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Il Quirinale, residenza del presidente della Repubblica

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L’Italia ha bisogno di un presidente con una personalità che sia garante della Costituzione e della tenuta del sistema non per tornare a quello che eravamo prima del Covid, il grande malato d’Europa, ma per diventare un Paese normale che trattiene in casa il suo capitale giovanile di talento, riunisce le due Italie e ritrova rango e ruolo di Fondatore in Europa. Ha bisogno di assicurarsi una guida lunga all’altezza e di non bruciare la carta estrema Draghi. Se lo ricordino tutti ora, non domani, perché sarebbe troppo tardi

In termini costituzionali il presidente del consiglio italiano ha una legittimazione parlamentare-partitica che può essere ritirata in qualsiasi momento. La legittimazione del Presidente della Repubblica è di fatto “transpolitica” nonostante l’origine parlamentare.

Non può essere ritirata a cuor leggero perché nessuno dei partiti può dire chiedendone conto “non lo ho votato” e poi chi non lo ha votato probabilmente in quel Parlamento nemmeno ci sarà più. Il dibattito politico europeo e i fatti determinati dal nuovo ’29 mondiale ci dicono che il secolo delle ideologie è alle nostre spalle e che lo spirito del secolo attuale è quello delle competenze che vengono prima delle ideologie.

Al punto che i tedeschi che sognano una nuova Merkel sembrano preferire nei sondaggi non il candidato del partito (CDU-CSU) della cancelliera tedesca, ma quello del partito socialista che ha però le stesse caratteristiche personali della Merkel.

C’è l’urgenza di sgomberare il campo dalla storia del Quirinale che vorrebbe tenere a bagnomaria il Paese da qui sino a fine gennaio.

Cioè in un periodo decisivo per completare il processo riformistico avviato con la legge annuale della concorrenza e la delega fiscale e per iniziare a sperimentare l’esecutività delle riforme chiave già approvate che sono quelle della pubblica amministrazione, dei nuovi reclutamenti per cambiare la burocrazia centrale e territoriale, e della nuova governance per gli investimenti del Recovery Plan con poteri di richiamo e competenze tecniche.

Cioè in un periodo in cui dopo venti anni di crescita zero con un Paese spaccato verticalmente in due dal federalismo regionale della irresponsabilità e ridotto a essere il grande malato d’Europa, siamo per la prima volta in un rimbalzo con ritmi di crescita divergenti a nostro favore rispetto alle grandi economie europee e l’Italia tutta gode di un’accoglienza internazionale e di un’aspettativa di rilancio della sua economia sul piano interno e esterno che non ha mai avuto.

Entrambi i risultati sono indiscutibilmente dovuti a due ragioni prima di tutte. La mano ferma con cui Draghi ha gestito la campagna di vaccinazione e il posizionamento strategico del Recovery Plan in un gioco di squadra tra ministri tecnici e politici che ha funzionato. Il capitale reputazionale personale del nostro premier frutto di una storia europea che non è fatta di narrazioni ma di qualcosa che è avvenuto e ha cambiato appunto la storia dell’Europa.

In questo contesto non si possono neppure sentire ragionamenti del tipo che Mattarella deve fare una cosa che non vuole fare neppure perché serve a facilitare l’uscita del Paese dal nuovo ’29 mondiale, ma piuttosto per salvare la pensione ai deputati alla prima legislatura che non ne avranno di sicuro una seconda e sono, quindi, imbullonati alla poltrona.

Non si possono neppure sentire ragionamenti del tipo che Mario Draghi è la scelta giusta per la Presidenza della Repubblica non perché incarna l’anima di un Paese che ha deciso di rialzarsi e ne può guidare dal punto più alto il cambiamento necessario nei gangli tanto nascosti quanto vitali per un periodo lungo, ma perché garantisce di andare velocemente alle elezioni. Non se ne può più di questa fuffa propagandistica quotidiana di partiti e partitini che non si occupano di attuare al meglio l’agenda del governo per fare la Nuova Ricostruzione e salvare il Paese, ma di litigare tra di loro per finalità elettorali legate alle imminenti amministrative senza rendersi conto di allontanarsi irrimediabilmente dal sentire comune.

Il Paese ha bisogno di un Presidente che serve al Paese. Il bisticcio di parole è voluto. Serve una personalità che sia garante della Costituzione e della tenuta del sistema non per tornare a quello che eravamo prima del Covid, il grande malato d’Europa, ma per diventare un Paese normale che trattiene in casa il suo capitale giovanile di talento, riunisce le due Italie e ritrova rango e ruolo di Fondatore in Europa.

Questo è un pezzo di lavoro decisivo che non appartiene ai partiti e alle loro fibrillazioni quotidiane. Appartiene al Paese intero che non esce dalla crisi pandemica e fa la sua rinascita economica senza un’azione condivisa dai tempi lunghi esercitata al massimo livello e in continuità nei ruoli di guida del governo e della Repubblica. Ci vuole chi rappresenti l’anima nazionale e si assuma il compito di essere l’incarnazione della nazione. Questo è un servizio che il Paese richiede e anche i deputati grillini devono sentirsi portatori di questo interesse, non dei loro interessi.

Bisogna avere in mente un Paese nuovo di cui ho visto segni concreti della metamorfosi possibile alla assemblea annuale della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Per il suo direttore Minenna parlano i risultati che dimostrano con i fatti che la pubblica amministrazione italiana può cambiare. Si è percepito ieri nel gioco di squadra politico-tecnico dei ministri, da Guerini alla Lamorgese fino a un Di Maio sostenitore convinto della globalizzazione, e di uomini di Stato come il generale Figliuolo e lo stesso Minenna, il senso profondo di cambiare le cose. Il senso profondo di una fatica organizzata che ha dato molto al Paese, ma può dare ancora molto di più. Che ha bisogno, però, di assicurarsi una guida lunga all’altezza e di non bruciare la carta estrema Draghi. Se lo ricordino tutti ora, non domani, perché sarebbe troppo tardi.


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