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Il ministro Raffaele Fitto

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Non esiste un caso Italia in Europa sul Pnrr, è una delle solite bolle mediatiche inventate in casa come il “fantastico” racconto di un Paese che rischia la recessione e ha invece la prima crescita europea come questo giornale racconta da tempo in assoluta solitudine. Bisogna credere nella verità che tutela il motore della fiducia e remare tutti nella stessa direzione. Bisogna tornare velocemente e bene a strutture tecniche specializzate che facciano dialogare ministeri e regioni mettendoli di fronte alle loro responsabilità e tornando a dare all’Italia la macchina da record nella capacità di fare investimenti pubblici del Dopoguerra centrando obiettivi strategici di sviluppo e mitigando i dissesti prevenendoli e non curandoli dopo con danni certi per l’economia e nuovo debito da fare.

La bolla mediatica sul caso Italia in Europa per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr) come le polemiche strumentali su chi verrà nominato commissario per la ricostruzione dell’Emilia-Romagna devono fare riflettere sulla ineludibile questione di ridare all’Italia una macchina pubblica dotata di competenze tecniche indiscutibili e di gerarchie rigorose di poteri combinati in un modello collettivo non di centralizzazione ma di responsabilizzazione dei soggetti attuatori.

Se non si entra con la testa dentro questi principi cardini, che appartengono peraltro all’idea guida della cabina di regia presso Palazzo Chigi e dei poteri di supplenza del governo Draghi che ha regalato all’Italia credito internazionale e crescita record, e non si prova seriamente a uscire dalla lunga stagione dell’ubriacatura della frammentazione decisionale e dello strapotere abusivo dei presidenti delle Regioni, non si va proprio da nessuna parte.

Non dobbiamo ripetere qui l’errore solito delle bolle mediatiche inventate in casa come è avvenuto e in parte continua a avvenire con il “fantastico” racconto di un Paese che rischia la recessione e ha invece la prima crescita europea, seconda o prima al mondo. Siamo stati l’unico giornale a raccontare in assoluta solitudine, in compagnia di Marco Fortis che si è dimostrato sul campo l’uomo che meglio conosce l’economia reale del Paese, il miracolo economico italiano studiato e invidiato nel mondo, disconosciuto e perfino vilipeso in casa.

Anche oggi una raffica di buone notizie con il tasso di disoccupazione che fa il suo minimo storico, altre centinaia di migliaia anno su anno di nuovi occupati a tempo indeterminato, spread che scende sotto i 180 punti, tutti i previsori nazionali e internazionali costretti di mese in mese a correggere le loro indicazioni e a farlo in misura sempre inadeguata rispetto alla realtà passata e presente accertate e a quella in arrivo stimata. La realtà, quella vera, spudoratamente ignorata da tutti, è che l’economia italiana di certo ha messo in cascina una crescita del Pil di ben oltre il 12% nei tre anni più difficili della storia contemporanea, ma può tranquillamente raggiungere il 13% e, forse, di più se solo si preservassero la fiducia in casa e la credibilità nel mondo che Draghi era riuscito a garantire e si avesse anche il coraggio di dire che Giorgia Meloni ha fatto di tutto per non disperdere questo patrimonio.

Bisognerebbe anche avere il coraggio che ha avuto il governatore Visco di dire con forza che questo miracolo è prodotto dalla vitalità della nostra economia che è stata nettamente superiore a quelle tedesca e francese avendo innovato di più, esportato di più, ridotto i debiti di più. A tutto ciò si aggiunge la potenza moltiplicatrice del desiderio di Italia nel mondo che fa volare turismo e servizi e contribuisce a tutelare il potere di acquisto delle famiglie italiane che continuano a consumare.

Questa è la realtà che non si vuole vedere e francamente non capisco perché. Realtà che ovviamente nulla toglie al peso dei nuvoloni generati dall’incertezza globale legata alla guerra e agli effetti della post pandemia. Anche se pure qui bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere che il nuovo asse strategico Sud-Nord avvantaggia l’Italia, non la Germania, e offre l’opportunità storica di riunire la nostra economia avendo deciso storia e geografia che il nostro Mezzogiorno non è più periferia ma centro e Napoli non è più solo la terza Capitale d’Italia ma la Capitale del nuovo Mediterraneo del nuovo mondo con i suoi primati globali da costruire e consolidare sui fronti energetici e manifatturieri di qualità. Questa è la grande sfida del capitale umano della classe dirigente del nuovo Mediterraneo lanciata da questo giornale con Feuromed, primo Festival Euromediterraneo dell’economia.

Bisogna credere nella verità che tutela il motore della fiducia e remare tutti nella stessa direzione. Bisogna piuttosto tornare velocemente e bene a strutture tecniche specializzate che facciano dialogare ministeri e Regioni mettendoli di fronte alle loro responsabilità e tornando a dare all’Italia la macchina da record nella capacità di fare investimenti pubblici del Dopoguerra centrando obiettivi strategici di sviluppo e mitigando i dissesti prevenendoli e non curandoli dopo con danni certi per l’economia e nuovo debito da fare.

Viceversa si preferisce crogiolarsi nel solito balletto mediatico sul nulla rimanendo nelle sabbie mobili dei cantieri che non si aprono mai e dei progetti marchetta delle Regioni mettendo a rischio il pilastro degli investimenti pubblici necessario a sostenere il palazzo della sostenuta crescita italiana. Si rimane con la testa e il portafoglio in quelle sabbie mobili che hanno impoverito per vent’anni l’intero Paese allargando a dismisura il solco delle diseguaglianze sociali e dei divari territoriali, generazionali e di genere.

Vorremmo essere chiari fino in fondo: senza una scossa come quella impressa dal ministro Fitto e sostenuta dalla presidenza del Consiglio non solo è impossibile attuare i grandi progetti, che sono l’opposto della miriade di micro interventi locali più o meno clientelari, ma diventa praticamente impossibile perseguire gli obiettivi strategici del Next Generation Eu che è il primo debito comune europeo fatto proprio per offrire stabili opportunità di lavoro di qualità ai nostri giovani e avviare finalmente a soluzione l’unico grande squilibrio territoriale sopravvissuto in Europa che è quello del nostro Mezzogiorno.

Tutto ciò richiede visione di lungo termine accompagnata da efficacia esecutiva che coordini finalmente l’impiego delle risorse europee di coesione con quelle del Pnrr e tutte le altre e che sfrutti il Repower Eu per realizzare attraverso i big energetici il grande hub del Mediterraneo che ha come capitale Napoli e come suo territorio elettivo il Mezzogiorno d’Italia per ragioni geografiche e storiche. Andare avanti come si faceva prima è impossibile perché spendendo solo poco più di un terzo delle risorse europee ricevute due anni e mezzo dopo l’ultima scadenza temporale del programma significa non solo sprecare in modo certo l’occasione del Pnrr, ma sancire la morte anticipata del governo Meloni e la fine di ogni progetto di Europa federale e solidale.

Deve essere chiaro a tutti che la partita di rifare la macchina pubblica avvalendosi di strutture tecniche centralizzate sganciate dalla morsa dei controlli pluriconcorrenti che atterrerebbero anche un elefante non è più una delle tante opzioni possibili ma la scelta obbligata se l’Italia vuole preservare e consolidare il miracolo economico in atto. Questo vale per il Pnrr come per tutto a partire dalla lotta al dissesto idrogeologico e alle  polemiche strumentali che accompagnano la scelta del commissario per la ricostruzione che continuano, ad esempio, a ignorare che i poteri speciali Bonaccini già li ha da tempi insospettabili proprio sui temi idrici e della messa in sicurezza dei territori che sono in Italia una assoluta priorità.

Diciamocela tutta. È proprio il modello della frammentazione regionale se non comunale o addirittura rionale delle decisioni che impedisce il recupero di una seria programmazione nazionale e di una efficace azione manutentiva di prevenzione. Per questo riteniamo mal posta da tutti la telenovela politica sul commissario della ricostruzione in Emilia-Romagna e più la si ripropone in termini ultimativi quasi fosse un referendum sul nome di Bonaccini e più diventa sospetta. Perché si finisce inevitabilmente nel cliché sempre sospetto di una manovra politica sgradevole da ambo i lati o almeno così viene letta.

Non si può gestire in questo modo una questione così delicata e deve essere chiaro a tutti che è proprio il disegno riformista di rimettere in carreggiata la macchina pubblica degli investimenti che sbanda pericolosamente da vent’anni a imporre scelte tecniche che si accompagnino a agenzie specializzate capaci di dialogare e soprattutto agire attraverso interlocuzioni fattuali con Regioni, ministeri e Commissione europea. Questo è il punto strategico della questione e questo punto coincide perfettamente con l’interesse del governo come di Bonaccini. Soprattutto, coincide con l’interesse degli emiliani-romagnoli e del Paese intero.


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