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Lavori per l'installazione della fibra ottica

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La cessione vantaggiosa della quota di FiberCop al fondo americano pone degli interrogativi sul futuro della digitalizzazione nel Mezzogiorno. Perché la quota non si è ceduta a Cdp che non voleva il super rendimento e che si era dichiarata disponibile ad assorbire una quota dei debiti Tim? Se una società dello Stato fa una buona offerta perché non si avvia almeno una trattativa? Che cosa c’è sotto? È bene che il presidente Conte si occupi della grana

Lo sviluppo del Mezzogiorno italiano è diventato la priorità dell’Europa. Lo hanno capito tutti. Fuori dall’Italia. Anche i falchi olandesi e austriaci che hanno un problema con le loro comunità nazionali, tutelano alla grande i loro interessi, ma non si mettono più di traverso rispetto a ciò che serve per risolvere il problema europeo. In casa lo ha capito di sicuro un ministro di valore, Amendola, che di mestiere questo fa. Parla con l’Europa. Sa bene che se non vi sono equità sociale e territoriale, i nuovi livelli essenziali di prestazione, le infrastrutture di sviluppo ingiustamente sottratte, siamo fuori dal piano europeo e l’Italia tutta si prepara a uscire dal novero dei Paesi industrializzati consumata nel bozzolo di egoismi miopi dei potentati regionali del Nord. Siamo arrivati al punto finale di una storia ventennale che ha sistemato provvisoriamente i conti toscano-emiliani e lombardo-veneti con i soldi di sviluppo indebitamente sottratti alle popolazioni meridionali. Per uscire insieme da questa bruttissima pagina di storia bisogna cambiare le teste e abbandonare vecchie pratiche, ma purtroppo non è così. La vicenda della rete pubblica mancata della fibra ne è l’esempio più evidente.

Partiamo dagli ultimi episodi di cronaca. L’Enel ha ricevuto un’offerta dal fondo australiano Macquarie per il 50% di Open Fiber di tre miliardi valutando implicitamente sei miliardi l’intera società, debiti esclusi. Per la neonata della banda larga di casa Enel, quattro anni di vita, emerge un valore di mercato di sei miliardi. Per il 37,5% di FiberCop – il gioiello della rete Tim perché copre l’ultimo miglio dall’armadietto alla casa senza il quale non può esistere nessuna rete della fibra – il fondo americano Kkr ha tirato fuori 1,8 miliardi (esclusi i debiti) assegnando un valore di mercato all’intera società di sette miliardi (compresi i debiti). Qualcuno potrebbe dire che questa quota agli americani è stata regalata. A maggior ragione se si pensa che per acquisire a un prezzo vantaggioso tale partecipazione, Kkr ha preteso e ottenuto un rendimento annuo del 9%. Allora ci si chiede, ma perché non si è ceduta questa quota a Cdp che non voleva il super rendimento e che si era dichiarata disponibile a assorbire una quota di debiti più che proporzionale di Tim? Che cosa impediva di accettare un’offerta anche migliore? Che cosa c’è dietro questa scelta? Se una società dello Stato ti fa una buona offerta perché non avvii almeno una trattativa? Perché non avresti dovuto cedere proprio a Cdp quella stessa quota? Che cosa c’è a fare un ministro dell’Economia che non solo non interviene ma difende la rete unica a maggioranza Tim del pirata francese Bolloré? Che è a sua volta azionista di maggioranza di Tim e secondo azionista di Mediaset? Non è questa se non altro un’ulteriore complicazione del quadro?

Diciamo le cose come stanno. Per fare nei tempi prestabiliti dal Recovery plan la rete della fibra e per farla coprendo l’intero Paese la via maestra era una società pubblica guidata da Cdp remunerando da tutti i punti vista il venditore parziale Tim. I modelli di Terna e di Snam di oggi, la nazionalizzazione elettrica di ieri sono gli unici possibili per fare le cose. L’altra faccia del Recovery plan è il solito papocchio italiano. Per cui nei prossimi giorni si andrà allo scontro sul valore dei conferimenti. Poi si andrà allo scontro sulla governance, chi ha i poteri e chi no, chi bisogna scegliere.

E poi ancora si dovrà fare i conti con le authority di mercato italiane e europea. Hanno un bel dire che l’equità sociale e territoriale guida il progetto legato ai finanziamenti del Recovery plan. Noi siamo disposti a scommettere che se non si introducono mutamenti sostanziali nell’assetto societario la vittima illustre di questa operazione saranno le imprese e le famiglie del Mezzogiorno d’Italia e dei Sud del Nord. È bene che il presidente Conte si occupi della grana fino a quando si è ancora in tempo per risolverla. Annunciare con enfasi qualcosa che molto probabilmente non si potrà fare è sempre sbagliato. Sono tempi durissimi, checché ne pensi l’ottimista Gualtieri, e la politica dello struzzo non paga. Caro Presidente Conte, siamo consapevoli che le emergenze sono tante, ma qui nascondere la testa sotto la sabbia non è più possibile.

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