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Molte delle nostre battaglie giornalistiche sono diventate patrimonio comune della coscienza collettiva e base culturale o tecnica dell’azione di governo del Paese. La cifra costitutiva è stata news analysis con giornalismo di inchiesta. Il cambio di narrazione del Mezzogiorno italiano e il contesto geopolitico che lo rendono tesoro energetico dell’Europa e il più sicuro e potenzialmente attrattivo dei Sud del mondo. La sfida cruciale da vincere del capitale umano e della nuova classe dirigente euromediterranea.

1845 giorni vissuti come uno solo. Più di cinque anni scrivendo ogni giorno, sabato e domenica compresi. Una voce di libertà quotidiana che ha avuto come cifra costitutiva news analysis e giornalismo di inchiesta disvelando dal suo esordio il trucco della spesa storica che abolisce da quasi quindici anni i diritti di cittadinanza su sanità, scuola, e trasporti di donne e uomini del Mezzogiorno e delle zone interne del Nord e che è alla base del divario strutturale tra le due macroaree geografiche del Paese, tra quelle metropolitane e quelle interne sull’intero territorio nazionale.

Una voce di libertà quotidiana che ha poi saputo segnalare, quando nessuno voleva vedere, il miracolo dell’economia italiana dal post Covid a oggi locomotiva europea e, al suo interno, la sfida epocale del nostro Sud non più periferia ma centro di un mondo capovolto, motore di pace e sviluppo nell’area cruciale del futuro che è quella euromediterranea, produttore di innovazione di qualità e di buona manifattura che colleziona record di crescita nell’export globale, potenziale hub energetico del Mediterraneo per l’Europa intera e nuovo possibile Eldorado degli investimenti dei capitali internazionali.

L’edizione de “Il Quotidiano del Sud – L’ALTRAVOCE DELL’ITALIA” è stata tutto questo e rivendica con orgoglio che i contenuti di molte di queste battaglie giornalistiche sono diventate patrimonio comune della coscienza collettiva e base culturale o tecnica dell’azione di governo del Paese. Di volta in volta, ciò è avvenuto o attraverso la nascita di commissioni di indagine parlamentare che hanno certificato il valore documentale delle nostre denunce sulle anomalie della spesa pubblica pro capite o anticipando gli andamenti reali di una economia diventata resiliente nella sua manifattura avendo innovato più di francesi e tedeschi grazie alla riforma fiscale degli investimenti da Nord a Sud o, se volete, da Sud a Nord, cominciando cioè a unire il Paese, e avendo nel dna flessibilità e capacità di penetrazione su tutti i mercati del mondo.

A differenza anche qui del mancato dinamismo della manifattura più pesante della Germania cui ci lega un forte cordone ombelicale che avrebbe potuto strozzarci per la dimensione della crisi tedesca, ma che invece non è avvenuto.
Questo giornale rivendica con orgoglio di avere colto e segnalato all’opinione pubblica il nuovo ruolo strategico del nostro Mezzogiorno prodotto dall’accorciamento delle catene della logistica globale determinato dalla pandemia, i carri armati di Putin in Ucraina che hanno spezzato per sempre i fili dell’asse Est-Ovest e rimesso al centro il Sud globale con la sua grande risorsa giovanile e la dote di materie prime vecchie e nuove nonché il successivo conflitto mediorientale con l’orrore dell’attacco di Hamas a Israele e una reazione spropositata sulla Striscia di Gaza che non si ferma e ha rimesso terribilmente in campo un intrico di minacce nucleari, guerre e assalti incrociati di iraniani, houti e pasdaran, andandosi tutto ciò a cumulare con la polveriera a cielo aperto dell’Africa dove le armi dei russi e i soldi a usura dei cinesi si sono sostituiti al secondo colonialismo francese e inglese altrettanto predoni.

Questo nuovo contesto geopolitico dove il rischio di un conflitto globale unico non può più escluderlo nessuno, rende il Mezzogiorno italiano il più sicuro tra quelli del Sud globale, in massima parte autocratico e percorso da grandi e piccoli conflitti, perché appartiene a un Paese del G 7, perché rappresenta da solo l’ottava potenza manifatturiera europea, perché può scommettere su uno sviluppo sbilanciato che metta a frutto i primati dell’intelligenza artificiale come della cyber sicurezza, dell’agro-industria e della farmaceutica, e che ha nei fondi europei del Piano nazionale di ripresa e di resilienza e di coesione e sviluppo la cassaforte per creare le condizioni di contesto di trasporto e di grandi reti materiali e immateriali che permettano di mettere a frutto il suo tesoro di energie da sole, vento e mare, fare i rigassificatori di Gioia Tauro e Porto Empedocle e, soprattutto, porsi agli occhi del mondo come il più importante data center in grado di attrarre capitali globali che generano innovazione, ricchezza, lavoro di qualità. In una parola: futuro.

Partendo da questi ragionamenti, molti dei quali sono alla base del Piano Mattei europeo che si rivolge all’Africa con una cultura finalmente solidale e paritaria ed è il segno di un’intuizione politica strategica di Giorgia Meloni che riprende il solco tracciato dal sindaco santo La Pira, il frutto più consapevole e qualificato del lavoro del nostro giornale sono state le due edizioni del Festival Euromediterraneo dell’economia (Feuromed) e la Carta di Napoli che hanno posto al centro il cambio della narrazione del nostro Mezzogiorno, che non significa inventare ma documentare il buono fatto e non conosciuto per costruire la fiducia contagiosa che permette di realizzare davvero il molto che ancora c’è da fare, e la sfida strategica della costruzione della nuova classe dirigente euromediterranea investendo come mai prima con il bilancio europeo sul capitale umano unendo negli studi e nella formazione le università e gli istituti tecnici delle due sponde del Mediterraneo. A tutti gli autorevolissimi componenti del comitato scientifico di Feuromed e al suo impareggiabile presidente, Patrizio Bianchi, io personalmente e L’ALTRAVOCE devono molto.

Basta così. Ho potuto fare tutto questo, e voglio dirlo ora che mi accingo a iniziare una nuova impegnativa avventura, grazie a Francesco e Antonella Dodaro, che non avevo mai conosciuto prima e che, quando il telefono squillava meno, mi hanno proposto questa sfida editoriale che è stata per me in questi cinque anni molto più di una sfida editoriale. È stato Ennio Simeone, mio maestro di giornalismo a Napoli alle prime armi, a fare loro il mio nome e questo non lo dimenticherò mai. Ho potuto fare tutto ciò grazie a Stefano Regolini, una roccia che è stato l’ancoraggio solido quotidiano di questo lavoro comune e che ne raccoglie l’eredità sapendola di certo valorizzare ulteriormente, all’intelligenza unica e alla grande professionalità di Roberto Marino da cui ho appreso ogni giorno qualcosa e al rigore prezioso e al lavoro silenzioso di Rocco Valenti che ha passato i miei editoriali cogliendomi ogni giorno in fallo.

Sento il dovere di dire un grazie particolare alla agguerrita pattuglia della redazione di questa edizione de L’ALTRAVOCE, a una segreteria che è stato punto di riferimento operativo per tutto e tutti, ai suoi autorevolissimi editorialisti senza le analisi fondamentali dei quali questo giornale non avrebbe avuto senso, alla redazione del Quotidiano del Sud delle edizioni della Calabria e della Basilicata, che non ha mai fatto mancare i suoi contributi di valore dal territorio. Auguro di cuore il meglio possibile a Massimo Razzi, direttore responsabile del Quotidiano del Sud che da par suo so di certo non si risparmierà e saprà coinvolgere. A Stefano Regolini va il mio conclusivo riconoscente in bocca al lupo. Infine, un grazie voglio dirlo ai lettori. Che in un dialogo appassionato, con le mail e i riscontri quotidiani, non hanno fatto mai sentire inutile il nostro lavoro.


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