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Stefano Bonaccini e Paola De Micheli

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La ministra De Micheli continua a prendere in giro le donne e gli uomini del Sud giocando disinvoltamente tra competenza e cassa e rivelando addirittura di non conoscere il quadro finanziario reale delle opere di cui parla. E ora che è tutto alla luce del sole il governatore Bonaccini come può pensare di essere ancora credibile come presidente della Conferenza Stato-Regioni se ogni volta che parla tutti pensano a una sola cosa: perché i cittadini dell’Emilia Romagna sono cittadini di serie A, quelli della Puglia di serie B e quelli della Calabria di serie C?

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. La pervicacia con cui la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, continua a spacciare favole per realtà, risorse programmate (130 miliardi) per disponibili (5/6 miliardi) rievoca nelle parole di Ercole Incalza la scarpettiana Miseria e Nobiltà: i finti parenti dell’aspirante sposo Eugenio, marchesino decaduto, fanno a gara a mostrare ricchezze che non hanno davanti al cuoco arricchito che è il padre dell’amata Gemma e i soldi che non ci sono diventano “cheque lunghi così”. Sinceramente non ne possiamo più. Questa ministra continua a prendere in giro le donne e gli uomini del Sud giocando disinvoltamente tra competenza e cassa e rivelando addirittura di non conoscere il quadro finanziario reale delle opere di cui parla. Siccome questi errori ripetuti li compie sempre e solo quando si tratta di “vendere” studi di fattibilità come treni veloci al Sud o di annunciare per decisione presa un tunnel sottomarino dove serve un Ponte sempre al Sud, non sappiamo più se si tratta di analfabetismo istituzionale (preoccupante) o della volontà di rabbonire con numeri fantasmagorici una popolazione meridionale a cui si promette ciò che non si può mantenere.

Diciamo le cose come stanno. Oggi l’Italia, non il Mezzogiorno, ha bisogno di un progetto integrato Sud – Alta Velocità ferroviaria, porti e retroporti, Ponte sullo Stretto, rete in fibra – da affiancare alla fiscalità di vantaggio come opere effettive e punto uno del Recovery plan europeo. Ha bisogno di questo e, cioè, di un consorzio selezionato di imprese qualificate che agisce in concessione, non di nuovi giochetti delle tre carte tipo spesa storica per cui si indica il Sud come sprecone e incapace e gli si sottraggono ogni anno sessanta miliardi di spesa sociale e infrastrutturale. Questo è quello che è avvenuto negli ultimi dieci anni grazie all’alleanza sottobanco tra la Sinistra Padronale emiliana (vero, Bonaccini?) e la Destra leghista lombarda che si sono impadronite della Conferenza Stato-Regioni e hanno avuto in mano la governance reale della spesa pubblica italiana. Questo è quello che non può più accadere.

Il premier Conte, che stimiamo e ha messo la faccia sulla riunificazione infrastrutturale delle due Italie, si rivolga con un discorso chiaro e ultimativo alla De Micheli. Se capisce, bene, altrimenti se ne liberi. Lo stesso faccia Zingaretti, che sulla ripresa del Paese gioca la sua vera partita politica e che deve affrontare a sua volta anche il nodo Bonaccini. Il bravissimo governatore della Regione Emilia-Romagna deve sapere che ogni volta che parla tutti pensano a una sola cosa: perché i cittadini dell’Emilia Romagna sono cittadini di serie A, quelli della Puglia di serie B e quelli della Calabria di serie C?

Tutti sanno ora, e questo giornale ne rivendica il merito, che la distribuzione delle risorse per sanità, scuola e infrastrutture è avvenuta con criteri incostituzionali smaccatamente di favore per le Regioni del Nord a discapito di quelle del Sud. Ma come può pensare Bonaccini ora che tutto è alla luce del sole di essere ancora credibile come presidente della Conferenza Stato-Regioni se in presenza di un conflitto di interessi gigantesco indugia ancora a varare i fondi per la perequazione sociale e infrastrutturale? Ma che cosa gli fa pensare che non venga presto il giorno in cui lui e i suoi alleati sottobanco dovranno restituire il maltolto?

Credo che per Zingaretti sia scattata l’ora della verità. Con questi saccheggiatori professionali del bilancio pubblico italiano che hanno portato il Paese a essere ultimo in Europa non sono più possibili mediazioni. Qualunque agevolazione chiede l’impresa privata del Nord la si vincoli alla delocalizzazione degli investimenti agevolati nelle regioni meridionali perché questo significa fare vera politica economica espansiva e perché il grasso di spesa pubblica estratto impropriamente dalle Regioni del Nord dalle casse pubbliche italiane basta e avanza per sostenere le agevolazioni agli investimenti produttivi nei loro territori di origine. Basta ridurre la quota di trasferimenti direttamente clientelari e quella indirettamente veicolata a favore della criminalità organizzata nella gestione dei rifiuti, nel movimento terra, forse anche nella sanità, per non parlare delle cointeressenze pericolosissime nel turismo e nel commercio. Questa è la sfida che l’Italia ha davanti.

Conte è libero dai condizionamenti di quegli interessi deteriori che hanno condannato le due Italie a essere gli unici due territori europei a non avere raggiunto i livelli pre-crisi del 2007/2008 prima del Covid. Zingaretti è estraneo alla cultura della Sinistra Padronale e ha quindi anche lui le condizioni di libertà necessarie per agire dentro il suo partito e per fare sentire la sua voce nel governo. Entrambi ovviamente devono capire che non sarà né facile né scontato perché gli interessi territoriali forti cedono su tutto meno che sulla cassa. Questa volta, però, dovranno farlo. Perché se i ricchi continuano a mangiare nel piatto dei poveri un giorno scopriranno che è vuoto. Poi un po’ più in là scopriranno che anche il loro piatto è vuoto. A quel punto capiranno, ma potrebbe essere tardi.

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