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Marcello Minenna e Giuseppe Conte (Foto Roberto Monaldo/LaPresse)

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Un dipartimento arrugginito come quello delle Dogane è potuto diventare in pochi mesi un’Agenzia innovativa che persegue la strada della digitalizzazione e porta a casa i risultati. È la prova che si può uscire da un Paese imbrigliato dove non è facile capire chi decide. Servono persone che abbiano un rapporto diverso con le norme, servono capacità di programmazione e di esecuzione per realizzare un disegno organico di sviluppo

Ci sono uomini che possono fare la differenza. Marcello Minenna è uno di questi. Perché con lui fare funzionare la macchina dello Stato è possibile. Cambiare metodo di lavoro è possibile. Digitalizzare le funzioni e riorganizzare la rete di interventi pure. Questo vuol dire essere Servitore dello Stato, secondo le regole della modernizzazione, nei giorni terribili della Grande Depressione mondiale. Non osiamo nemmeno pensare che cosa sarebbe potuto accadere nelle dogane italiane ai tempi del Coronavirus se alla guida dell’Agenzia non ci fosse stato Minenna. Chi ha provato a fare il furbo con i cinesi è stato immediatamente bloccato e chiamato a rispondere dei suoi comportamenti. Viceversa tre miliardi e passa di mascherine perfettamente regolari in assoluta trasparenza sono puntualmente arrivate a destinazione.

Si è percepito con chiarezza, nella cerimonia di ieri per la presentazione del libro blu, che un dipartimento di Stato arrugginito è potuto diventare in pochi mesi un’Agenzia innovativa che persegue la strada della digitalizzazione e porta a casa i risultati. Due gli obiettivi centrati: a) maggiore incisività nell’azione di contrasto di comportamenti fraudolenti; b) semplificazione delle procedure che favoriscono la crescita dell’economia.

È un fatto che una mano nascosta della provvidenza ha catapultato un civil servant che conosce come pochi i mercati e le loro regole, economista esperto di matematica finanziaria, dalla Consob alla direzione generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli in una fase delicatissima come è quella del Coronavirus. Si è presa la briga, a suo modo, di dimostrare che la macchina pubblica può cambiare positivamente dall’interno. Riteniamo che oggi la stessa provvidenza ci assicuri la presenza di Minenna in una collocazione strategica negli snodi dove è possibile che riparta o si inceppi per sempre il secondo motore dell’economia italiana che è l’industria del Mezzogiorno.

Le zone economiche speciali delle grandi aree metropolitane di Napoli e Bari. La rete integrata di porti e retroporti delle due “capitali” del Sud (appunto, Napoli e Bari) con Taranto, Gioia Tauro, Augusta e Pozzallo. La grande logistica e la grande portualità che sono legate a una rete funzionante della fibra e a una rete di treni veloci che riunifichino le due Italie. Ci sono meccanismi che richiedono capacità di innovazione e di esecuzione perché la realizzazione di questo disegno organico di sviluppo non si fermi nei mille interstizi della burocrazia italiana. Molti di questi passaggi sono, per fortuna, nelle mani del direttore generale delle Dogane e dei Monopoli, Minenna. Che fa già il suo in silenzio nei campi di propria pertinenza mentre tutti parlano invece di fare.

Come è noto non nutriamo alcuna fiducia in una rete unica della fibra che si profila come un papocchio perché si devono tenere insieme interessi di mercato italiani e internazionali, l’urgenza di rilevanti investimenti pubblici e le ragioni strategiche di interventi capillari nel Mezzogiorno che è l’unico bacino potenziale di crescita dell’Italia. Dobbiamo uscire da un Paese imbrigliato nella frammentazione decisionale dove non è facile capire chi comanda, chi decide e che cosa vogliono davvero entrambi. Viviamo tempi di guerra dal punto di vista dell’economia e, come abbiamo detto già più volte, all’Italia servono uomini di valore come furono Pescatore, Saraceno, Sinigaglia e tanti altri negli anni del miracolo economico italiano. Servono coraggio e fantasia. Bisogna innovare nelle procedure. Reclutare una squadra di giovani di talento a 360 gradi. Servono persone che abbiano un rapporto diverso con le norme. Servono esperti digitali di primo e di secondo livello. Servono buoni ingegneri e buoni analisti finanziari. Servono capacità di programmazione e di esecuzione.

Uomini che abbiamo in casa come Minenna e uomini che abbiamo fuori casa come Scannapieco sono due esempi concreti di persone che hanno il bagaglio di competenza e di esperienza per cambiare e fare le cose. E se si vuole fare sul serio alla testa del processo di cambiamento della macchina pubblica centrale della Repubblica italiana servono persone così. Bisogna capire che cosa è il mondo e dove sta andando per trasferire le migliori buone pratiche dentro la macchina amministrativa italiana. Non è vero che i Pescatore, i Saraceno, i Sinigaglia non possono avere eredi. Così come non è vero che non possa esistere oggi un’idea lungimirante della politica che torni a ragionare tenendo sempre insieme le due Italie. Perché le scorciatoie tedesche e i miopi egoismi dei potentati regionali conducono il Nord al declino e il Sud al sottosviluppo.

Per evitare la dissoluzione di questo Paese Arlecchino, conservare all’Italia una posizione nel novero delle grandi economie industrializzate e restituire all’Europa prima ancora che a noi la leadership nel Mediterraneo, occorre che chi ci governa si renda conto che senza moderni servitori dello Stato all’altezza dei Grandi del dopoguerra non si va da nessuna parte. Perché a parole si possono dire e “fare” tante cose, ma perché queste avvengano c’è bisogno di chi sa assumersi le sue responsabilità in tempo reale ed è capace di costruire un team motivato che traduca quell’assunzione di responsabilità in scelte operative.


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