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Giuseppe Conte in collegamento con Ursula von der Leyen

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Per realizzare tutto ciò bisogna fare un falò delle centinaia di richieste spedite all’impazzata da tutti sulla scrivania del ministro Amendola, intimare alla ministra De Micheli di arrotolare l’elenco farsa di Italia Veloce, e fare altrettanto con gli spezzoni miliardari di richieste di Patuanelli e di altri ministri. Mettere subito ordine nella governance delle reti autostradale e della fibra

Siamo al governo che riapre con i fatti ciò che ha chiuso a parole. Non è ammissibile che per un tema di garanzie che si vogliono mettere a carico a vita dei Benetton per un ponte nuovo che nemmeno loro hanno costruito, diventi carta straccia l’annuncio a reti unificate e nero su bianco ai mercati che la rete autostradale italiana torna in mani pubbliche sotto Cdp. Ancora meno ammissibili sono le battute dei palazzi romani del tipo “vai avanti tu che mi viene da ridire” oppure “lascia fare a Cdp Equity e al suo tignoso timoniere, Di Stefano, che non firma niente e spaventa tutti così prendiamo due piccioni con una fava perché mettiamo ora in difficoltà il Capo assoluto di Cdp, Palermo, e in primavera lo facciamo saltare”. Ragionamenti miseri di questo tipo qualificano chi li fa e li riferiamo solo per dare il senso di quanto netta sia la distanza tra la gravità dei problemi e la irresponsabilità di chi ha il dovere di risolverli non di tramare per liberare la seggiola a favore dell’ultimo, nuovo, incompetente di turno.

Il copione terrificante di Autostrade vale anche per la nuova rete in fibra e per l’Ilva perché anche qui ci sono sempre qualche battaglia di potere della lobby dominante (soprattutto in casa Tim) o suggestioni mirabolanti tipo l’acciaio a idrogeno per inventarsi una complicazione che diventa l’alibi per tutti di rinviare la questione, di prendere tempo, di non chiudere mai un capitolo. Pantano italiano.

Qualcosa di simile, ma di ancora più grave, sta accadendo con il Recovery Fund e, soprattutto, con questa chiacchiera insulsa, direi permanente, praticamente a ogni ora del giorno e della notte, sui 209 miliardi che starebbero piovendo sul cielo dell’Italia se non direttamente nei portafogli degli italiani (sic!). Smettiamola di vendere fuffa nei giorni della Grande Depressione mondiale perché questa specie di “metadone europeo” maneggiato in modo così dilettantesco in casa può condurci al default sovrano nonostante tutti fuori dall’Italia si adoperino per evitarlo. Di fronte a un pericolo reale così devastante abbiamo chiesto a Ercole Incalza di scrivere, da par suo, in due paginette con tanto di tabelle una proposta italiana di Recovery Fund che esca dalle logiche parolaie della mancia del 34% di opere al Sud per una parificazione fifty fifty degli interventi (50% a testa) con la duplice pre-condizione che la quota del Mezzogiorno sia interamente coperta dal fondo perduto e che tutte le infrastrutture richiamate siano immediatamente cantierabili e monitorabili come esige il cronoprogramma concordato.

Fuori da questo piano ci sono i fondi di coesione 2021/2027 e altri 100 e passa miliardi di prestiti a tassi di favore con i quali in un Progetto Paese organico si possono finanziare interamente la rete digitale del futuro e l’innovazione industriale che crea valore aggiunto (non la rendita privata) e gli interventi ugualmente non assistenziali delle singole regioni del Nord e del Sud. Per realizzare tutto ciò bisogna fare un grande falò delle centinaia di richieste spedite all’impazzata da tutti sulla scrivania del ministro per gli Affari europei Amendola, intimare alla ministra De Micheli di arrotolare e non srotolare mai più l’elenco farsa di Italia Veloce, e fare altrettanto con gli spezzoni miliardari di richieste di Patuanelli e di altri ministri. Basta scherzare con il fuoco. La benzina elettorale di marca populista nella macchina italiana può solo fare saltare il primo e il secondo motore che sono il Nord e il Sud del Paese.

Ma qualcuno, mi chiedo, riesce almeno a interrogarsi su che cosa succede se imbrigliamo la governance delle reti autostradale e della fibra italiane? Forse, voi che dite, saltano anche i progetti finanziati dal Recovery Plan che riguardano l’una e l’altra? Noi vogliamo solo avvisare chi ci governa che gli stessi funzionari che dicono oggi, dopo avere chiesto i danni e tagliato le tariffe, che non si può cedere sulle garanzie perché chissà a quali rischi si va incontro, saranno gli stessi a dire dopo che non si può fare niente perché ci sono i ricorsi pendenti, perché i diritti sono personali, perché il nuovo rischio è altissimo. Quando Renzi dalla sera alla mattina intervenne sul fotovoltaico o quando Tremonti si inventò di agosto la tassa sul tubo al grido di Robin Hood o di basta privilegi, è finita male. Oggi è ancora peggio perché il tributo scatta sull’altare di un populismo fuori dalla storia. Fino a quando il Paese potrà sopportarlo?

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