendersi conto che la piazza che ribolle è una cosa seria?

Prima di tutti, abbiamo detto chiaro e tondo che la bomba sociale era già esplosa, ma che poteva avere deflagrazioni molto più pesanti. Esattamente questo sta accadendo, ma non succede proprio nulla. Possibile che in un Paese che si divide tra protetti, non protetti e paria – che sono gli invisibili che vivono di espedienti e di pesantissimo lavoro nero – il super Capo delle Regioni non abbia mai trovato il secondo utile per adottare – magari per errore – il più normale degli indicatori sociali che consenta di riequilibrare tra ricchi e poveri la spesa sociale e attenuare magari la rabbia dell’esercito di paria che occupa dal Sud al Nord le strade dell’ex Bel Paese?

Chi lo spiega come stanno le cose al leader politico in forte ascesa, Giorgia Meloni, che continua a chiedere al governo perché non ha pensato di usare i scuolabus privati senza farsi mai venire il dubbio che dovrebbe chiederlo ai Capi delle Regioni che sono in gran parte espressione della sua coalizione politica, non di quella di governo? La confusione è tanta, perché siamo entrati in Pandemia con l’assetto istituzionale del sistema Italia polverizzato in venti Staterelli che si chiamano Regioni che praticano un solo esercizio quotidiano (io spendo, tu Stato paghi) e sanno solo ripetere “io sono figo e tu sei un incapace” oppure “caccia i soldi e stai zitto”. Ma in queste condizioni, indipendentemente dal Coronavirus, dove pensiamo di avviarci?
Se entrate nell’ascensore di un albergo leggerete che c’è un piano anti-incendio, che devi andare di qua e poi di là, che devi andare sulla piazza all’esterno o salire sul terrazzo, e così via. Nel nostro caso l’incendio c’è, è arrivato, lo hanno visto tutti, le fiamme si sono alzate, ma noi continuavamo a dire che era tutto a posto, che eravamo stati più bravi degli altri. In alcuni casi siamo addirittura arrivati a dire che la nostra economia volava, e così via. Per cui non c’era il tempo per fare il piano anti-incendio e anche ai pochi che ci pensavano, tra questi di sicuro il presidente Conte, scattavano subito i muri levatoi regionali, gli sproloqui a senso multiplo dei virologi e i veti dei proprietari delle discoteche, le osservazioni dei sindaci che a differenza dei Presidenti delle Regioni almeno si sporcano di più le mani, e chi più ne ha più ne metta.

Così siamo arrivati alla peggiore delle chiusure, quella del lockdown di fatto che lascia i costi e toglie i ricavi, e ai sei miliardi del nuovo decreto che contiene risarcimenti più rilevanti di quelli della prima ondata ma sono fatti sempre all’ultimo momento e rischiano di arrivare purtroppo tardi per di più con il solito carico di crediti di imposta che a poco servono se le attività non tornano a esistere e a produrre utili. L’Italia deve ritrovare il suo centro di decisione e di responsabilità. Poi ci vogliono gli uomini di Stato, non i Capetti delle Regioni. Che Dio ci aiuti!

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