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In Italia le famiglie che sono coperte dalla banda larga ultraveloce sono il 30%, il che vuol dire che il 70% dei territori è fuori dalla civiltà di una società moderna da cui i giovani vogliono scappare. Inutile dire quanto di quel 70% sia nel Mezzogiorno. Se causa Covid dobbiamo richiudere le scuole per un giorno, una settimana, mesi, è ovvio che il lavoro scolastico va fatto a distanza, e a quel punto che succede?

Abbiamo ripreso a fare le nomine in base alla fedeltà di partito e alla capacità di controllo sui nominati. Siamo convinti che la Cassa Depositi e Prestiti possa fare tutto e il suo contrario dentro una digressione che ricorda le degenerazioni pericolose del Reddito di Cittadinanza. Non usciamo dalla grande illusione di un inesistente fondo perduto europeo. Rimaniamo prigionieri delle miopie italiane che impediscono di capire che la riunificazione infrastrutturale è la base per una crescita equilibrata e duratura. Non ci rendiamo conto fino in fondo della nostra vulnerabilità che ha la sua sintesi algebrica nel fatto che la Spagna paga per il suo titolo decennale poco più di un quarto di quanto paghiamo noi. Per questo non basta, come ripete spesso il Presidente del Consiglio Conte, la consapevolezza che se non riparte il Mezzogiorno il Nord non potrà mai avere una crescita sostenuta e, aggiungiamo noi, l’Italia uscirà dal novero delle grandi economie industrializzate.

Ci vuole subito un grande progetto per il Sud che coincide con il progetto Italia. Ci vuole una struttura di comando solida centralizzata, fatta di poche qualificate persone, che sia capace di un utilizzo molto buono delle risorse europee per fare le infrastrutture di sviluppo e consenta di attrarre capitali privati che funzionino da moltiplicatore nelle infrastrutture immateriali e materiali, nella scommessa dell’innovazione nell’industria, e ancora di più e ancora prima nell’investimento sul capitale umano a partire dalla scuola e dalla università. Serve un progetto per la spesa che richiederà comunque tempo perché spendere in Italia non è facile, ma che rispetti il calendario programmato e ruoti intorno a un numero ragionevole e condiviso di scelte strategiche. Per non annoiare i lettori che ci seguono quotidianamente ne ricordiamo qui due perché ci sembrano particolarmente rilevanti per il pubblico a cui si rivolge questo numero settimanale interamente pensato e scritto dai nostri giovani.

Punto primo. La banda larga ultraveloce. Il tema è semplice: in Italia le famiglie che sono coperte dal servizio della banda larga ultraveloce sono il 30%, il che vuol dire che il 70% dei territori italiani è fuori dalla civiltà di una società moderna ed è il luogo naturale da cui i giovani vogliono scappare. Inutile dire quanto di quel 70% sia nel Mezzogiorno. Aggiungiamo: se causa Covid 19 dobbiamo richiudere le scuole per un giorno, una settimana, mesi, è ovvio che il lavoro scolastico va fatto con la didattica a distanza, e a quel punto che succede? Nelle campagne del Nord e del Sud si resta indietro di un altro po’, il Paese sarà ancora più spaccato e qualche economista a gettone di qui a qualche anno verrà a spiegarci che i giovani del Sud non hanno voglia di studiare, che il sistema non è competitivo, che non è vero che sono stati tagliati i trasferimenti, e così via.

La verità è che l’Italia non ha le megalopoli, siamo il Paese dei tanti Comuni. Siamo il Paese dei borghi e delle periferie dimenticati, siamo il Paese dei monti, delle colline, dei laghi e dei mari. Francamente non ne possiamo più di discussioni sull’utilizzo dell’ultimo miglio, sulla governance della rete e sulle manovre dei lobbisti, ci stiamo infilando in nuovi contenziosi europei per non dire a Tim di stare al suo posto e di avere soddisfazione delle sue pretese dentro le regole di mercato, non fuori da esse. Questa della banda larga è una vergogna, lo diciamo dal primo giorno, che può essere sanata solo con una società pubblica che fa quello che si fece nel primo centrosinistra con la nazionalizzazione elettrica. In Spagna lo hanno già fatto.

Punto secondo. Investire massicciamente nella scuola e nelle università a partire dal Mezzogiorno. Ci sono dati sulla resa scolastica e sui tassi di abbandono che gridano vendetta, nelle università ci sono invece eccellenze internazionali assolute che sono la dimostrazione concreta che si possono fare cose importanti anche quando tutto è contro. Pensate per un attimo quanto potrebbe crescere questo Paese se invece di fabbricare criteri che favoriscono solo le università del Nord permettesse uno sviluppo potenziale a armi pari nell’interesse non di un territorio rispetto a un altro, ma del merito delle accademie favorendone l’integrazione con l’industria e la ricerca in un disegno strategico finalmente nazionale!

Abbiamo un problema enorme perché sempre più ragazzi del Sud se ne vanno a studiare al Nord oppure all’estero, perché trovano impiego fuori dai loro territori di origine. Il punto è che per farli restare bisogna fare delle cose, non è che fai una predica e loro restano. Che cosa dai loro in cambio? Ci vuole una rete di banda larga che funziona, un servizio pubblico moderno, progetti di ricerca selezionati meritocraticamente e finanziati in modo adeguato. Ci vuole un’altra Italia con altre priorità. Chi fa politica locale deve dimostrare di sapere amministrare bene. Se in un sistema scolastico finalmente innovato il preside non funziona non può più essere uno scandalo che lo si cambi. Nelle comunità di giovani e meno giovani deve sparire quella rassegnazione pericolosa che abbassa le aspettative, declina in comportamenti dove si perdono i confini tra ciò che è decoroso e ciò che non lo è. A volte finisce con il travolgere anche le difese rispetto a una demarcazione netta tra legalità e illegalità. Non ci saranno mai né crescita economica né crescita sociale se non si accompagnano a un contesto ambientale fatto di infrastrutture moderne e di elevato senso civico.

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