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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno

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Il cambiamento epocale è qualcosa che avviene ogni 400/500 anni e è legato spesso a mutamenti tecnologici. Il passaggio dal Medio Evo alla Età Moderna avvenne con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Oggi l’intelligenza artificiale fa il paio con quella trasformazione storica perché determina lo stesso cambiamento di struttura mentale. Così come il riferimento ai diritti che vengono prima e sono, dunque, riconosciuti, non concessi, dallo Stato ha un peso storico-divulgativo che affonda le sue radici nell’uscita dalla lunga stagione del positivismo giuridico a opera dei grandi politici e giuristi cattolici, da La Pira a Moro. Ce la possiamo fare se la smettiamo di raccontare favole, sfoderare spade e cominciamo a praticare l’atteggiamento dell’ascolto.

IL PRESIDENTE della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno ha offerto agli italiani la chiave per vivere questa fase cruciale di trasformazione storica che deve essere di consapevolezza della irritualità dei problemi che abbiamo davanti e ci viene trasferita dalla saggezza di chi è avanti negli anni, ma anche dalla voglia di superarli con l’intelligenza e la determinazione che possono venire solo dai giovani che hanno un futuro davanti. Dobbiamo imparare dai vecchi che hanno fatto la storia di questo Paese, penso in questo caso per i riferimenti fatti ai La Pira, ai Dossetti, ai Moro, dobbiamo fare tesoro dell’insegnamento della grande storia del mondo, ma riuscire allo stesso tempo a misurarci con i problemi planetari di oggi che incidono direttamente sulle nostre esistenze quotidiane grazie alla classe dirigente del futuro che si mette in sintonia con i fatti del mondo ed è capace di contribuire a indirizzarli e guidarli.

Il grande cambiamento epocale è qualcosa che avviene ogni quattrocento/cinquecento anni e è spesso legato essenzialmente a mutamenti tecnologici. Il passaggio dal Medio Evo alla Età Moderna avvenne con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Oggi l’intelligenza artificiale, con il suo valore assoluto e i suoi confini, fa il paio con quella trasformazione storica perché determina lo stesso cambiamento assoluto di struttura mentale. Così come il riferimento di Mattarella ai diritti che vengono prima e sono, dunque, riconosciuti dallo Stato, non concessi, è un pezzo rilevante dello stesso ragionamento di peso storico-divulgativo che affonda le sue radici nell’uscita dalla lunga stagione del positivismo giuridico protrattasi fino al fascismo a opera dei grandi politici e giuristi cattolici sopra richiamati.

Imparare dai vecchi e cambiare con i giovani è, a nostro avviso, la cifra autentica di un discorso bello alla ricerca di una chiave comprensibile per l’uomo comune a cui Mattarella si è rivolto con una chiara volontà di raffreddamento delle angosce diffuse e di riconoscimento di un Paese che ha le energie per affrontare e superare la grande trasformazione storica purché si smetta di raccontare la favola che non ha problemi e si finisca di dividerci sul nulla con la solita propaganda che tutto nasconde. Siamo alle prese con molti problemi, ma ce la possiamo fare se la smettiamo di sfoderare spade e cominciamo a praticare l’atteggiamento dell’ascolto.

Punto primo. Sul tema della violenza è stato di certo molto significativa la citazione costituzionale che dice di riconoscere i diritti che vengono prima della loro concessione nella legge. È il discorso del sindaco santo di Firenze, Giorgio La Pira, alla Costituente. Fu poi ripreso da Moro che univa al massimo livello la competenza giuridica e quella politica e, a suo modo, batteva sul tasto di fare una cesura netta con la cultura dello Stato che concede i diritti perché è vero l’esatto contrario. È vero, cioè, che i diritti ci sono prima e lo stato semplicemente li riconosce. Attenzione: in questo modo Moro spiega la rivoluzione della Costituzione italiana che è il contrario della Europa giuridica positiva del primo Novecento fascismo incluso fino ad allora dominante, ma è anche un suo chiaro riferimento al riconoscimento dei diritti che sono iscritti nella natura umana, nella storia, nella realtà delle cose, che non vuol dire che tutto, proprio tutto, diventa diritto.

Secondo. Basta con la politica della contrapposizione radicale che è il problema dei problemi della politica italiana e della qualità del dibattito della pubblica opinione. Esprimono congiuntamente contenuti propagandistici e linguaggio rumoroso che non portano da nessuna parte. Questo messaggio della divisione sul nulla, purtroppo, non passa solo sulla rete, inquina il confronto dialettico a tutti i livelli, entra la sera nelle case di tutti gli italiani con il super talk a reti unificate. Qui, con le dovute eccezioni, domina quasi sempre il ring della polemichetta che non lascia spazi per parlare di cose serie e bandisce per principio ogni competenza. È tutta benzina nell’incendio italiano della irresponsabilità.

Terzo. È così. La grande transizione che stiamo vivendo è un balzo della storia. Siamo davanti alle grandi trasformazioni tecnologiche come quelle che abbiamo già richiamato e hanno segnato il passaggio dal Medio Evo alla Età Moderna. O, se volete, siamo davanti alla stagione delle modifiche dei sistemi di navigazione che hanno consentito i viaggi di Colombo e hanno aperto la strada a una fase diversa. Mi vengono in mente lo spirito e la lettera di un volume anticipatore uscito in Italia e in Inghilterra di Paolo Pombeni, per me il primo dei grandi storici contemporanei viventi, e il titolo profetico, “La grande trasformazione”, di quel volume. In piccolo c’era già tutto, o quasi, di quello che è venuto dopo. Un tutto che Mattarella ha voluto raccontare nel suo discorso di fine d’anno perché era giusto dire tutto senza dimenticare nulla.

Qui c’è anche la pignoleria del giurista costituzionale che diventa messaggio politico e paga qualcosina nella comunicazione. Che, però, Mattarella riequilibra con lo sforzo della divulgazione. Perché ha detto parte delle cose che aveva già detto nel discorso molto importante alle alte cariche dello Stato, ma qui lo ha fatto compiendo lo sforzo massimo per fare capire a tutti quelle stesse cose così complesse. Non è da tutti.

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