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Il premier Giuseppe Conte

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Presidente Conte, sono passati 18 mesi dal suo primo intervento su questo giornale in cui si poneva il tema della distorsione territoriale della spesa pubblica italiana. Siamo sempre lì: se nasco in Calabria ricevo 14,9 euro pro capite per investimenti fissi in sanità, ma se nasco in Emilia-Romagna gli euro sono 84,4. Altro che lotta alle diseguaglianze! Si fa anche peggio. Si attua l’ultimo atto del più perverso dei federalismi fiscali che consente alle Regioni di mettere le mani direttamente sull’Irpef e aprire fossati ancora più larghi. La misura è colma. Faccia un falò dello scatolone delle proposte dei capibastone di Regioni e Ministeri e affidi a un’agenzia tecnica l’esecuzione dell’unico piano italiano possibile che è quello che vogliono anche la Merkel e l’Europa

Presidente Conte, abbiamo troppa stima di lei per non dirle le cose come stanno. Quest’anno la liturgia del rapporto Svimez, le sue ottocento pagine, i tre milioni di senza lavoro, la curva del divario che continua a allargarsi per l’oggi e per il domani in un Paese che tutto insieme è orgogliosamente l’ultimo in Europa, ci fa venire l’orticaria.

Ci viene voglia solo di gridare: passiamo la pratica all’Europa, applichiamo i suoi trattati visto che ci facciamo belli sempre solo a parole con i soldi loro, mai nostri, e chiediamo a uomini indipendenti e capaci di prendere in mano la situazione e di attuare loro quei trattati facendo ciò che serve per la banda larga, la scuola, la riunificazione infrastrutturale ferroviaria delle due Italie, e così via. Chi governa i carrozzoni regionali di questi soldi non deve sentire neppure l’odore se no ci ritroveremo fra dieci anni, non quaranta, a leggere un altro rapporto Svimez documentatissimo dove la curva del divario non si è allargata ma semplicemente si è rotta, il quadrante non riesce a tenerle più insieme.

Diciamocelo chiaro. Non ne possiamo più di chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Presidente Conte, abbiamo il dovere di dirle che non succede niente se non ci si sporca le mani con la Conferenza Stato-Regioni. I Capi delle Regioni del Nord e i loro potentati di riferimento hanno chiamato all’appello chi maneggia la scienza economica da quando è bambino, ma non hanno potuto scalfire l’operazione verità lanciata da questo giornale un anno e mezzo fa in assoluta solitudine. Non hanno potuto farlo perché c’è una estrema, documentata, cocciutaggine che accompagna la realtà dei fatti. Che è quella che ha raccontato lei, nel suo intervento ieri alla presentazione del rapporto Svimez, della odiosa questione dei diritti di cittadinanza e di tante città del Mezzogiorno dove non ci sono asili nido e scuole a tempo pieno.

Sono passati diciotto mesi dal suo primo intervento su questo giornale in cui si poneva il tema della distorsione territoriale della spesa pubblica italiana. Siamo sempre lì: se nasco in Calabria ricevo 14,9 euro pro capite per investimenti fissi in sanità, ma se nasco in Emilia-Romagna gli euro sono 84,4. Per carità di patria omettiamo di dire quanto riceve un cittadino della Regione Val d’Aosta che ha con le terapie intensive gli stessi problemi della Calabria pure essendo stata attraversata ininterrottamente da dieci anni in qua da un fiume in piena di denaro pubblico così possente da fare tremare strade e ponticelli della vallata e consegnare molti dei suoi capi politici a processo per collusioni con la ‘Ndrangheta. Abbiamo sentito con le nostre orecchie il ministro per il Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano, dire che i diritti di cittadinanza negati sono un tema fondamentale che riguarda non solo la spesa sociale ma lo sviluppo complessivo di un territorio, e aggiungere: c’è il problema della Conferenza Stato-Regioni, non si tratta di fare guerre Nord e Sud ma di elevare per tutti i livelli essenziali di assistenza.

Non c’è la guerra, non si alzano i livelli essenziali di assistenza, questo dicono i fatti, ma sottobanco in commissione Bilancio l’eterno scellerato patto tra Sinistra Padronale che è al governo con i Cinque Stelle e l’opposizione leghista fa stralciare l’articolo della legge di stabilità che rinviava di un anno l’attuazione dell’ultimo atto del più perverso dei federalismi fiscali a livello mondiale. Quello che fa mettere alle Regioni le mani direttamente sull’Irpef per sublimare al cubo la diseguaglianza decennale della spesa storica e aprire fossati ancora più larghi tra i venti staterelli delle venti sanità. Altro che lotta alle diseguaglianze!

La misura è colma. Il Governo se esiste batta un colpo. Lo chiede dalle colonne del nostro giornale la presidente della Commissione banche, Carla Ruocco, che apprezziamo sempre di più perché non recita mai due parti in commedia. Se possiamo dare un consiglio non richiesto al Presidente Conte, come da qualche giorno andiamo ripetendo, si occupi a tempo pieno della Calabria dove i problemi giganteschi sopravvivono alla designazione di un commissario (al momento che andiamo in macchina c’è un nome ma non la nomina) e sono la cartina di tornasole della crisi istituzionale e civile italiana. Faccia un falò dello scatolone di proposte dei capi bastone delle Regioni e dei ministeri per questa o quella opera e faccia l’unico piano possibile per l’Italia se si vuole ancora essere non di parte ma razionali. Scuola, ricerca, capitale umano, banda larga, Alta velocità e capacità ferroviarie nel Mezzogiorno, piattaforma logistica integrata della rete portuale meridionale isole comprese per unire il Paese e restituire così all’Italia la leadership perduta nel Mediterraneo. Che è quello che vogliono la Merkel e l’Europa che non ne possono più di turchi, russi, e delle mille fazioni libiche. Soprattutto, chiami il vicepresidente della Bei, Dario Scannapieco, e gli affidi la piccola grande agenzia tecnica che deve gestire il nuovo piano Marshall italiano gomito a gomito con l’Europa. Se la Sinistra Padronale tosco-emiliana accecata dal suo miope egoismo e la famiglia disunita dei cinque stelle si mettono di traverso, allora molli tutto e dica perché lo fa.

Questa terribile Pandemia cambia tutto e continuare a mediare non è più possibile. Questo Paese oggi è la somma di Grecia (un po’ meglio) e di Germania (un po’ peggio). Se si continua così la Grecia italiana diventerà Grecia vera e anche la Germania italiana ci metterà un po’ ma seguirà a ruota. Sul punto della riunificazione produttiva del Paese si gioca il futuro dell’Italia e la classe dirigente meridionale salvo eccezioni non può essere essere quella di oggi. Né loro né i loro compari che sono i Capi delle Regioni del Nord “tu paghi io spendo” “le decisioni popolari le prendo io con i soldi tuoi e quelle impopolari le prendi e le paghi tu Stato” hanno titolo per guidare il Paese. Possono farlo solo a fettine. L’Italia ha invece bisogno di uno Stato rinnovato che arruoli una squadra nuova fatta di ingegneri, di informatici e di semplificatori. Bisogna riunire il talento che è in casa e quello che è fuori. Altrimenti i soldi dell’Europa saranno per noi solo nuovo debito. Con tanto di chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere di contorno.

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