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Il premier Giuseppe Conte (Foto Roberto Monaldo/LaPresse)

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Abbiamo bisogno di un metodo di governo ciampiano che fa dell’esecuzione dei progetti nei tempi prestabiliti la sua priorità. La partita è cruciale. Si gioca adesso. Non c’è più spazio per l’ennesimo elenco delle opere da fare ma solo per la comunicazione delle decisioni assunte e dei cantieri aperti a partire dall’alta velocità ferroviaria nel Sud. Questa è la sfida del fare di Conte

Otto giorni per un Progetto Paese fatto di cose vere che riguarda i prossimi dieci anni dell’Italia non sono tanti. Sono stati bene impiegati se servono a fare nella settimana che si apre oggi ciò che andava già fatto. Questo è l’unico metro da usare per giudicare i risultati degli Stati generali dell’economia. Non abbiamo bisogno di nuove idee, ma di cose che accadono. Abbiamo bisogno di un metodo di governo ciampiano che fa dell’esecuzione dei progetti nei tempi prestabiliti la sua priorità attuando nei fatti quella discontinuità decisionale di cui il Paese ha vitale bisogno. La partita è cruciale. Si gioca adesso. Perché senza contromisure immediate, c’è il rischio concreto che a settembre la crisi strutturale italiana si trasformi in un declino inevitabile fatto di disoccupazione dilagante, perdita di produzione, conflitto sociale e distacco definitivo dal carro dei Paesi avanzati a cui siamo rimasti fin qui sempre più faticosamente agganciati. Per fare tutto ciò non servono certo i poteri straordinari che si è auto-attribuito il ministro dell’Economia che è oggi il Capo Politico della più lenta burocrazia d’Europa. Perché le smentite del ministero dell’Economia non smentiscono la sostanza della questione che abbiamo sollevato ieri. Primo: le risorse possono essere riallocate da lui senza passare dal consiglio dei ministri. Secondo: non c’è un rapporto paritario sulle misure con gli altri ministri competenti che devono essere “sentiti” senza che ci sia bisogno di un “concerto” con loro. Tradotto dal burocratese significa che Gualtieri deve solo ricordarsi di fare una telefonata. Ci mancherebbe altro! Occupiamoci di cose più serie.

Decreto semplificazioni, legge di assestamento e nuovo disavanzo. Dentro questo triangolo parlamentare si gioca il futuro del governo Conte e, cosa più rilevante, il futuro del Paese. Che non ha più né la testa né l’animo per accogliere l’ennesima ondata di annunci. Non c’è più spazio per l’ennesimo elenco di opere da fare ma solo per la comunicazione delle decisioni assunte e dei cantieri aperti. Non c’è più spazio per l’annuncio di una rottamazione dell’auto o di chissà che e di chissà quando, ma solo per l’avvio immediato di una rottamazione a trecentosessanta gradi perché per fare ripartire l’Italia non bastano certo tre monopattini prodotti da chi nemmeno si sa. Non c’è più spazio per annunci generici sulle infrastrutture di sviluppo perché, come chiede l’Europa e come dovrebbe pretendere il Nord produttivo, la priorità assoluta va al Mezzogiorno d’Italia, ai treni veloci che non ha, Sicilia compresa, alla sua rete di porti e retroporti, perché questo è l’unico modo per dare all’Italia un mercato interno di consumi decente e per garantire alla stessa Italia e all’Europa una base logistica che permetta loro di recuperare la leadership nel Mediterraneo.

Ciampi lo capirebbe al volo. Soprattutto, lo farebbe. Sentite che cosa mi disse lui nel Natale del 2012 dopo la Grande Crisi dei debiti sovrani del 2011 e leggete che cosa mi scrivevano in quei giorni giovani donne di valore costrette alla resa. Sono parole di straordinaria attualità.


Siamo usciti a fatica dalla terribile crisi finanziaria e di credibilità, ma ne siamo usciti. Riguarda l’onore e il buon nome del titolo Italia, riflette responsabilità politiche e di decoro delle istituzioni chiare e note, subisce la pressione di forti interessi geopolitici franco tedeschi, ma una ostinata incapacità di ascoltare e di fare della politica di governo di quegli anni conducono a una serie di errori capitali commessi con grande sicurezza che mettono in ginocchio l’economia reale e, cosa ancora più grave, moltiplicano le paure fino al punto di farle diventare contagiose e determinare un clima generale di sfiducia. Sarà un crescendo terribile per tutto l’anno, il 2012 quasi più terribile del 2011 perché i colpi dell’austerità necessaria e di quella gratuita entrano nella carne viva degli italiani e manca una voce che parli al loro cuore, racconti l’anima di quello che si sta facendo e per colpa di chi. Durante le feste di Natale ricevo una telefonata di Carlo Azeglio Ciampi, mi dice tante cose ma mi colpisce un passaggio, insistito e accorato, del ragionamento: «Chi ha responsabilità di governo, soprattutto in momenti di crisi come quelli che stiamo vivendo, deve avere l’umiltà di ascoltare le ansie e le preoccupazioni della gente e deve trasmettere a tutti la partecipazione necessaria perché si convincano che si farà interprete dei loro problemi e li affronterà». Per capire di che cosa stiamo parlando, riproduco, di seguito, gli estratti di due lettere tra le tantissime che ho ricevuto e pubblicato nella mia rubrica memorandum sulla Domenica del Sole24Ore che all’epoca dirigevo. Hanno la forza emotiva e la qualità narrativa del racconto italiano di un Paese che “muore” mentre sta provando a salvarsi e non lo sa, nessuno glielo dice, o perlomeno cerca le parole giuste per spiegarglielo.

«Caro direttore, le scrivo l’ultima lettera prima di congedarmi a malincuore da questo impossibile ma meraviglioso Paese. Sono italiana, e anche non lo sono, perché nata e cresciuta all’estero. Nel 2008, pochi giorni dopo aver discusso la tesi di PhD a Toronto, mi sono “imbarcata” prima per il Belgio e poi l’Italia, meta dei miei sogni, dove per cinque anni ho investito tutto quello che avevo (fellowships, borse di studio e tanta energia) nella ricerca, l’insegnamento, la traduzione. In Italia mi sono sempre trovata bene, malgrado un compenso minore e uno status precario: prima collaboratrice coordinata continuativa alla Statale di Milano (6 mesi), poi assistente di ricerca a Torino (12 mesi), e per l’anno accademico 2012-2013 docente a contratto all’Università di Catania, presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Ragusa. Un’esperienza incantevole, anche se a volte un po’ barocca, il Consorzio universitario vi impiega 22 docenti e 33 bidelli: questi, d’altronde, non toccano stipendio da mesi. Due settimane fa, purtroppo, mi sono licenziata, anche se mi faceva luccicare la promessa (entro un anno, forse due o tre) di un contratto a tempo determinato di ricercatore, ma dopo un anno di lavoro, numerosi viaggi (vivo in prossimità di Udine) e lunghe notti in bed &breakfast ragusani, non potevo più sostenere il costo del mio impegno. Aggiungo accessoriamente che non ho ancora toccato una lira per il mio lavoro: i docenti a contratto, categoria sulla quale si regge in gran parte la didattica universitaria di questo Paese, sono pagati a credito formativo, a fine contratto. Nel mio caso, volge a termine il 31 ottobre, ma posso sperare di avere i miei 4.500 euro a marzo del 2014. Sono i tempi del Consorzio universitario, mi dicono in segreteria. Io, per mantenermi al lavoro e nella ricerca, ne ho spesi parsimoniosamente 800 al mese per 12 mesi. Mi creda, le ho provate tutte per non dover partire: ho spedito dozzine di cv nelle scuole internazionali, presso case editrici, ho cercato e trovato contratti di traduzioni, purtroppo aggratis, come dite voi. Alla fine ho lavorato in un ristorante e rigovernato i bagni di una locanda: ne vado fiera, ma ho detto basta. Avrei fatto carte false per rimanere in Italia, dove mi sento a casa, amo la gente, la natura e le stagioni, ma mi sono rassegnata a lasciare tutto e tutti e a rientrare in Canada, per lavorare. Lo stesso viaggio dei miei genitori, ma da un aeroporto del Nordest anziché dello Stretto, 38 anni dopo… Qui non riesco più a sentire la voce di un politico o la parola riforma o la parola giovani. Non lo sono più, di anni ne ho 35». Stefania Marzano

«Caro direttore, eccole un altro “Racconto italiano di un Paese che muore”. Leggo sempre il suo Memorandum e mi colpisce soprattutto quando parla di noi giovani (36 anni!) e della nostra difficile sorte. Faccio parte dell’esercito inattivo dei laureati scoraggiati, con anni di studi alle spalle e molti tentativi per spiccare il volo e rendersi indipendenti. Voglio solo che lei sappia che ogni mattina mi sveglio e piango, ma non sono l’unica. Piango disperata non perché io mi sia arresa (non è nel mio carattere) ma perché ho perso di vista i miei obiettivi, la mia crescita personale, la mia curiosità per fortuna non il coraggio. Sono angosciata. Sono come un giocatore di scacchi che si sente sotto scacco e cerca la mossa giusta per liberarsi e rimettersi in gioco. Ricominciare a costo di dimenticare chi sono». Maura Lento.

Non ho nulla da aggiungere. Anzi no. Quello che può succedere nel prossimo autunno è molto peggio. Questo Paese che stava male e perdeva i suoi giovani migliori sotto i colpi di una miope austerità europea e dei vizi storici italiani nel 2012, può conoscere con la Grande Depressione mondiale da Pandemia l’uscita dal novero dei Paesi industrializzati e pagare il prezzo sociale di una polveriera a cielo aperto che spacca definitivamente l’Italia e la condanna per sempre al declino. Può succedere questo o l’esatto contrario perché Conte prende in mano l’economia e cambia finalmente registro rivoluzionando le strutture e gli uomini della macchina pubblica della spesa. Si ricorda che è arrivato poco o niente sui conti delle persone e delle aziende e capisce che deve ribaltare il tavolo per salvare l’Italia e ricollocare il Mezzogiorno come priorità nazionale. Sta in noi, direbbe Carlo Azeglio Ciampi. Sta in noi, presidente Conte.

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