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Una coda in autostrada

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Si torna a parlare di un esecutivo pronto a dissotterrare l’ascia di guerra della revoca della concessione ai Benetton che lo porta dritto dritto davanti alla Corte di giustizia europea e che lo vedrebbe soccombente. Per non parlare dei contenziosi che si aprirebbero legati ai maxi indennizzi. Visto che i negoziatori si sono rivelati inadeguati non resta che l’intervento di Conte: chiami i Benetton e chiuda lui. Altrimenti non arriverà Cdp ma un fondo estero

Nessuno potrà mai accusarci di non avere bocciato senza appello la gestione dei Benetton della rete autostradale italiana. Abbiamo detto in modo chiarissimo che il management scelto dalla famiglia di Ponzano Veneto – al di là degli esiti giudiziari delle vicende di Avellino e di Genova rispetto alle quali da garantisti incalliti quali siamo attendiamo il giudizio definitivo – si è rivelato inadeguato perché ha dimostrato una spiccata propensione a massimizzare i profitti della rendita pubblica tariffaria e una altrettanto spiccata propensione a ridurre al minimo indispensabile gli investimenti in sicurezza. Così come non ci stancheremo mai di ripetere che le responsabilità della politica che ha voluto/consentito contratti di concessione così favorevoli al concessionario privato sono rilevanti e alimentano i peggiori sospetti. Così come, elemento ancora più significativo, sono abnormi, di sicuro superiori a qualunque altro attore coinvolto in queste vicende, le colpe e le inadempienze di quei funzionari pubblici preposti ai controlli sulla sicurezza e sull’attuazione degli investimenti concordati e/o necessari. Che sono ancora lì e di cui nessuno parla.

Abbiamo sottolineato più volte che passare la guida della società nelle mani di Cdp, custode del risparmio postale italiano e cassaforte del nostro capitalismo pubblico, poteva essere la scelta giusta per recuperare principi di responsabilità di impresa nella gestione delle grandi reti del Paese. Tutto questo, però, non può non avvenire secondo le regole del mercato perché l’Italia non è il Venezuela e l’Europa non prende ordini dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ebbe la sfrontatezza di dichiarare che i Benetton venivano cacciati senza costare un euro ai cittadini italiani. Ora si torna a parlare di un governo pronto a dissotterrare l’ascia di guerra della revoca della concessione che lo porta dritto dritto davanti alla Corte di giustizia europea e che non può non vederlo soccombente. Per non parlare dei contenziosi che si aprirebbero legati ai maxi indennizzi previsti dagli improvvidi contratti di concessione. Per non parlare dei fondi europei legati al Recovery Fund che andrebbero persi per l’assenza di una governance pubblica chiara e riconoscibile.

Parliamoci chiaro. Se tu governo mi dici di pagare 3,4 miliardi di danni e io lo faccio. Se tu governo mi dici di tagliare le tariffe di 7 miliardi e io lo faccio. Se tu mi dici di vendere a Cassa Depositi e Prestiti e io lo faccio, tratto direttamente con i vertici di Cdp Equity noti per ingigantire i problemi e non chiudere mai niente. Se io allora invito Cdp ma Cdp vuole garanzie illimitate fuori da ogni regola mondiale di mercato, è evidente che sei tu Cdp che non vuoi Autostrade per l’Italia (Aspi) perché non si tratterebbe più di una vendita ma di un esproprio.

Se poi Atlantia, holding di controllo di Aspi, compie a questo punto la mossa intelligente di fare la vendita al migliore offerente a partire da Cdp e a condizioni di mercato, allora davvero tu governo ti sei messo da solo in un angolo grazie alle inadeguatezze dei tuoi negoziatori. Perché la Commissione europea non può non bocciarti l’eventuale revoca della concessione. Si può accettare che tu fai fuori il gestore in quanto non è capace ma non che gli imponi a chi deve vendere se il gestore soddisfa tutte le condizioni richieste dall’acquirente da te indicato meno una arbitrariamente tirata fuori e estranea a ogni regola di uso comune.

L’offerta di Toto per Aspi è già arrivata, i fondi a partire da quelli americani si faranno vivi e voglio vedere che cosa succede quando arrivano da oltreoceano quelle telefonate alle quali non si può dire di no. Per le garanzie ci sono le assicurazioni che fanno questo di mestiere e i fondi americani sono concreti, se devono cacciare qualcosa di più lo fanno senza problemi, perché badano alla sostanza e sanno come trattare. Non sono per capirci come Di Stefano, il Capo di Cdp Equity, che è conosciuto per la caratteristica di vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto e non quello mezzo pieno. Con uomini così il governo italiano va a sbattere di sicuro oltre a regalare al fondo americano di turno o di qualsivoglia nazionalità la nostra rete autostradale. Bel colpo!

Nei libri di storia c’è scritto quello che accade non quello che non accade perché il bicchiere è mezzo vuoto o perché Cdp Equity ha giocato male la partita e ha confuso la pagliuzza (le garanzie illimitate) con la trave che è quella di fare l’accordo e poi si vede. Siccome la cosa sta diventando seria e dagli esiti negativi imprevedibili, il presidente Conte dovrebbe chiamare i Benetton e chiuderla lui. È un avvocato di valore e è la persona giusta per fare capire agli “avvocati” della trattativa che il mandato è di chiudere, non di non chiudere. Anche perché Atlantia può ancora escludere gli altri e chiudere con Cdp. Conte dovrebbe usare i suoi poteri e le sue indubbie capacità mediatorie per riportare al tavolo l’interlocutore privato. Il senso dell’iniziativa è quello dell’atto conclusivo: siete d’accordo su tutto tranne che sulle garanzie, allora intervengo io. Per litigare e fare pace c’è sempre tempo. Prima che l’asta si concluda. Dopo, non più.

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