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I governatori di Lombardia e Sicilia, Fontana e Musumeci (al centro). Ai lati i rispettivi ex assessori alla Sanità, Gallera e Razza

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Siamo al testacoda delle venti patrie e dei loro Capi di Stato ombra più o meno prigionieri delle lobby sul territorio e sgretolati soprattutto al Nord in ogni capacità di organizzazione dalla massa abnorme di miliardi sottratti ingiustificatamente alla spesa pubblica sociale e produttiva nel Mezzogiorno. C’è quel rumore di fondo che copre tutto, oscura tutto, blocca tutto. D’altro canto se perfino in Germania dove il federalismo è compiuto e i capi dei lander non si fanno belli con i soldi pubblici degli altri c’è la stessa gara a sovrapporsi alle decisioni centrali e si indebolisce tutto, vuol dire che la musica deve cambiare

Una volta era il Pci in mezzo al guado. Oggi è tutto il Paese in mezzo al guado. Siamo con venti signorotti che con il rosso, l’arancione e il giallo si misurano come se il colore fosse la medaglia al valore. Contestano il colore della loro Regione prima che qualcuno glielo comunichi. Hanno l’ego ipertrofico e lo sviluppano sul terreno sbagliato. Arrivando fino al punto di non volere ammettere la malattia e di lasciare che muoiano persone perché non si è fatto nulla per curarle. Siamo ovviamente garantisti anche questa volta, ma di fronte a “spalmiamo un po’ di morti” dell’assessore al telefono la vergogna della Regione siciliana lascia sgomenti. Ci mancava solo questo nel Paese Arlecchino che vede la sua prima Regione, la Lombardia, con la stessa performance dell’ultima, la Calabria, nella vaccinazione degli over 80. Con la piccola differenza che ogni cittadino lombardo riceve pro capite tre volte di più di un cittadino calabrese per investimenti pubblici nella sanità e che la Regione Lombardia ha ricevuto più vaccini di tutte le regioni italiane e la Calabria assolutamente meno di tutti.

Siamo al testacoda delle venti patrie e dei loro Capi di Stato ombra più o meno prigionieri delle lobby sul territorio e sgretolati soprattutto al Nord in ogni capacità di organizzazione e di efficienza dalla massa abnorme di centinaia di miliardi sottratti ingiustificatamente alla spesa pubblica sociale e produttiva nel Mezzogiorno. Con il trucco della spesa storica hanno spaccato verticalmente in due il Paese dimezzando il reddito dei cittadini delle regioni meridionali rispetto al Centro-Nord e hanno alimentato nelle aree ricche un flusso così impressionante di spesa pubblica clientelare da mettere la Lombardia nelle condizioni di sbagliare in ogni passaggio della crisi pandemica e di apparire lontanissima in tutte le performance dalla Regione Lazio che a sua differenza ha subito ogni genere di tagli.

Diciamocelo chiaro. Siamo arrivati in Regione Lombardia e in tutti gli antri di questo carrozzone pubblico pachidermico nel cuore dell’Europa a un tale livello di “putrefazione manageriale” che nessuno dei suoi numerosi vertici è riuscito mai neppure a chiedere parzialmente scusa ai cittadini lombardi. Bisogna che tutti i Capi e i Capetti delle Regioni si rendano conto che Draghi non è lì per fare la classifica dei buoni e dei cattivi, ma è lì per provare a salvare questo Paese. Il bravo professore è quello che dice allo studente: io faccio di tutto per farti imparare ma se tu non collabori il mio lavoro non serve a nulla. I talenti fruttano se li fai girare perché se li seppellisci non fruttano niente. La coesione politica è impossibile con la geografia dei sondaggi quotidiani e l’incertezza dei comportamenti che rivela tatticismo estremo e assenza di condivisione.

Diventa impossibile orientare le persone se non c’è qualcosa che fa da riferimento per uscire dalla devastazione quotidiana. Bisogna fare un’operazione culturale che vale per l’intero Paese e deve diventare un progetto unitario. Bisogna recuperare il gusto del futuro che vuol dire che tutti si sentono parte dello stesso progetto, senza questo idem sentire è normale che i signorotti continuino a cercare il loro blasone quotidiano e continuino a scaricare sullo Stato centrale tutto ciò che può permettere loro di farsi belli con le lobby del territorio di cui sono parte, a volte guida, a volte espressione, a volte succubi.

In questo clima generale così tante voci discordanti non riescono a costituire una musica armonica e è difficile fare il direttore d’orchestra. Si finisce con il sovrapporre la propria voce alla cacofonia sottostante, ma l’armonia della musica che serve non scatta nonostante siano state fatte scelte chiare e con regole uguali per tutti. C’è quel rumore di fondo del federalismo regionale della irresponsabilità all’italiana che copre tutto, oscura tutto, blocca tutto. D’altro canto se perfino in Germania dove il federalismo è compiuto e i capi dei lander non si fanno belli con i soldi pubblici degli altri ma governano con le tasse dei loro cittadini la Cdu scende al 30% e la Merkel perde consensi, è proprio perché come i signorotti italiani non fanno altro che sovrapporsi alle decisioni centrali e indeboliscono tutto.

C’è una tendenza di tutti i poteri a salvarsi da soli, a fare per conto proprio. Si apre lo spazio a tutte le fughe in avanti o di lato perché la pandemia fa paura, spinge ognuno a salvare il suo destino o rimpossessarsi a modo proprio della vita. Succede anche in America dove il governatore del Texas ordina di togliersi le mascherine e di fare tutto quello che si vuole. Proprio l’esatto opposto di quello che serve con una Pandemia globale che richiede risposte forti e coordinate a livello di Paese e a livello internazionale. Se non capiamo in Italia che la musica deve cambiare e che tutti devono suonare lo stesso spartito anche il migliore direttore d’orchestra farà fatica. Gli analisti della geografia politica continueranno a fare i conti dei sondaggi dei partiti ma se ne guarderanno bene dal misurare la febbre della salute delle famiglie e dell’economia italiana perché il termometro gli scoppierebbe nelle mani. Svegliamoci tutti, prima che sia troppo tardi.


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