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Papa Francesco e il premier Mario Draghi

Tempo di lettura 5 Minuti

Il dopoguerra nasce nella guerra e dalla voglia di riscatto degli italiani. Quegli italiani fecero ripartire il Paese e lo fecero creando nuovo lavoro e facendo figli. Che erano i lavoratori del nuovo lavoro di una economia che cresce e di una società che ha fiducia in sé stessa. Che è proprio quello che si propone di fare al passo con i tempi nuovi il governo Draghi. Che è quello che chiede il Papa. Che è quello che dovrebbe vedere impegnata la coscienza comune di un popolo consapevole che vuole cambiare. Loro sono presenti davanti alla complessità e alla drammaticità dei fatti mentre partiti e talk si frammentano su singoli argomenti senza una visione di insieme. Tutti parlano d’altro

Un’Italia senza figli è un’Italia che non ha un posto nel futuro. I numeri sono molto chiari. Nel 2020 siamo al minimo storico delle nascite (404 mila) dall’unità di Italia a oggi con il 30% in meno rispetto a dieci anni fa e con la metà degli italiani che ha almeno 47 anni e, cioè, con l’età mediana più alta d’Europa. La crisi italiana si può raccontare con questo dato meglio che con mille discorsi.

Facciamo i conti con un trend storico e con una caduta supplementare che è effetto Covid da costrizione. Non andava così nel Dopoguerra e negli anni Sessanta del miracolo economico italiano. Non è andata così inizialmente con l’effetto euro e l’apertura dei mercati. Poi, subito dopo la breve parentesi, è iniziata la caduta che è diventata frana in quest’ultimo periodo.

Anche dal punto di vista economico non c’è sostenibilità sociale in un Paese che non ha capacità di ricambio, che ha molti più ottantenni che bambini sotto i dieci anni. Abbiamo rovesciato la piramide. Prima avevi un anziano e sotto tanti figli, oggi sulle spalle di un bambino che nasce hai tanti anziani. Non ha futuro un Paese dove coloro che lavorano sono meno di quelli che non lavorano.

Non abbiamo più l’equilibrio sociale per affrontare la complessità. Non abbiamo futuro economico perché non siamo in grado di sostenere l’equilibrio tra le generazioni. Dovremo fare nuove imprese per sostenere l’espansione, ma rischiamo di non avere la mano d’opera per soddisfare la nuova domanda di lavoro. Siamo nudi davanti a una discesa ventennale che a un certo punto è diventata a palla.

Parliamoci chiaro. Un Paese che non ha giovani non si posiziona neanche sui nuovi settori. Vogliamo essere ancora più chiari. Per quanto riguarda la scuola la caduta demografica non può essere utilizzata per ridurre gli insegnanti, ma per intensificare il tempo pieno soprattutto nelle scuole del Mezzogiorno e permettere la formazione di ragazzi che andranno a fare i nuovi mestieri. È una priorità assoluta per riunire le due Italie una scuola diffusa sempre più legata alle discipline scientifiche e matematiche.

Non è un caso l’enfasi straordinaria che il Piano nazionale di Ripresa e di Resilienza italiano pone sulle discipline cosiddette STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) perché questo vuol dire pensare al futuro. Investire finalmente in modo massiccio e mirato in Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica significa dotare il Paese del capitale umano del futuro. Significa mettere la scuola e i nostri ragazzi in quei settori strategici delle nuove tecnologie per affrontare le sfide delle nuove comunicazioni e dei nuovi big data che saranno la nuova richiesta del Paese. Se non hai i ragazzi ti manca la prima delle materie prime per soddisfare tale nuova domanda.

Abbiamo bisogno di mantenere tutti gli insegnanti per ridurre la dispersione scolastica, aprire nuove cattedre in nuove settori perché non puoi nemmeno immaginare di rigenerare il Mezzogiorno senza ragazzi e senza un massiccio piano di investimenti per fare il tempo pieno. Nel Sud la dispersione scolastica è due volte e mezzo quella del Nord perciò nei territori svantaggiati, non altrove, vanno fatte le nuove scuole e lì si deve investire nei nuovi settori. Se no non avrai mai la ripresa del Paese.

Serve un punto di Pil in più nella scuola per mitigare gli effetti della caduta demografica e metterci nelle condizioni di disegnare il Paese nuovo. Per domare l’incertezza e infondere fiducia. Per invertire il ciclo italiano.

Ci sono queste considerazioni e molte altre dietro le parole di ieri di Papa Francesco e del premier Draghi sull’inverno demografico italiano. Dietro la scelta per sempre dell’assegno unico. Si scorge lo sforzo lucido di ricollocare il Paese dentro una visione strategica. Un Paese, per capirci ancora meglio, che fa la politica industriale – che è per definizione di lungo termine – se non ha le persone quella politica non può realizzarla.  Ci misureremo con settori nuovi. Tra dieci anni lo sviluppo verrà da tutti settori legati alle nuove tecnologie, ai motori elettrici, ai nuovi settori legati ai nuovi materiali. Avrai bisogno di nuovi tecnici che sono i bambini di oggi. Sarai in grado di averli?

Il discorso molto concreto anche del Papa è che un Paese che fa figli è costretto solo per questo ad avere speranza. Abbiamo alle spalle venti anni di stagnazione. Le speranze in economia sono aspettative che sono poi spesso le aspettative degli economisti. Che non possono più essere per l’Italia quelle degli anni prima della pandemia e di questi giorni terribili. In Germania hanno fatto politiche per la famiglia, politiche per incentivare a fare figli, si occupavano del sociale e pensavano all’economia. L’Italia deve fare oggi altrettanto garantendo una casa, un lavoro e un nuovo sistema di welfare per l’infanzia.

Tanta enfasi sulle politiche della famiglia e della scuola sono sempre tutte in una logica di politica economica di sviluppo. Così fu negli anni del piano Marshall della ricostruzione italiana del Dopoguerra in cui si sostenne il boom economico del ’61-‘63/’64 che sono gli anni del miracolo dopo il decennio d’oro ‘51/’61. Il dopoguerra nasce nella guerra e dalla voglia di riscatto degli italiani. Quegli italiani tornarono dalla guerra per fare ripartire il Paese e lo fecero creando nuovo lavoro e facendo figli. Che erano i lavoratori del nuovo lavoro di una economia che cresce e di una società che ha fiducia in se stessa. Che è proprio quello che si propone di fare al passo con i tempi nuovi il governo Draghi. Che è quello che chiede il Papa. Che è quello che dovrebbe vedere impegnata la coscienza comune di un popolo consapevole che vuole cambiare.

La chiesa nella sua massima espressione e il governo attraverso chi lo guida sono presenti davanti alla complessità e alla drammaticità dei fatti mentre gli altri – partiti e talk mediatico permanente – si frammentano su singoli argomenti senza una visione di insieme.

Il capo del governo fa uno sforzo straordinario per tenere insieme tutti i pezzi. Il Papa costringe tutti a confrontarsi con il fatto strutturale della nostra epoca che è la caduta demografica. In modo diverso lo fanno entrambi per la stessa ragione. Perché il Paese si sta prosciugando mentre tutti parlano di altro.


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