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Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni

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Pubblichiamo un estratto del colloquio tra Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni e Roberto Napoletano de Il Cigno nero e il Cavaliere bianco (edizioni La Nave di Teseo, dicembre 2017) che riguarda l’anno orribile italiano (2011) e fa rivelazioni significative che appaiono di straordinaria attualità dopo gli sviluppi in Algeria e in Egitto.

Per capire gli appetiti e gli interessi che ruotano intorno al gas russo e a Putin, basti pensare che ancora oggi l’ENI è il primo cliente di Gazprom con 24 miliardi di metri cubi di gas e il terzo investitore in Africa dopo Cina ed Emirati Arabi, ma non è un mistero per nessuno che francesi e tedeschi non hanno mai visto di buon occhio questo rapporto preferenziale della Russia con l’Italia e il disegno ambizioso di un hub meridionale del gas (South Stream) da rilanciare grazie alla scoperta del grande giacimento egiziano di Zhor e al percorso sud del Turkish Stream.

Insomma, parliamoci chiaro, né i francesi né i tedeschi possono vedere di buon grado che sia l’Italia a portare l’energia in Europa, grazie all’alleanza privilegiata con la Russia, e ad assumere la leadership del Mediterraneo, grazie alla potenza del fortino ENI in Libia. Guarda caso, proprio in quell’anno terribile della grande crisi dei titoli sovrani, i francesi ottengono di bombardare la Libia e anche noi diciamo sì con un balletto di responsabilità peraltro obbligate tra capo dello stato (Napolitano) e presidente del consiglio (Berlusconi). Anche se è noto a tutti che il Cavaliere su questo punto è stato durissimo con Sarkozy: “Sei un incosciente assoluto, ne pagheremo il conto tutti.” I tedeschi, da parte loro, grazie al grande lavoro diplomatico della Merkel, varano con i russi Nord Stream, che vuol dire Germania, Francia ed Europa del nord, e ne preparano il raddoppio: insomma, con il cappello politico chiedono le sanzioni, con il cappello societario ci fanno affari. Viva la coerenza. Con gli stessi impresentabili sovietici da sanzionare a oltranza fino a mettere a terra il distretto delle calzature italiano di Fermo e tanti pezzi vitali delle nostre esportazioni, i tedeschi arrivano a definire un asset swap tra la medesima impresentabile Gazprom di Putin con la renana BASF e la società di distribuzione sul mercato tedesco che è la E.On.

Ancora: nell’azionariato di Nord Stream 2 c’è tutta l’Europa del nord, Francia, Austria e Olanda in prima linea, cioè proprio quei paesi che vogliono bloccare con le sanzioni tutti i rapporti con la Russia e chiedono perfino di bloccare gli investimenti nelle condotte, i cosiddetti pay plans, dell’Europa energetica del sud (South Stream). Ma perché a nessuno di questi è venuto in mente di proporre all’Italia di partecipare al progetto europeo e all’ENI di prendere una quota azionaria?

L’Olanda ha esaurito il suo gas, l’Inghilterra ha fatto la scelta ambientale e ha bisogno di più gas per compensare il non utilizzo del carbone, l’Europa ha una dipendenza energetica pari al 70% del suo fabbisogno e di questo 70% il 40% viene dalla Russia. Con questo quadro di riferimento come e perché si lancia Nord Stream 2 e, di fatto, si prova a bloccare South Stream? Ponti aperti per Germania e Francia, ponti chiusi per l’Italia e i paesi del Mediterraneo. E poi, perché né francesi e tedeschi né Putin hanno provato a chiedere all’Italia di entrare con l’ENI, magari con una piccola quota, anche nel mega consorzio del nord?

Claudio Descalzi è un uomo che conosce i pozzi africani a uno a uno, ne ha scoperti una decina tra Egitto, Mozambico, Algeria, Libia, Ghana, Gabon, Congo, Angola, e ha portato l’ENI a essere il primo operatore energetico nel continente del futuro, ha difeso e consolidato il fortino libico, ma conosce come pochi uomini, fatti e segreti di Gazprom e delle grandi manovre societarie europee e non riesce a capire bene questa differenza di trattamento tra nord e sud nei rapporti con la Russia. Nel suo ufficio all’ultimo piano del palazzo di vetro dell’ENI, Descalzi misura le parole ma non può fare a meno di dire che “a permettere tutto ciò non sono solo le società, ma le stesse nazioni; francamente mi sembra troppo dire che tutto ciò è stato fatto contro l’Italia, perché c’eravamo mossi per primi e davamo fastidio, ma è oggettivamente molto strano quello che sta accadendo in Europa”.

Si vuole fermare qui: dopo tutto è alla guida di una multinazionale energetica dove la diplomazia degli affari pesa e il silenzio è d’oro. Tuttavia insisto: “Credo che accuse così pesanti vadano un po’ più circostanziate, non le pare? Le faccio notare che Nord Stream 1 entra in funzione tra il 2010 e il 2011 mentre l’euro è sotto attacco e l’Italia rischia il default; negli stessi mesi Sarkozy vuole il via libera per colpire Gheddafi e pretende che i terminali ENI siano tra gli obiettivi: questi, fino a prova contraria, sono fatti.” Il faccione di Descalzi fa una smorfia, sorride e mastica amaro, poi sbotta: “Posso dirle che ho visto quanta determinazione e passione il premier Renzi ci metteva per convincere gli altri capi di governo a ridurre le sanzioni ai russi, ma cosa crede gli rispondessero? ‘Non si può, non si può.’ E non le sembra strano che i capi delle stesse nazioni con le loro società, in quello stesso mese di marzo, in barba a tutto, negoziano e firmano l’accordo per il raddoppio del gasdotto del nord, diventano produttori in Russia, fanno accordi con le loro società di distribuzione? L’Italia è stata tenuta fuori dal nuovo accordo e noi non possiamo andare a comprare gas all’estremo nord perché costerebbe troppo. Almeno ci lasciassero fare le condotte per andare in Turchia e mettere i tubi che servono per collegare l’Italia al Mediterraneo e ai giacimenti che abbiamo scoperto e pagato noi a uno a uno.”

Meno male che voleva essere diplomatico. Il quadro geopolitico che si delinea è chiaro, e anche questo è un fatto gigantesco: il nord, che era indietro, si mette a posto, raddoppia i suoi investimenti, sotto la spinta determinante dei francesi esclude l’Italia, attrae nella sua calamita di interessi un peso massimo come Putin, prima orientato a favore dell’Italia, e gli stessi capi di governo e gli stessi uomini di affari si danno un gran da fare per bloccare il sud che sta aiutando il sud, e cioè l’Italia che, attraverso il suo hub con i russi nato e realizzato prima di tutti, si candida a guidare l’approvvigionamento energetico dell’Europa meridionale, dei paesi della costa sud e dell’Africa.

Molti analisti dicono chiaramente che, anche dietro queste mosse, ci sono segni concreti e indizi rilevanti di un disegno di conquista che la Francia conduce, in modo strategico e militare, nei confronti dell’Italia; altrimenti non si spiegherebbero il sesto grado europeo sugli investimenti che l’Italia deve fare nel sud Europa e in tutto il Mediterraneo e i bombardamenti vecchi e nuovi dei francesi in Libia, l’ostinazione inspiegabile a tenere l’Italia fuori dal consorzio del nord, la clava delle sanzioni usate per screditare l’alleato italiano nei confronti di Putin.

“Dottor Descalzi, ma secondo lei dietro questi fatti c’è un complotto? O, per lo meno, c’è stato nel novembre del 2011 un complotto contro l’Italia?” Risposta secca: “No, nessun complotto, sono tutte cose lineari. I francesi, soprattutto, fanno sistema da sempre e ora vogliono farlo anche in Italia: direi che è regolare.”

Descalzi non lo dirà mai, ma nei circoli internazionali il ragionamento geopolitico prevalente dà per acquisito che i francesi vogliono conquistare il nord dell’Italia e magari lasciare che il sud diventi una grande tendopoli per gli immigrati di tutto il mondo. Per loro sono dati quasi psicologico-esistenziali. Andiamo con ordine, facciamoci guidare dai fatti e analizziamo i singoli comportamenti degli uomini del sistema francese. La Libia era un alveare sotto controllo; loro bombardano, Gheddafi è abbattuto. Chi paga il conto di tutto ciò? L’Italia. Io bevo l’acqua, lui ha l’acqua, noi mettiamo la sanzione a chi ti porta l’acqua, per capirci chi paga il conto della sanzione: Putin o l’Italia? Risposta: l’Italia. Mettiamo il blocco all’importazione dell’energia dall’est: chi ha i danni maggiori? Ça va sans dire, è l’Italia. Nord Stream 2 – che significa le tedesche Wintershall e Uniper e la francese Engie ma anche l’anglo-olandese Shell e l’austriaca OMV – sottrae all’Italia il rapporto privilegiato con Putin, tiene fuori l’Italia e mette in difficoltà South Stream, cioè noi. Se ci bloccano, chi è che alla fine di questo giro pagherebbe di più l’energia? Le imprese italiane, ovviamente, perché raggiungere il nord ha costi altissimi.

Senza sapere che cosa succederà ora con le nuove sanzioni americane di Trump ai russi. L’intera Big Oil lavora negli Stati Uniti, ha bisogno delle banche americane: saranno loro, gli americani, a fermare Nord Stream 2? Anche questo è un bell’interrogativo pieno di incognite. L’ENI va in forze e controcorrente in Africa – che resta il continente del futuro, rappresenta un suo posizionamento strategico –, mentre tutti sono andati dalla parte opposta, tranne i francesi di Total e Elf Aquitaine, ma la compagnia italiana è nettamente la prima. Risultato: si racconta che, nelle tabelline sull’Africa che la Total distribuisce alla élite francese e ai suoi clienti top, l’ENI non viene menzionata, non esiste, è stata cancellata con un pennarello.

Perché? Ecco il dato psicologico-esistenziale di cui parlavamo prima: la Total deve essere la prima; se nella tabellina mettono l’ENI, la Total risulta la seconda, e questo è inammissibile. Sono fatti così: questa, ahinoi, è la grandeur francese, non accettano di perdere. Sul laghetto dell’ENI si apre uno spiraglio di sole lucente, in questo settembre un po’ pazzerello ma dai colori nitidi, taglia la faccia di Descalzi che resta immobile, non scuce né una parola né uno sguardo. Il quadro conclusivo, per capirci, tocca di tirarlo a me ed è il seguente: come già detto, la Francia non produce gas, la Germania non produce gas, l’Olanda ha esaurito la sua produzione, l’Inghilterra produce ma in misura insufficiente. Per la Francia, la Germania e l’Italia governare i flussi di importazione dell’energia è vitale, assicurarsi le fonti di energia è troppo importante, ma le importazioni avvengono attraverso le società e l’ENI aveva alzato un po’ troppo la testa, quindi doveva essere messa a posto.


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