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Mario Draghi

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Lo schiamazzo quotidiano è diventato un rumore di fondo. Draghi ha restituito all’Italia rispettabilità nel mondo. Se potesse selezionare lui la classe dirigente per un periodo lungo il Paese cambierebbe in modo strutturale. Attenzione, però, tutto questo tempo che l’Italia e l’Europa comprano oggi, va impiegato al meglio. Pensiamoci bene perché la Nuova Ricostruzione non è uno slogan, ma il frutto maturo di una fatica organizzata e di uno spirito comune coeso. Sono in gioco la nuova Italia e la nuova Europa

In quattro mesi l’Italia è diventata un Paese normale. I Cinque stelle litigano a casa loro, ma al governo stanno più tranquilli. Non ce lo vediamo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che va di nuovo a incontrare i gilet gialli in Francia o che si “reincarna” come ministro dello sviluppo e torna a affacciarsi sul balcone di Palazzo Chigi per annunciare che la povertà è stata abolita.

Il solito ping pong quotidiano tra Salvini e Letta disturba il clima, fa perdere un po’ di consensi ai partiti di entrambi, ma non scalfisce la rotta realizzatrice dell’esecutivo di unità nazionale.

Lo schiamazzo quotidiano, ognuno per conto suo dei Capi delle Regioni, è diventato un rumore di fondo. Anche questo infastidisce, ma è un rumore che non diventa veto paralizzante perché il muro di Figliuolo è fatto di un cemento diverso da quello di Arcuri. Si può fare un po’ di confusione, ma alla fine non si passa. Il muro non può essere scavalcato.

Diciamo la verità. Draghi ha reso l’Italia un Paese normale perché le ha restituito rispettabilità nel mondo e ha introdotto un’etica di governo. Se potesse selezionare lui la classe dirigente per i prossimi dieci anni il Paese cambierebbe in modo strutturale.

Bisogna operare perché ciò avvenga nei tempi e nei modi che durino più a lungo possibile. Essenzialmente perché Draghi sa dove mettere le mani e, per esempio, se cerca uno che capisce di logistica chiede all’esercito il migliore che ha. Questo è il paradigma. Questa è l’etica di governo di cui parlavo prima.

Siamo nel mezzo di una grande crisi economica e il Paese si deve rendere conto che coincide con il suo interesse nazionale incentivare la presenza di Draghi come garante nel mondo per un periodo lungo. Non si tratta di favoleggiare su inesistenti bacchette magiche, ma di rendersi pragmaticamente conto che se Draghi non vincerà le tre sfide della campagna di vaccinazione, del Recovery Plan con il suo nucleo essenziale di riforme, e del multilateralismo, il Paese passa un bruttissimo momento.

Perché tutti penseranno che se non ce la fa Draghi, vuol dire che l’Italia non è salvabile. Se, poi, addirittura lo si vuole politicamente “regalare” a Salvini per qualche punto in più di gradimento nei sondaggi e non si esce dalla logica degli sgambetti per cui la carta estrema, che è Draghi, viene messa nelle condizioni di fallire in partenza, allora nessuno si fiderà più dell’Italia. Dunque, sarà peggio.

Bisogna dire le cose come stanno, non come vorremmo che stessero. È vero che la Lagarde ha detto con chiarezza che non è ancora il momento di cambiare l’impostazione della politica monetaria e che la discussione è rinviata a giugno. Qui, però, da una parte ci saranno i soliti falchi, l’olandese, il tedesco e così via, e dall’altra per esemplificare ci saranno Panetta e i governatori del Sud Europa. È chiaro che la discussione avviene su condizioni diverse e aspettative diverse. È chiaro che non siamo più nella fase nera.

Detto questo anche se il quadro non è più unilaterale, una fiammata dell’inflazione europea al due per cento e qualcosa nel breve termine è una cosa ridicola se pensiamo che è inevitabile che salgano i prezzi delle materie prime e che i prezzi si confrontano con un’economia ferma.

In Europa si può ragionevolmente ritenere che la politica espansiva monetaria continui ancora per un po’. L’America ha messo nell’economia una spinta al Pil di due trilioni di dollari che vale quasi 10 punti di Pil come trasferimenti alle famiglie per sostenere la domanda attraverso la spesa corrente.

La banca centrale americana continua a fare una politica molto espansiva nonostante lì, molto più che in Europa, la fiammata dell’inflazione si sia fatta sentire superando ad aprile il 4%. Anche il patto di stabilità e crescita rimarrà sospeso per tutto il 2022.

Attenzione, però, tutto questo tempo che l’Italia e l’Europa comprano oggi, va impiegato bene. Altrimenti salta tutto. Si vanifica la svolta nei rapporti con l’America di Biden. Si torna a bloccare il processo di riunificazione delle due Italie che resta impigliato nella solita rete di egoismi sovranisti/regionalisti e nella cronica incapacità della macchina pubblica di fare gli investimenti e di mobilitare con essi quelli privati.

Pensiamoci bene perché la Nuova Ricostruzione non è uno slogan, ma il frutto maturo di una fatica organizzata e di uno spirito comune coeso. Sono in gioco la nuova Italia e la nuova Europa.


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