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Il presidente del Consiglio Mario Draghi

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C’è un vizio tutto italiano, tendenzialmente professorale, di continuare a fare pasticci mischiando mele con pere perché bisogna sempre dire che le cose vanno male anche quando sono per la prima volta bene indirizzate e ci piace chiedere e lagnarci invece di fare. Il Progetto Italia del Recovery Plan concepisce il più grande investimento per la riunificazione ferroviaria, ambientale e digitale delle due Italie e scommette sulla grande logistica e sulla grande portualità per ridare all’Europa, tramite noi, la leadership nel Mediterraneo. Ci sarebbe da stare molto tranquilli se invece di fare polemiche sterili e adombrare furti che non ci sono stati, si impegnassero energie altrettanto vitali perché la macchina pubblica centrale e, soprattutto, le sue interlocuzioni locali del Mezzogiorno cambiassero passo

BISOGNA completare il federalismo fiscale. Che vuol dire definire i livelli essenziali e fare i due fondi di perequazione sociale e infrastrutturale, non l’autonomia differenziata. Oppure, meglio ancora: bisogna prendere la spesa pubblica pro capite in scuola,  sanità, trasporti, e calcolare la media di lungo periodo perché non possono più esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B e la quota pro capite deve, dunque, essere paritaria.

Ovviamente tutto ciò non si può fare mettendo sempre tutto sul conto dello Stato pantalone. Per cui chi riceve indebitamente infinitamente di più, dovrà rinunciare a qualcosa, e chi riceve indebitamente infinitamente di meno, dovrà avere qualcosa di più. Ovviamente si dovrà misurare anche la capacità di erogare servizi di qualità delle amministrazioni territoriali in tutte le funzioni perché la spesa media deve servire a riequilibrare e a elevare il capitale sociale dove più è stato svuotato, non a alimentare nuovi sprechi e nuovi assistenzialismi.

Bisogna subito ricostituire il principio di equità violato in modo così miope e brutale grazie a spesa storica e consociativismo dei ricchi in Conferenza Stato-Regioni,  facendo parallelamente partire le buone pratiche sanitarie, scolastiche e della mobilità ovunque. Poi, quando questo Paese sarà un altro Paese e tornerà ad avere ritmi di crescita da Paese  emergente o, sorprendendo tutti, da locomotiva europea che è una cosa ben diversa da un rimbalzo molto effervescente come è quello che stiamo vivendo in questi mesi, allora tutto procederà al rialzo, anche nella spesa sociale. Prima no, perché con il debito pubblico che ci ritroviamo sulle spalle, questo è impossibile e bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno se si vogliono abbattete i mille muri italiani del federalismo della irresponsabilità che ha condannato l’Italia alla crescita zero.

Dietro quei muri si nascondono insidie e problemi di ogni tipo che possiamo sintetizzare in una serie di interrogativi. Quali funzioni attribuire in modo esclusivo alle Regioni? Quali ai Comuni? Più deleghi meglio è, ne siamo proprio sicuri? Per le Regioni di certo il mio parere è NO a caratteri cubitali. Ancora: chi fa cosa? Che cosa dai? Come vengono finanziate queste funzioni? Con tasse locali? Quali, come? Con fondi perequativi basati su fabbisogni standard, tenendo conto delle capacità fiscali e integrando dove è necessario? Lo vogliamo capire o no che anche i livelli essenziali di prestazione sono diventati uno slogan? Vogliamo prendere atto o no che anche le sanità regionali più foraggiate hanno dato pessime prove e, a volte, addirittura fallito? Qui, comunque, almeno per orientarsi ci sono i Lea, ma, per dire, nella manutenzione delle strade come si fa?

Qual è il livello essenziale di una strada in pianura, in montagna, in collina? Sul trasporto locale vogliamo continuare con gli sprechi dei carrozzoni regionali e delle municipalizzate? Capite, insomma, che si tratta di materia complessa ancorché decisiva eppure non passa giorno senza che si svegli qualcuno dei meridionalisti di tutte le battaglie perse fino a oggi a dire che bisogna usare il Recovery Plan per fare questo tipo di operazioni che appartengono alla fiscalità generale e alla spesa pubblica di uno Stato.

Purtroppo, c’è un vizio tutto italiano, tendenzialmente professorale, di continuare a fare pasticci mischiando mele con pere perché bisogna sempre dire che le cose vanno male anche quando sono per la prima volta bene indirizzate e ci piace chiedere e lagnarci invece di fare. Con il Recovery Plan, ad esempio, è stata fatta una chiarissima scelta politica di coerenza meridionalista, le opzioni strategiche e i  numeri di riferimento sono tutti politicamente preordinati, invece si vuole ostinatamente fare confusione inserendo  nei conteggi parti del Piano la cui titolarità è delle singole amministrazioni per la definizione dei singoli interventi dentro il quadro fissato di priorità e parti in gara che sono tutte aggiuntive. Per cominciare a dire che lì, in questa confusione inventata, c’è l’imbroglio del Nord al Sud piuttosto di attrezzarsi per moltiplicare in tutte le stazioni di spesa produttiva la quota del Mezzogiorno dimostrando di sapere fare buoni progetti in tempo utile.

Si vuole ostinatamente trovare in un piano che finanzia investimenti pubblici in conto capitale quello che non ci può essere se non nella parte che già è stata decisa per scuola  e servizi sociali mentre questa battaglia va combattuta sul terreno del federalismo fiscale compiuto attuando le leggi costituzionali rimaste inattuate e evitando colpi di mano come l’autonomia differenziata  che porterebbe alla disintegrazione definitiva del Paese. Dove il Centro sta diventando Sud e il Nord non esce dal declino perché ha perso il suo principale mercato di consumi che è quello interno. A partire dal Mezzogiorno finito in povertà.

Il Progetto Italia del Recovery Plan concepisce  il più grande investimento per la riunificazione ferroviaria, ambientale e digitale delle due Italie e scommette sulla grande logistica e sulla grande portualità per ridare all’Europa, tramite noi, la leadership nel Mediterraneo. Ovviamente tutto questo dovrà essere declinato dalle amministrazioni centrali competenti che sono titolari degli interventi e delle procedure di selezione che sono in via di definizione per diventare operative con l’approvazione definitiva del Pnrr da parte dell’Unione europea. Il 40% di base destinato al Sud, quindi elevabile se siamo capaci, è il frutto dell’analisi fatta dal Mef d’intesa con il Dipartimento della Coesione e sentite tutte le amministrazioni titolari degli interventi. Questa è la realtà.

È evidente che i criteri di allocazione delle risorse e di selezione dei progetti sono coerenti con tale impostazione strategica e dovranno rispettare i vincoli di  destinazione. Questa indicazione  operativa, anche in termini percentuali, è ben presente alle singole amministrazioni e verrà ribadita nelle linee guida finali di selezione degli interventi. Ci sarebbe da stare molto tranquilli se invece di fare polemiche sterili e adombrare furti che non ci sono stati, si impegnassero energie altrettanto vitali perché la macchina pubblica centrale e, soprattutto, le sue interlocuzioni locali del Mezzogiorno  cambiassero passo.

Il decreto unico delle semplificazioni, i poteri di richiamo e i nuovi reclutamenti possono dare una bella mano. Il resto dovremmo farlo noi e nessuno ci potrà sostituire. Per l’oggi e per il domani.


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