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Mario Draghi a Bruxelles per il Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre

Tempo di lettura 6 Minuti

Temiamo che di decreti e di norme abilitanti in corso d’opera ne serviranno ancora molti perché siamo davanti a una rete nazionale e locale di potere che si mette di traverso. Gli italiani hanno capito benissimo che un’altra Italia è possibile e lavorano perché questa Italia duri il più a lungo possibile. Mentre i partiti del rumore della destra e della sinistra sono in fibrillazione, alimentano confusione e si preparano al match finale che è quello della Presidenza della Repubblica. Se Draghi va al Quirinale sarà ancora più libero dai condizionamenti di partito. Perché lassù sul Colle, da Pertini a Mattarella passando per Ciampi e Napolitano, nessuno dei grandi presidenti si è mai fatto controllare dai partiti

Il Draghi che ha salvato l’Italia centrando gli obiettivi della campagna di vaccinazione e della ripartenza della sua economia come non accadeva da vent’anni mette in fibrillazione i partiti del rumore della destra e della sinistra. Gli italiani hanno capito benissimo che un’altra Italia è possibile e lavorano perché questa Italia duri il più a lungo possibile. I partiti del rumore invece ne hanno paura, non sono capaci di cogliere l’importanza del dividendo che ne potrebbero trarre, alimentano confusione e si preparano al match finale che è quello della Presidenza della Repubblica.

Per fortuna anche nei partiti del rumore si vedono segnali di cambiamento. Un esempio: Di Maio che tutti giudicano una spugna nell’apprendere il mestiere di ministro degli Esteri, che fa suo il valore della globalizzazione per un Paese esportatore come l’Italia e esige che al primo rifiuto di impiego si perda il reddito di cittadinanza.

Il Draghi che detta la linea in Europa su tutto, sul caro energia come sui migranti, dalla lotta al Covid e al cambiamento climatico fino alla difesa sacrosanta dei diritti violati della nostra agricoltura, è una delle voci più ascoltate di un difficile Consiglio europeo per meriti acquisiti come presidente della Bce che ha salvato l’euro.

Ogni giorno che passa, però, diventa sempre di più il leader politico italiano che guida il processo di costruzione della nuova Europa federale della coesione sociale di cui è stato da sempre la mente e l’architetto. Vi rendete conto di che cosa può significare tutto ciò per la Nuova Ricostruzione italiana? Che cosa vuol dire restituire all’Italia il rango e il ruolo di Paese fondatore in Europa? Che cosa si è guadagnato in pochi mesi in termini di credibilità e di stabilità e quanto sia cambiata di conseguenza l’accoglienza internazionale dell’Italia?

Draghi prepara il decreto per superare i colli di bottiglia e mettere a regime la macchina di attuazione del Piano nazionale di ripresa e di resilienza di cui il Quotidiano del Sud ha anticipato ieri la norma abilitante decisiva perché i soggetti attuatori del Mezzogiorno vengano messi nelle condizioni di non fallire.

Draghi fa, tiene la barra dritta sulla rotta esecutiva perché non si può bucare un solo appuntamento europeo, ma i partiti del rumore di questo nemmeno si occupano, assomigliano in tutto e per tutto ai Capi delle Regioni che sanno solo chiedere soldi e non sono capaci di fare nemmeno un progetto serio. Pensano ai sondaggi, ai voti, combattono guerre di posizione di cartone tutte in politichese. Si allontanano sempre di più dalla vita reale delle persone quasi senza accorgersene.

La tensione nella destra è più forte di quella che si possa pensare perché le distanze di merito tra il mondo dell’irrealtà sovranista (pezzi di Lega e Fratelli d’Italia) e il saldo ancoraggio ai valori liberali, socialisti e popolari di un europeismo convinto (mezza Forza Italia) appaiono anche qui giorno dopo giorno sempre più incolmabili. Il centrodestra se non fa propri questi valori e se non recupera il ruolo guida della Forza Italia fondante non ha futuro. La lucida intervista rilasciata dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, a la Repubblica delinea un’idea alternativa precisa. Non è detto che accada, ma mette sul tavolo un’alternativa. Delinea in modo coerente una prospettiva di schieramento e si prepara in vista appunto del match finale.

Il resto appartiene alle penose cronache quotidiane. Berlusconi che ha fatto tante cose importanti vive la sua ultima stagione narcisa pur di avere la soddisfazione di arrivare quanto meno a un passo dall’essere nominato Presidente della Repubblica. Meloni e Salvini continuano nella loro lotta fratricida ma nessuno dei due – sondaggi a parte – ha ancora capito bene che cosa deve fare per salvarsi.

Sul fronte opposto il segretario del Pd, Enrico Letta, deve trovare una colla per mettere insieme ciò che non sta insieme. Perché Calenda e i grillini non stanno insieme non tanto per una questione ideologica quanto piuttosto perché il primo ha perfettamente capito chi si è coagulato dietro Conte. Che è un blocco di potere burocratico che ha il solo scopo di bloccare tutto. L’ideologia conta fino a un certo punto, conta quale blocco di potere ti carichi sulle spalle. Questo è il problema anche per Draghi. Perché questa burocrazia non molla mai. Sono il nuovo feudalesimo regionale che appunto non molla mai. Perché nel federalismo regionale all’italiana hanno fatto il nido una marea di burocrazie. Siamo davanti a una rete nazionale di potere che unisce pezzi di potere centrale e pezzi di potere locale. Temiamo che di decreti e di norme abilitanti in corso d’opera ne serviranno ancora molti.

Questi sono i problemi veri che hanno davanti Draghi e il governo di unità nazionale se vogliono vincere la sfida dell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e di resilienza e fare la Nuova Ricostruzione. Conte che ha bene operato nella prima fase della sua seconda esperienza di governo si ritrova legato a questo sistema burocratico perché furbescamente i suoi reggitori si sono agganciati ai grillini quando erano in grande ascesa. Anche adesso non li mollano. Perché è un partito che avrà pur sempre il dieci/dodici per cento, ma che oggi in parlamento ancorché diviso e frammentato ha in mano il gruppo parlamentare più numeroso che serve per sveltire o no l’attuazione delle leggi del fare o per eleggere il Presidente della Repubblica.

Tra chi punta alle elezioni anticipate (vinco io, vinci tu) c’è sottinteso il desiderio di scrollarsi almeno di dosso questo blocco di potere. Che non può condividere lo spirito del governo di unità nazionale e la conseguente comune azione per fare la Nuova Ricostruzione che riunifichi le due Italie. Tale disegno sano di sviluppo è incompatibile con questo blocco burocratico. Che riunisce sotto le sue insegne tutti i poteri che vanno dalla amministrazione alla giustizia fino alle Regioni. Una rete di interessi che si è costruita nel caos della seconda Repubblica. La battaglia di oggi del cambiamento si combatte contro questa rete e contro chi è in mano a questa rete o contro chi si aggrappa a questa rete. Questi signori e i partiti del rumore cominciano ad avere paura di Draghi perché ai loro occhi il suo trasloco al Quirinale equivale a sentirsi commissariati a vita. Se Draghi va al Quirinale sarà ancora più libero dai condizionamenti di partito. Perché lassù sul Colle più alto da Pertini a Mattarella passando per Ciampi e Napolitano nessuno dei grandi presidenti si è mai fatto controllare dai partiti. Anzi li ha messi in riga ogni volta che era necessario. Figuriamoci Draghi!

Questa di oggi è l’Italia della fase di confusione che precede scelte così impegnative. Siamo davanti a una fase di confusione dalla quale sembrerebbe derivare una soluzione impossibile e, quindi, l’addio ai sogni di rinascita, ma alla fine sarà la solita fase di confusione prima del necessario compromesso. Dove gli italiani che hanno capito e Draghi che fa le cose conteranno di più di ogni altro calcolo o sofisma. Perché il Paese non si può fermare e l’Europa deve cambiare. Perché riunire le due Italie e fare l’Europa della coesione sociale sono due facce della stessa medaglia. Sulla quale c’è scritto il nome di Mario Draghi.


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