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Il ministro Raffaele Fitto e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni

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La campagna elettorale è finita e ci consegna un dato: questa passione per il regionalismo differenziato non c’è nemmeno in Lombardia. La priorità del Paese oggi è rimettere in moto la macchina degli investimenti pubblici. Il duo Meloni-Fitto con una governance europea presso Palazzo Chigi riproduce aggiornato ai tempi il modello degasperiano del Dopoguerra con il Piano Marshall. Oggi non ci sono più i dollari degli americani, ma gli euro degli europei con tedeschi e olandesi per una volta in prima fila. Dobbiamo spendere queste risorse su obiettivi qualificanti e nei tempi concordati con chi ha fatto debito comune per finanziare il nostro Sud affinché si riduca il più grande squilibrio territoriale europeo. Per questo il riconfermato Fontana alla guida della Regione Lombardia eviti di mettere il bastone dell’autonomia differenziata pasticciona nelle ruote del Pnrr. Che deve correre e restituire all’Europa la forza dell’economia italiana e il grande hub manifatturiero e energetico del Mediterraneo.

IL VOTO in Lombardia e Lazio ha sancito una disaffezione ormai acclarata nei confronti dell’istituzione Regione. Sei italiani su dieci non si sono recati alle urne per decidere il governo delle amministrazioni delle Regioni che esprimono le capitali economica e politica del Paese. La campagna elettorale è finita e ci consegna un dato inequivocabile: questa passione per il regionalismo differenziato non c’è nemmeno in Lombardia. Ormai è chiaro a tutti. Anzi, sempre in Lombardia, è emersa una spaccatura profonda di preferenze tra le aree ad elevata urbanizzazione e le aree interne e sono queste ultime che hanno determinato l’esito del voto delle Regionali. Milano ha sempre fatto storia a sé perché esprime i tratti culturali di una metropoli cosmopolita e di una capitale europea degli eventi anche se con problemi crescenti di sicurezza e di infiltrazione criminale in attività finanziarie e di provenienza pubblica da non sottovalutare. È, però, un dato di fatto che a Milano e altrove sempre in Lombardia il motore economico è nelle città, grandi e piccole, e qui la proposta leghista autonomista in una versione che resta para-scissionista ha subìto un duro colpo.

La priorità del Paese oggi è rimettere in moto la sua macchina degli investimenti pubblici. La priorità è quella di rompere dopo venti anni la stasi nell’utilizzo delle risorse europee uscendo dalla stagione dell’immobilismo o delle marchette dei progetti sponda in gran parte frutto proprio dell’azione clientelare di Regioni del Sud come del Nord. La proposta del duo Meloni-Fitto coinvolge quasi tutti i dicasteri dell’esecutivo e rappresenta il primo grande atto di riforma della pubblica amministrazione a 360 gradi. Si propone come una governance centralizzata che dialoga direttamente con l’Europa che ha la cassa e mette a fattore comune tutte le risorse europee e nazionali uscendo dalla logica delle elemosine annuali per entrare in quella dei progetti strategici che fanno ripartire in modo strutturale un Paese.

La direzione è quella giusta perché si procede nel solco tracciato dal governo Draghi di una cabina di regia presso Palazzo Chigi e di un utilizzo massiccio di poteri sostitutivi, ma questa volta si fa molto di più perché la forza di un governo politico consente di tenere a bada quelle componenti dei partiti della coalizione e i mandarinati delle burocrazie centrali e territoriali a loro collegati che si mettono sempre di traverso. Proprio come avevano fatto con il governo Draghi arrivando fino al punto di determinarne la caduta anticipata. Il duo Meloni-Fitto rivela visione e pragmatismo. Perché il decreto sulla nuova governance oggi all’esame del Consiglio dei ministri riproduce aggiornato ai tempi il modello degasperiano del Dopoguerra con il Piano Marshall. Oggi non ci sono più i dollari degli americani, ma gli euro degli europei con tedeschi e olandesi per una volta in prima fila. Sono circa trecento miliardi e noi abbiamo un solo dovere. Dimostrare che siamo capaci di spendere queste risorse su obiettivi qualificanti e nei tempi concordati a chi ha fatto debito comune per finanziare il nostro Mezzogiorno affinché si riduca il più grande squilibrio territoriale europeo che è quello italiano tra Nord e Sud del Paese.

Per fare tutto ciò si è deciso di collocare la guida del processo presso Palazzo Chigi con una struttura di missione, un ispettorato generale che vigili e rendiconti a Bruxelles. Soprattutto si è scelto di alzare al massimo livello i poteri sostitutivi arrivando a decidere che i procedimenti vengono eseguiti anche senza intesa con Regioni e Comuni. Che viceversa sono coinvolti sempre al massimo livello in sede di cabina di regia dove si colloca la sala di comando per le scelte strategiche e la definizione delle priorità conseguenti. Siamo, dunque, davanti a una rivoluzione della pubblica amministrazione ben calibrata sul rispetto dei ruoli politici e burocratici a livello centrale e territoriale con una precisa finalizzazione che è quella di trasformare chiacchiere e studi di fattibilità prima in impegni di spesa vincolanti e poi in spesa effettiva. Questa rivoluzione così ben congegnata si presenta come l’esatto contrario di un’autonomia differenziata pasticciona che non potrebbe fare altro che aumentare i conflitti tra Stato e Regioni e decretare la condanna definitiva per l’Italia all’immobilismo che vuol dire incapacità di fare investimenti e di attrarne dal mondo. Per questo evitiamo di mettere il bastone della propaganda dell’autonomia differenziata nelle ruote del Pnrr e, in genere, della nuova macchina di investimenti.

Come già fanno presagire le prime dichiarazioni del presidente, Attilio Fontana, riconfermato alla guida della Regione Lombardia con un buon risultato personale. Se proprio si vuole tenere accesa questa bandiera ideologica dell’autonomia differenziata si utilizzi il tempo impiegato per ripetere l’operazione verità già avvenuta in Parlamento sull’abnorme ingiustificata differenza di trasferimenti pubblici pro capite nella scuola, nella sanità e nel trasporto pubblico locale tra cittadini del Nord e del Sud come tra cittadini delle aree metropolitane e di quelle interne. Si operi attraverso il grande calderone di risorse comunitarie disponibili per ridurre in questi cinque anni le distanze di partenza tra chi è avanti e chi è indietro. Solo dopo si avvii una eventuale discussione per ambiti più ristretti e oggettivamente funzionali di autonomia dentro una cornice nazionale che esprima finalmente la coesione sociale e restituisca all’Europa la forza dell’economia di un Paese Fondatore e il grande hub manifatturiero e energetico del Mediterraneo. Questa, non altre, è la partita italiana da giocare e vincere senza ulteriori scorciatoie e frammentazioni.


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