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Ora ci troviamo a fare i conti con una nuova economia stagnante (+0,6%) e con un debito pubblico che invece di finire al 160% del Pil, previsione governo Conte 2, è ridisceso al 145,3% grazie alla migliore performance dalla guerra a oggi, dovuta esclusivamente ai risultati strepitosi di crescita da podio europeo dell’economia italiana nel primo semestre durante il governo di unità nazionale. Il ciclo internazionale con il suo carico di shock non poteva non farsi sentire perché non esistono isole felici se il resto del mondo si ferma, anche se è evidente che in questo trapasso si sconta pure la crisi politica di chi ha voluto buttare giù Draghi contro ogni ragionevolezza incidendo sulla reputazione internazionale del Paese acquisita e sulla fiducia che trasferiva nei consumi e negli investimenti sul piano interno. Possiamo inventarci tutto meno che fare la replica della lunga agonia del 2011/2019 con punte da pre default sovrano nei primi due anni.

La crescita del 2023 non sarà del 2,4%, ma dello 0,6%. La crescita stimata del Pil nel 2022 è del 3,3% con una revisione al rialzo rispetto alle previsioni del Def di aprile. È andata ancora un po’ meglio del previsto nel primo semestre e si sconta una lieve flessione nella seconda metà dell’anno. Si annuncia il cambio di stagione: il miracolo dell’Italia è finito, a differenza di altri Paesi europei (tipo Germania) che vanno tout court in stagnazione/recessione la spinta accumulata nell’anno e mezzo di economia turbo permette di prevedere un rallentamento della crescita che non vuole dire recessione.

Resta il fatto che con una crescita allo 0,6% vengono a mancare, come anticipato da questo giornale, 20-25 miliardi di agibilità fiscale che si aggiungono al problema di trovare 40 miliardi senza fare scostamento di bilancio semplicemente per mantenere gli impegni già presi dal governo Draghi su aiuti per caro energia, cuneo fiscale, indicizzazione delle pensioni, rinnovo di contratti pubblici. L’indebitamento netto tendenziale nel 2022 scende virtuosamente al 5,1% a fronte dell’obiettivo del 5,6% indicato nel Documento di economia e finanza (Def) di aprile e si prevede in calo (3,4%) anche per il 2023 rispetto alla stima (3,9%). Risultati resi possibili anche questi dal positivo andamento delle entrate del 2022 e dalla moderazione della spesa primaria registrata quest’anno fin qui e, cioè, a fine settembre. Il debito pubblico scenderà un pochino, ma il servizio del debito costerà di più con i tassi in risalita.

La crescita acquisita di quest’anno sconta già un rallentamento nell’ultimo trimestre. Diciamo che la nota di aggiornamento di economia e finanza (Nadef) presentata ieri ci racconta in termini temporali che la crescita turbo del Paese, il cosiddetto nuovo miracolo economico italiano, c’è stata e si chiude con la stagione del governo Draghi e che la stagione che viene dopo ci riporta all’Italia di sempre della crescita dello zero virgola ma con un debito strutturale pazzesco che è di oltre dieci punti in più rispetto al 134% prepandemia. Oggi ci troviamo a fare i conti con una nuova economia stagnante e con un debito pubblico che invece di finire al 160% del Pil, previsione governo Conte 2, è ridisceso al 145,3% con la migliore performance dalla guerra a oggi, dovuta esclusivamente ai risultati strepitosi di crescita da podio europeo dell’economia italiana nel primo semestre durante il governo di unità nazionale.

Il ciclo internazionale con il suo carico di shock non poteva non farsi sentire perché non esistono isole felici se il resto del mondo si ferma, anche se è evidente che in questo trapasso si sconta pure la crisi politica di chi ha voluto buttare giù Draghi contro ogni ragionevolezza incidendo sulla reputazione internazionale del Paese acquisita e sulla fiducia che trasferiva nei consumi e negli investimenti sul piano interno.

Quando la politica fa i suoi calcoletti elettorali contro le ragioni dell’economia, l’economia che non ha tessere di partito si incarica di presentare immediatamente il conto. Purtroppo, dopo la fiction della campagna elettorale dove ti regalano di tutto di più, arriva come sempre il debito da saldare a carico nostro. Questa volta, poi, come tutti sapevano, il quadro è anche complicato dal contesto internazionale. Per cui ci ritroviamo con i tassi dei nostri BTP decennali che sfiorano il 5% e ci riportano a ritroso in modo preoccupante alla stagione del cigno nero italiano del 2011/2012 a causa delle follie della nuova premier conservatrice inglese, Liz Truss, che con un’inflazione al 10% fa il più gigantesco taglio di tasse a favore dei ricchi della storia della Gran Bretagna e fa esplodere il costo del suo debito pubblico.

La realtà è che siamo di nuovo fermi come lo eravamo quando è scoppiata la pandemia, ma in un contesto internazionale tra guerra mondiale a pezzetti, caro energia, inflazione alle stelle e nuova politica monetaria non più espansiva che è di sicuro peggiore. E tutto ciò richiede un ulteriore sovrappiù di attenzione e di coraggio perché è finito il miracolo e non c’è più nemmeno Draghi. Il nuovo governo ancora non c’è e, per fortuna, la Meloni tace in pubblico e lavora per fare una squadra all’altezza della portata della sfida e scegliere i contenuti prioritari di azione. Ogni tanto, tuttavia, si sente ripetere che si può attingere ai fondi di coesione e sviluppo non spesi per fare fronte all’emergenza energetica, ma quei soldi faticosamente recuperati a una destinazione produttiva effettiva non erano lì per sbaglio. Erano lì per affrontare un altro problema che è la mancata crescita strutturale del Sud che è un bel pezzo del problema italiano.

È finito il miracolo economico di casa e stiamo entrando in un mare tempestoso che è quello del mondo. Possiamo inventarci tutto meno che fare la replica della lunga agonia del 2011 /2019 con punte da pre default sovrano nei primi due anni. Tutto possiamo fare meno che replicare quella roba lì. Partendo dai numeri verità della Nadef e da quelli tendenziali che saranno contenuti nel documento programmatico di bilancio (DPB) che chiudono il lavoro del governo Draghi. Perché le scelte di merito della nuova legge di bilancio spettano interamente al nuovo governo italiano e l’Europa aspetterà fine novembre come è sempre successo in questi casi. Ciò che conta è che cosa ci sarà dentro quella legge di bilancio. Per noi e per chi ci guarda da fuori.


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