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Una veduta di Bari

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Il problema della baresità di oggi è che tutti possono fare tutto, e così il declino della competenza diventa declino del territorio. Persistono e si difendono le eccellenze di impresa, ma sparisce il sistema Bari fatto di competenza organizzata e porta il conto salato alle imprese. Che, a loro volta, non sono del tutto immuni da cattive abitudini, ma pagano più degli altri le due grandi crisi internazionali e il nuovo ’29 mondiale a causa proprio della mancata trasformazione di sistema imposta dalla trasformazione digitale e dalla globalizzazione acciaccata. Scommettiamo sull’inversione possibile del declino, sulla “Milano del Sud” rinata e sul suo sistema territoriale rinnovato.

Ho voluto che il Quotidiano del Sud-l’Altravoce dell’Italia fosse in edicola a Bari dal suo primo giorno di uscita che data dieci aprile 2019. Perché non si può provare a raccontare l’Italia e il mondo con gli occhi del Mezzogiorno e chiamare a raccolta per farlo le grandi competenze del giornalismo economico, politico, istituzionale italiani senza parlare alla “Milano del Sud” e alla sua comunità.

Ho sempre avuto questo pallino fisso nella testa. Quando dirigevo Il Sole 24 Ore un po’ di tempo fa lanciai il Viaggio nell’Italia che innova: prima tappa Bologna, seconda Bari. Perché se penso all’innovazione penso a Bologna, ma se penso a un Mezzogiorno che rincorre e aggancia il Nord, penso a Bari e alla sua provincia. Penso alla Murgia (Altamura, Gravina, Santeramo) che fa il suo alla grande. Penso ai Pertosa con la Mermec a Monopoli e la Sitael a Mola di Bari dove il primato globale si chiama tecnologia nei parametri di sicurezza dell’alta velocità ferroviaria e nei satelliti spaziali. Penso ai Cannillo (Despar) e ai Casillo (entrambi a Corato). Penso alle grandi aziende agricole, ai Divella di Rutigliano e ai tanti che sanno attrarre turismo internazionale, ma non fanno rete tra di loro. Penso alla “Puglia Imperiale” della provincia di Barletta-Andria-Trani (BAT) e al suo dinamismo economico. Ricordo l’insistenza con cui Franco Tatò più di venti anni fa volle che presentassi a Milano il suo lavoro “Perché la Puglia non è la California” e, ancora prima, gli anni trascorsi da cronista del Mattino di Napoli alla Fiera del Levante di Bari dal primo all’ultimo giorno di ogni sua edizione.

Percepivo un’aria di chi vuole costruire qualcosa per l’oggi e per il domani, lo spirito mercantile di chi ha un metodo in testa e uno schema di lavoro che collegano Bari al mondo, ma si avvertivano fin da allora i segni dello sgretolamento dello Stato unitario meridionalista e la crescita di quella politica clientelare degli amici degli amici del mastodonte regionale e del crocicchio di società e di potere a esso collegato che avrebbe così tanto nuociuto agli spiriti vitali baresi.

Da oggi per vedere ciò che non si vuole vedere e ascoltare battiti, pulsioni, fatiche e delusioni affiancheremo l’edizione Bari Bat Murge a quella dell’AltraVoce in un unicum di offerta editoriale che vuole unire il massimo di libertà e di giornalismo di inchiesta sul territorio al rigore, alla documentazione comparativa-competitiva e all’orientamento del dibattito della pubblica opinione che vive nel racconto quotidiano delle due Italie.

Contro gli stereotipi dei luoghi comuni del Nord sul Mezzogiorno fuori dalla storia e dalla realtà e alleggeriti dal peso insostenibile di un meridionalismo della cattedra che ha fatto molto male e ancora di più può farne alla Puglia e al Mezzogiorno perché li condanna entrambi a un cliché protestatario rassegnato.

Vogliamo ripetere l’esperimento di successo attuato da anni in Basilicata affidando la guida di questa nuova edizione alle stesse mani sicure di Roberto Marino e di una straordinaria redazione che conosce Bari, BAT e la Murgia come pochi. Diremo ogni giorno le cose come stanno senza riguardi per nessuno perché è il timbro di fabbrica di questo giornale. Che ha un Editore coraggioso che ha la sana abitudine di leggere il giornale il giorno dopo e “combatte” da più di un quarto di secolo nella trincea editoriale delle terre più svantaggiate d’Italia.

Provo a essere brutale: il problema della baresità di oggi è che tutti possono fare tutto, e così il declino della competenza diventa declino del territorio. Persistono e si difendono le eccellenze di impresa, ma sparisce il sistema Bari fatto di competenza organizzata e porta il conto salato alle imprese. Che, a loro volta, non sono del tutto immuni da cattive abitudini, ma pagano più degli altri le due grandi crisi internazionali e il nuovo ’29 mondiale a causa proprio della mancata trasformazione di sistema imposta dalla trasformazione digitale e dalla globalizzazione acciaccata.

L’eccellenza, per capirci, non fa il tessuto economico di un territorio di una regione. Per invertire il declino e tornare a essere la Milano del Sud, il territorio deve uscire dal suo nuovo motto “pochi, maledetti e subito” che serve a contrastare un breve termine difficile e darsi un progetto di medio e lungo termine dicendo oggi che cosa saranno Bari e la Puglia tra dieci anni.

Diciamoci le cose come stanno. La Fiera del Levante è alla canna del gas. Non riesce ad avere una produzione propria che non sia la campionaria che attrae sempre meno. Non produce più fiere: le quattro o cinque specializzate sono tutte importate perché non ha un management con un minimo di capacità per legare le fiere ai suoi prodotti e a un tessuto di ricerca alle sue spalle bellissimo ma frammentato che a sua volta anch’esso non riesce a fare sistema.

I gangli vitali per favorire un tessuto economico regionale che vuole fare sistema come l’Acquedotto pugliese e molti altri di reti immateriali e materiali, di servizi e di ricerca pubblica sono nelle mani di uomini fedeli alla politica regionale dello scambio e non basta il lavoro serio di un bravo sindaco di Bari e di altri buoni amministratori comunali per rimediare ai guasti di struttura prodotti da un sistema deviato che è il frutto malato del federalismo italiano della irresponsabilità. Che qui, come a Napoli e a Palermo, ha dovuto fare anche i conti con gli indebiti prelievi operati dalle Regioni del Nord.

La Banca Popolare di Bari è stata travolta dagli scandali che non hanno risparmiato neppure una famiglia simbolo come quella degli Jacobini. Su quello che è accaduto nella gestione del credito saremo vigili e non avremo attenzioni per nessuno, ma ancora di più lo saremo con chi ne ha raccolto l’eredità perché non ci piacciono i gattopardismi a ogni latitudine e perché hanno ricevuto in consegna le chiavi del futuro di sistema da ricostruire. Se lo ricordino bene ogni giorno che Dio manda in terra perché devono sapere distinguere tra i raccomandati a cui devono dire no e gli spiriti vitali che da questo intreccio distorto sono stati penalizzati e a cui devono sapere dire sì senza nascondersi dietro paraventi formalisti.

Il Bari calcio è finito in mano alla famiglia partenopea dei De Laurentiis che è a sua volta proprietaria dello storico Napoli calcio. Sul piano dei simboli se penso alle radicate capacità dell’impresa pugliese di difendere i suoi simboli proprio rispetto a quella napoletana che ha già vissuto la sua stagione di disarmo e prova ora a ripartire, questo mi sembra il dato più evidente della strutturalità della crisi barese. Un grande marchio del caffè Saicaf della famiglia Lorusso è stato acquisito da Segafredo. Potremmo continuare, ma fermiamoci qui.

Scommettiamo piuttosto sull’inversione possibile del declino, sulla “Milano del Sud” rinata e su un suo sistema territoriale rinnovato. Che saranno a loro modo acceleratori del cambiamento del Mezzogiorno e contribuiranno a salvare l’Italia. L’unica cosa che non manca, qui come in modo diffuso a Napoli e in Calabria con una università che sforna i talenti mondiali dell’algoritmo dell’intelligenza artificiale, è il capitale umano giovanile. La coerenza meridionalista degasperiana del governo di unità nazionale guidato da Draghi punta proprio su quel capitale.

Draghi è la carta estrema del Paese, ma proprio per questo è allo stesso tempo l’ultima opportunità che la storia ci consegna per riunire le due Italie. Dobbiamo crederci e essere parte attiva del cambiamento. Bisogna fare l’esatto contrario di quello che si è fatto negli ultimi venti anni. Quelli della crescita zero e delle diseguaglianze crescenti. Quelli del patto scellerato della spesa storica tra le Regioni ricche di Destra e di Sinistra che hanno privato i cittadini meridionali dei loro diritti di cittadinanza e svuotato il primo mercato interno di consumi del Nord produttivo. Un obbrobrio etico e un “capolavoro” da studiare nei manuali per raccontare come si mette fuori gioco un Paese intero.


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