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Una curiosa espressione, durante il question time di oggi alla Camera, del Presidente del Consiglio Mario Draghi

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Nel 2020 abbiamo perso l’8,9% del Pil e, cioè, un bel 30% in più della media europea. Nel 2021 per la prima volta non siamo più il fanalino di coda e cresceremo del 4,2% in linea con la media europea scontando l’effetto del Recovery Plan. Morale: se in un anno abbiamo perso praticamente il 9% e nell’anno successivo recuperiamo il 4,2% vuol dire che nonostante l’effetto del Recovery Plan sulla nostra economia il divario tra l’Italia e l’Europa si allarga invece di restringersi. Davanti a questi numeri le priorità dei “cuochi di bordo” della politica politicante italiana assumono contorni pagliacceschi. Si cambi subito registro, per carità di patria e si dia una mano a Draghi per cambiare tutto nella capacità di fare investimenti e nella gestione di tutte le giustizie

IL PIANO delle necessità dell’economia italiana misurato dalle previsioni biennali dell’Unione europea e il piano della battaglia politica quotidiana dei partiti sono insieme la fotografia più nitida possibile del dramma italiano. La cruda realtà di un Paese che non cresce da vent’anni nell’interesse miope di pochi e nel silenzio complice di tutti, ci dice che nel 2020 abbiamo perso l’8,9% del prodotto interno lordo e, cioè, un bel 30% in più della media europea, e che nel 2021 per la prima volta non siamo più il fanalino di coda e cresceremo del 4,2% in linea con la media europea scontando positivamente l’effetto del Recovery Plan.

Morale: se in un anno abbiamo perso praticamente il 9% e nell’anno successivo recuperiamo il 4% e rotti, vuol dire che nonostante l’effetto del Recovery Plan sulla nostra economia il divario tra l’Italia e l’Europa si allarga invece di restringersi. A fine 2022 dovremmo crescere di un altro 4% e rotti con qualcosina in più – 4,4% rispetto al 4,2% previsto dell’anno prima – e raggiungeremo così i livelli pre-crisi pandemica che sono quelli dell’unico Paese europeo che non aveva mai raggiunto i livelli della sua economia prima della grande crisi finanziaria del 2007/2008. Sì, avete capito bene, è esattamente così. Questi sono i numeri veri del dramma strutturale italiano.

Questi numeri fanno paura. Perché, oltre a tutto quello che già sappiamo, ci dicono che il Recovery Plan che dà tanti soldi a noi più che agli altri, forse, serve a ridurre il danno ma non a azzerarlo. Questi numeri-verità “ordinano” alla classe dirigente italiana, a partire dalla classe politica, di impegnarsi a fare di più e a farlo in modo strutturale. La Commissione indaga con le sue previsioni due anni strategici e ci fa sapere che questo periodo non consente di recuperare il ritmo smarrito e di tenere il passo con l’Europa.

Ci segnala con forza che la nuova chance che noi abbiamo è viceversa quella di utilizzare questi due anni per fare cose strutturali che espandano in modo stabile l’economia italiana e ci permettano di creare le condizioni perché il ritorno alla crescita duri nel tempo a venire. Riunendo le due Italie e moltiplicando la capacità di produrre crescita sana e lavoro buono al posto del solito debito e del solito assistenzialismo. Tutte cose che Draghi ha in testa molto chiare, meglio e prima di tutti.

A fronte di tutto ciò che fanno i partiti italiani e i loro capi? Non dicono una parola una. I partiti del centrodestra sono impegnati in una guerriglia parlamentare sul coprifuoco, a sinistra si almanaccano senza costrutto perché non riescono a fare un accordo decente sulle candidature delle grandi città. Salvini si agita perché teme il sorpasso della Meloni nei sondaggi. Enrico Letta e Giuseppe Conte parlano di un futuro politico insieme costruendo un presente dove la regola della divisione non consente eccezioni. Questi sono i fatti. Misurano, purtroppo, la distanza siderale di chi si occupa di questo genere di problemi rispetto alla consapevolezza dei numeri della crisi strutturale italiana.

Diciamo la verità. Non c’è consapevolezza della strutturalità della crisi italiana. Non è proprio nel loro raggio d’azione. Non appartiene al loro orizzonte mentale. I numeri verità ignorati dell’economia e la qualità miserevole del dibattito politico quotidiano esemplificano il tasso di profondità che ha raggiunto la crisi complessiva italiana. Lo segnala in maniera icastica il fatto che passano le ore e non arriva nessuna analisi di nessun leader politico sui numeri dell’Europa. Loro non se ne occupano.

Se vai in televisione e dici due numeri non ti invitano più. Il Btp a dieci anni, lo diciamo per i pochi affezionati, ha raggiunto il nuovo picco dal settembre del 2020, il rendimento decennale italiano sale all’ 1,02%. Si cambi subito registro, per carità di patria. I partiti della coalizione di governo e i loro capi la smettano di giocare sul nulla e diano una mano a Draghi a cambiare tutto nella capacità di fare investimenti e nella gestione di tutte le giustizie. A cambiare testa nella pubblica amministrazione.

La contemporaneità tra il dato dei numeri ignorati dell’economia italiana e le priorità dei “cuochi di bordo” della politica politicante italiana genera raccapriccio. Perché i loro giochetti stridono con la realtà e assumono contorni pagliacceschi. Non sono più tollerabili.


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