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I nostri ragazzi devono tornare a scuola alla data prestabilita con il massimo di vigilanza e di sicurezza e il Governo Draghi che ha fatto scuola in Europa riaprendo e mai chiudendo l’insegnamento in presenza sa che posticipare i problemi non aiuta la soluzione. Il ministro Bianchi che ha ricevuto i complimenti pubblici del collega tedesco sa bene che deve passare per la punta del problema, non per le rotondità di comodo dei rinvii regionalisti. I De Luca e gli altri, ovviamente con toni e modalità tra di loro molto differenti, la devono smettere di bloccare ogni volta il Paese perchè – dal trasporto locale alla scuola fino alla sanità e alle nomine dei manager – hanno quasi un solo modo di affrontare i problemi che è quello di chiedere i soldi allo Stato, fare tutto come facevano prima, e rinviare nel tempo la soluzione di ciò che presenta complicazioni. Questo andazzo non è più tollerabile perchè esprime un meccanismo paralizzante che toglie il futuro ai giovani e impedisce la riunificazione delle due Italie.

CHE COSA è l’Italia? Un Paese unitario? Un Paese federale? Un Paese con il federalismo à la carte dove tutti fanno come vogliono con i soldi degli altri? Un Paese in mano a venti grandi feudatari regionali che mandano il conto delle loro spese allo Stato e vogliono dare ordini allo Stato nella scuola come nella sanità? Che fanno figli e figliastri nella distribuzione delle risorse? Che se ne sbattono delle sentenze della Consulta? Che possono decidere con soldi pubblici nazionali e europei, non regionali, chi deve fare questo o quello, sacrificando competenze indiscutibili e progetti duraturi di sviluppo industriale e culturale per i loro territori nominando amici o amici degli amici? Che possono così mettere a rischio soldi preziosi per fare un Piano nazionale di ripresa e di resilienza che regali strutturalmente un futuro nell’industria della creatività e molto altro alla più sfortunata delle giovani generazioni meridionali?

I nostri ragazzi devono tornare a scuola alla data prestabilita con il massimo di vigilanza e di sicurezza e il governo Draghi che ha fatto scuola in Europa riaprendo e mai chiudendo l’insegnamento in presenza sa che posticipare i problemi, rinviare le questioni, complica la soluzione, non aiuta la soluzione. Il ministro Bianchi che ha ricevuto i complimenti pubblici del collega tedesco sa bene che deve passare per la punta del problema, non per le rotondità di comodo dei rinvii regionalisti, ma come ha fatto con gli organici scolastici da coprire nei tempi utili (cosa mai avvenuta in mezzo secolo) è pronto a misurarsi con il nuovo problema e a passare la punta del problema. Non ne vuole proprio sapere del solito schematismo demagogico per cui tutto deve essere ingigantito per potere poi rinviare puntualmente tutto. Perché tutto deve essere sempre drammatizzato. Sa bene che la sovrapposizione tra fibrillazioni quirinalizie in mano a partiti senza bussola e senza capi e l’emergenza oggettiva della nuova ondata di Coronavirus spinge naturalmente verso il solito caos italiano, ma sa altrettanto bene che lui è lì perché il caos resti solo quello delle parole. Perché si capisca l’importanza della stabilità garantita da un governo di unità nazionale che si misura con i problemi e decide facendo l’esatto opposto di ciò che si è sempre fatto e, cioè, accantonare, rinviare, alla prima difficoltà.

Volevate impedire allo sceriffo De Luca di vestire i panni di capo di stato ombra della Repubblica Campania e di dare anche le date del rinvio della ripresa della scuola che non ha alcun potere per stabilire? Volevate che dieci Regioni e i loro Capi di tutti i partiti non si stracciassero le vesti perché si ritorni alla scuola a distanza? Volevate che il presidente della Emilia-Romagna, Bonaccini, non bussasse a soldi a ragione o a torto, non so?

Siamo davanti al problema strutturale delle Regioni. Che la forza persuasiva dell’azione del governo Draghi ha fino a oggi contenuto, ma che non può non riemergere periodicamente proprio perché è strutturale. Come si fa a gestire le domande dei territori quando i partiti continuano a chiedere bonus e regalie e, alla fine, si fa il solito pastrocchio, un pezzetto all’uno, un pezzetto all’altro dove, purtroppo, si smarriscono i diritti di cittadinanza e poco o nulla funziona? Con l’aggravante che quello che va alle Regioni se  lo intestano le Regioni e, quindi, i partiti non hanno alcun interesse a soddisfare queste richieste regionali giuste o sbagliate che siano perché non c’è nessun ritorno di immagine per loro.

Siamo alla dialettica malata tra partiti e leadership politiche regionali. Siamo ai feudi regionali e ai grandi feudatari che ritengono di potere fare quello che vogliono, spesso sbagliando, e che troppo spesso bloccano il Paese.

Ma come può accadere che un neoeletto presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che pure stimiamo e che è partito bene dichiarandosi alla ricerca di competenze e di manager più che di assessori, si privi di chi si è  impegnato senza compenso per fare in Calabria la “bibbia” della lunga serialità e ne detiene il primato assoluto e, cioè, di Giovanni Minoli? Come si fa a dire no alla principale garanzia, che è la professionalità, per riuscire a rifare in Calabria quello che lo stesso Minoli ha già fatto molto tempo fa a Napoli con “Un posto al sole” e che è oggi la prima industria culturale della terza capitale d’Italia qual è Napoli?

Non sono cose minori perché stiamo parlando di un pezzo vero di Piano nazionale di ripresa e di resilienza che può cambiare per l’oggi e per il domani il futuro industriale e culturale di una regione e dei suoi cittadini. Non si scherza con il fuoco. Così come i De Luca e gli altri, ovviamente con toni e modalità tra di loro molto differenti, la devono smettere di bloccare ogni volta il Paese perché –  dal trasporto locale alla scuola fino alla sanità – hanno un solo modo di affrontare i problemi che è quello di chiedere soldi allo Stato, fare tutto come facevano prima, e rinviare nel tempo la soluzione di ciò che presenta complicazioni. È la solita, pessima figura davanti al mondo di un Paese che si blocca per qualsiasi cosa e che consente, in questa palude decisionale, di aumentare i poteri dei vari feudi, da quelli regionali a quelli burocratici fino all’intreccio distorto tra magistratura inquirente e informazione.

Questa solita, pessima figura davanti al mondo è esattamente quella che il governo Draghi in poco più di dieci mesi è riuscito a ribaltare. Apparentemente commissariando la politica, di fatto restituendogli i primati che essa stessa aveva sprecato. Perché è la politica dei partiti e dei feudatari regionali che non è stata capace di decidere niente per interi decenni, quelli della crescita zero, e che vuole continuare anche oggi perché non riesce a uscire dal cantone in cui si è cacciata da sola.

Lo faccia presto e bene cogliendo subito l’occasione delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica per dare al Paese il massimo di garanzia della nuova credibilità acquisita  e  misurandosi dopo con l’assetto non più tollerabile di uno stato frantumato in venti staterelli con venti capi di stato ombra che fanno il bello e il cattivo tempo. Questo andazzo non è più tollerabile perché esprime un meccanismo paralizzante e distorsivo che toglie il futuro ai giovani e impedisce la riunificazione delle due Italie.  


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