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L’ignavia dei governatori del Sud e l’interesse “frugale” dei governatori del Nord impediscono di sanare la lesione, questa sì costituzionale, dei diritti di cittadinanza nella scuola, nella sanità e nella mobilità delle donne e degli uomini del Mezzogiorno, l’intervento dell’Europa avrebbe anche il merito di permettere finalmente in Italia il rispetto effettivo della Costituzione italiana

ABBIAMO stima di Lucrezia Reichlin e apprezziamo la lucidità della proposta di puntare su pochi e ambiziosi progetti per il Mezzogiorno investendo sulle infrastrutture che favoriscono la connettività e l’innovazione (Il buon uso dei fondi per il Sud, editoriale sul Corriere della Sera di ieri, a doppia firma con Francesco Drago). Apprezziamo l’approccio realistico che riconosce l’importanza che il Mezzogiorno sia ritornato a essere un punto di priorità strategica nel dibattito nazionale e che sottolinea, per fortuna, che non si sostiene più che il Sud sarebbe ripartito con la ripresa del Nord. Anche perché gli unici due territori europei che non hanno raggiunto i livelli pre-crisi del 2007/2008, quindi molto prima dell’incubo della Depressione Mondiale da Coronavirus, sono proprio il Nord e il Sud dell’Italia.

A dimostrazione che avere abolito il Mezzogiorno dalla spesa pubblica infrastrutturale e averne falcidiato la spesa sociale pro capite ha condotto venti milioni di persone a un passo dalla soglia della povertà e rischia di trascinarne altri quaranta milioni fuori dal novero delle grandi economie industrializzate. Perché è crollato un pezzo rilevante del mercato interno di consumi e perché è venuta a mancare una soglia dimensionale produttiva nazionale indispensabile per potere ancora contare nell’arena globale competitiva.

Per tutte queste ragioni siamo rimasti sbalorditi nel cogliere anche all’interno di un ragionamento così lucido le enormi imprecisioni che sembrano dovere per forza accompagnare qualsiasi analisi che riguardi il Mezzogiorno. Scrivono testualmente Francesco Drago e Lucrezia Reichlin che “(…) quando – a metà degli anni 60 – la Cassa passò da una gestione centralizzata a una decentralizzata, essa divenne sempre più soggetta a pressioni e influenze della politica nazionale e locale (…) e le politiche per il Mezzogiorno furono associate a sperperi e politica clientelare”. Tutto quello che viene qui affermato comincia esattamente un decennio dopo, a metà degli anni 70, quando sull’altare del primo governo di solidarietà nazionale il PCI ottiene la testa di Gabriele Pescatore, il mitico presidente della Cassa che raddoppiò il prestito Marshall e unì le due Italie nelle infrastrutture di base, perché ritenuto l’unico caso al mondo di attuazione con successo del dogma della pianificazione comunista ma a vantaggio secondo loro dei potentati democristiani.

Ovviamente non era così, ma tant’è. Soprattutto, da allora in poi i trecento dipendenti della Cassa, quasi tutti ingegneri, diventarono diecimila. Si fecero molte assunzioni clientelari, non si fecero più opere di sviluppo. Prese corpo quel regionalismo deteriore dove si coniugarono poi insieme nel tempo pulsioni assistenziali nel Mezzogiorno e un’azione rapace del Nord diretta a ripetere quelle stesse pulsioni assistenziali sottraendo il capitale pubblico indispensabile per continuare a fare infrastrutture di sviluppo nelle regioni più svantaggiate e nelle aree interne dello stesso Nord.

Questa è la realtà e vedere liquidata la gestione di incentivazione alla industrializzazione del Mezzogiorno senza la quale con ci sarebbero le grandi portualità di Gioia Tauro e di Taranto, la cantieristica, l’innovazione di Leonardo, la stessa siderurgia, pezzi rilevanti di industria chimica e petrolifera, un tessuto diffuso di piccole e medie imprese e molto altro come cattedrali nel deserto fa parte di quelle credenze di assoluta grossolanità che influenzano purtroppo le decisioni politiche e condannano il Mezzogiorno sull’altare di luoghi comuni senza fondamento e non su quello delle sue vere, gravi responsabilità che non vanno sottaciute.

Si arreca in questo modo, quasi senza rendersi conto, di credenza in credenza, un danno capitale a un’idea di Italia che non ha alternative a riprovare la strada di quel miracolo economico che i Borghi del Nord e il Pescatore della Cassa del Sud seppero realizzare insieme trasformando una realtà agricola di secondo livello prima in un’economia industrializzata poi in una potenza economica mondiale.

Detto questo per amore della verità e per evitare di ripetere gli errori del passato remoto e recente, va sposata in toto e sostenuta con forza l’esigenza giusta di trovare al Mezzogiorno la classe dirigente adeguata perché i pochi grandi progetti vengano concepiti e realizzati nei tempi preventivati. Siccome non abbiamo la benché minima fiducia nella classe di governo delle Regioni meridionali e diffidiamo fortemente di un sistema distorto (Conferenza Stato-Regioni che mette insieme egoismo miope del Nord e rassegnazione al degrado del Sud) a nostro avviso ci deve soccorrere la responsabilità dei corpi tecnici dell’Europa che si accollano l’onere di portare avanti questo progetto in un quadro cogente che salta tutte le complicazioni della burocrazia italiana e applica il diritto europeo che deve valere in Olanda come in Italia.

Il problema vero non è che in Italia non abbiamo persone capaci di fare questo ma le regole che abbiamo costringono anche i migliori a misurarsi con trentacinque permessi per aprire un’attività economica o avviare i lavori di un cantiere. Siamo alla iniqua follia. Anche lo sportello unico che ogni tanto ritorna come invenzione non fa altro che aggiungersi alle trentacinque fermate delle stazioni di prima cosicché le burocrazie delle autorità portuali di Napoli e Taranto non sono capaci di attuare i progetti di sviluppo. Così assistiamo alla favola di non so quante centinaia di miliardi che la più ridicola dei ministri della Repubblica italiana, Paola De Micheli, continua ad annunciare in ogni dove riuscendo perfino nel capolavoro di trasformare lo strapieno sui bus in un effetto ottico. O come documenta Ercole Incalza, e lo scrive da dieci mesi in qua in assoluta solitudine sul nostro giornale, si parla di un Fondo da venti miliardi per infrastrutture nel 2020 salvo scoprire a fine anno che in cassa senza neppure spenderlo ce ne è poco più di uno. Gli aiuti risarcitori post Covid promessi non arrivano a destinazione perché mancano i decreti attuativi e perché l’impresa privata è tagliata fuori da tutto.

Questo giornale ha documentato, con dati ufficiali, l’abnorme distorsione territoriale della spesa pubblica sociale e infrastrutturale, ma non succede mai niente e si assiste a patetici tentavi di smontare ciò che non è smontabile. A questo punto ci possono salvare solo l’Europa e il suo modello europeo e non dovrebbe esser nemmeno così difficile visto che si è riconosciuta la prevalenza della legge comunitaria su quella nazionale tranne che per quegli interventi che determinano lesioni della costituzione dei singoli Paesi. Siccome l’ignavia dei governatori del Sud e l’interesse “frugale” dei governatori del Nord impediscono di sanare la lesione, questa sì costituzionale, dei diritti di cittadinanza nella scuola, nella sanità e nella mobilità delle donne e degli uomini del Mezzogiorno, l’intervento dell’Europa avrebbe anche il merito di permettere finalmente in Italia il rispetto effettivo della Costituzione italiana.

Sono sempre voci europee molto autorevoli, non italiane, quelle che hanno parlato di reato perpetrato dal nostro Paese utilizzando le risorse comunitarie destinate al Mezzogiorno non come aggiuntive ma solo come parzialmente sostitutive di quelle ordinarie. Basterebbe questo per capire come stanno le cose.


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