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Mario Draghi e Ursula Von Der Layen

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Il fatto che i fondi comunitari già disponibili non vengano utilizzati dalle Regioni meridionali è molto grave. Al bivio con la storia bisogna trovare il coraggio di chiamare con nome e cognome alle proprie responsabilità chi tradisce la fiducia accordata togliendo il futuro ai nostri giovani e lo fa, per di più, impartendo lezioni e sermoni a tutti. Quando è troppo è troppo. Senza una nuova coscienza civica che si mobilita e si fa sentire rischiamo di non farcela e i soldi europei non arriveranno all’infinito

Sento il dovere di insistere sulla esigenza di consolidare e mobilitare la coscienza civica del Mezzogiorno.

Bisogna avere piena consapevolezza che conoscere le regole del gioco e esserne padroni, rispettare le regole e attuarle nei tempi prestabiliti, dimostrare di avere un’organizzazione e di sapere fare le cose, misura il capitale civico di una comunità.

Da qui non se ne esce neppure se quella comunità viene coperta d’oro. Perché senza organizzazione e senza la mobilitazione del capitale umano di strada se ne farà sempre poca. Non la facciamo semplice perché non è così. Il fatto che i fondi comunitari già disponibili non vengono utilizzati dalle Regioni meridionali è molto grave. Il fatto di non essere in grado di spendere moltissimo di ciò che ti viene dato, per assurdo di non essere capace nemmeno di sprecare tutti questi quattrini mentre i polacchi li utilizzano tutti e tutti al meglio, è qualcosa di terribile.

Diciamo che ti toglie il diritto di parola e quello che mi inquieta è che la comunità da loro amministrata non glielo sbatte in faccia. Non toglie a questi signori il diritto di parola facendo sentire il peso civico di una fiducia ritirata.

Al bivio con la storia bisogna trovare il coraggio di chiamare con nome e cognome alle proprie responsabilità chi tradisce la fiducia accordata togliendo il futuro ai nostri giovani e lo fa, per di più, impartendo lezioni e sermoni a tutti. Quando è troppo è troppo.

Immaginate per un attimo quale diversa forza contrattuale avrebbe un presidente di una Regione del Mezzogiorno se potesse presentarsi con le carte in regola di una crescita del territorio che dà il suo apporto alla crescita della contribuzione fiscale invece della solita lamentela che sorvola disinvoltamente sulle proprie, specifiche responsabilità.

La comunità meridionale ha il dovere di farsi sentire perché siamo in presenza di una situazione irripetibile che richiede assunzioni di responsabilità collettive.

Lo abbiamo detto ieri, lo ripetiamo oggi. La Banca centrale europea ha dato due anni di respiro all’Italia. Questo è il secondo anno delle politiche monetarie che sostengono la crescita. Arrivano i finanziamenti europei, i tassi sono bassissimi, la domanda mondiale si sta riprendendo. È quasi una condizione astrale favorevole, la politica fiscale è espansiva, l’Italia sembra quasi un Paese normale, agli occhi del mondo la sua reputazione è altissima.

Alla guida del Paese abbiamo la persona giusta che non molla il timone e ha chiara la rotta. Cerchiamo almeno di capire che fino a fine anno andiamo avanti con la politica monetaria espansiva nonostante l’inflazione stia salendo anche in Germania al 4%.

Le attese sono quelle di una fiammata legata alla crescita dei prezzi delle materie prime e sappiamo che non si tornerà più al patto di stabilità e di crescita di prima con la nota zoppìa, ma quando l’economia sarà ripartita davvero allora sarà un mese, due mesi, sei mesi, prima o poi la politica monetaria si normalizzerà, i tassi di interesse aumenteranno.

Diciamocelo chiaro: i soldi europei arriveranno quest’anno e l’anno prossimo, per qualche altro anno ancora, ma non all’infinito se ci facciamo trovare impreparati, se non creiamo reddito. Il rischio è che la gente non capisca che stiamo vivendo una fase intermedia. Non è che potremo avere sempre duecento miliardi e i tassi negativi a disposizione.

Abbiamo avuto i soldi ora per mettere a posto ora le cose e perché è diventato patrimonio comune il riconoscimento della ottusità delle politiche precedenti. Se bruciamo anche questi soldi perché qualche sceriffo vuole continuare a giocare con il nostro futuro, non è che tra tre anni ci ripresentiamo con il cappello in mano e sul tavolo servono i 750 miliardi di cui i due terzi arrivano a Italia e Spagna e olandesi, austriaci e compagnia cantante stanno zitti a guardare soprattutto se abbiamo quota cento e continuiamo ad andare in pensione a 62 anni.

Se dimostriamo di essere cambiati, cambia tutto in Italia e in Europa. Appunto, però, bisogna farlo. A qualunque costo. Senza una nuova coscienza civica che si mobilita e si fa sentire rischiamo di non farcela. Almeno poniamoci il problema.


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